Licia Lanera, Principio Attivo, Teatro delle Forche e Terrammare fanno ricorso contro la Regione: “Decisivo un parametro mai dichiarato”. Ma tra ritardi cronici e paure, il problema è più ampio del singolo bando
Il punto da cui partire è semplice: quattro compagnie pugliesi hanno fatto ricorso al TAR perché i soldi pubblici sono stati distribuiti con una regola non dichiarata chiaramente.
Compagnia Licia Lanera, Principio Attivo Teatro, Teatro delle Forche e Terrammare denunciano in un comunicato: la Regione, nell’assegnare i contributi del triennio 2025–2027, ha considerato “solo in minima parte i progetti artistici e la storicità”, basandosi invece soprattutto su un dato tecnico inserito mesi prima nelle domande ministeriali.
Quel dato tecnico è la voce “contributo regionale” nei preventivi presentati al Ministero per accedere al Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo. Una cifra che ogni compagnia ha indicato autonomamente circa dieci mesi prima, quando ancora non esisteva il bando regionale. E che, secondo i ricorrenti, “non era esplicitata nell’Avviso del 20 ottobre 2025”, compromettendo “i principi di trasparenza e di pari accesso ai fondi”.
Tradotto: le regole decisive non erano scritte correttamente. Le conseguenze, sempre secondo il comunicato, sono state immediate: chi aveva indicato cifre più alte si è visto assegnare contributi più consistenti; chi invece si era attenuto a criteri più prudenti o a vincoli normativi “non ha registrato alcuna crescita o ha ricevuto importi inferiori, non in linea con la propria storicità”. Un meccanismo che, aggiungono, ha finito per penalizzare proprio le attività più radicate sul territorio.

Prima del ricorso al TAR (il tribunale che controlla la legittimità degli atti pubblici), le quattro realtà affermano di aver cercato chiarimenti e interlocuzioni senza ottenere risposte. Da qui la scelta di portare la questione davanti a un giudice.
Ma è proprio su questo passaggio che si innesta un dubbio. Perché il problema non nasce a ottobre 2025, ma molto prima.
Che il metodo scelto dalla Regione sia censurabile sul piano della trasparenza e dell’equità pare evidente. Ma la domanda viene da sola: anche se quel criterio fosse stato dichiarato nel bando del 20 ottobre, cosa sarebbe cambiato davvero, visto che le domande ministeriali erano state consegnate all’inizio del 2025?
E ancora: quando Aldo Patruno, direttore regionale di cultura e turismo, durante il Puglia Showcase nel luglio 2025, spiegava che i nuovi fondi non avrebbero previsto la storicità, perché il comparto non ha contestato quella scelta?
Il discorso, dunque, va forse spostato dalla denuncia alla responsabilità collettiva. Perché le battaglie avrebbero potuto iniziare prima, non dopo le assegnazioni.
Altri interrogativi: come si spiega la scelta di indicare valori molto bassi – o addirittura nulli – nella voce del contributo regionale, che oggi diventa decisiva? Chi invece ha indicato cifre più alte, quali rischi – in primis d’impresa – si assumeva? Sono domande che non invalidano la critica, ma ne restituiscono la complessità.
Nel frattempo, mentre le quattro compagnie – come ci ha spiegato Raffaella Romano di Principio Attivo – non vogliono rilasciare ulteriori dichiarazioni, il ricorso ha prodotto effetti immediati.
La Regione ha bloccato la procedura in attesa della decisione del TAR. Il settore si è spaccato: su 70 imprese associate all’Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo), 66 si sono mosse contro la sospensiva del provvedimento – non contro il ricorso in sé – con l’obiettivo di evitare il blocco di finanziamenti e attività.
Le preoccupazioni non sono astratte. C’è il timore di ritardi nei pagamenti, di banche pronte a ritirare le anticipazioni concesse, di lavoratori a rischio. Chi sarebbe in grado, infatti, di restituire le somme anticipate, se il blocco facesse saltare gli equilibri finanziari?
È il lato decisivo e meno visibile della vicenda: il sistema vive già in condizioni precarie, con finanziamenti che arrivano tardi e attività sostenute spesso con risorse anticipate.

Su questo si inserisce anche la riflessione di Franco Ungaro, operatore culturale di lungo corso: “Le quattro compagnie, con il loro ricorso al Tar, hanno il merito di aver messo in luce tutte le distorsioni del sistema di finanziamento pubblico allo spettacolo sia a livello regionale che nazionale, seppure beneficiari nel corso degli anni di quel sistema. Hanno fatto ciò che le tante sigle del partenariato culturale che si confronta con la Regione avrebbero già dovuto fare, organizzando una mobilitazione e una protesta collettiva. Ora siamo nella notte più buia del teatro e delle politiche regionali, con la maggior parte delle compagnie indebitate con le banche per assegnazioni che arrivano a fine anno e liquidazioni dei contributi che nessuno sa quando arriveranno, senza conoscere in tempo utile i criteri delle assegnazioni, senza una legge, un regolamento e una commissione che valuti artisticamente i progetti. In assenza di tutto ciò, brilla l’arbitrio decisionale della politica e delle burocrazie”.
Alla fine, il nodo è proprio questo: il sistema non funziona. Lo riconoscono le compagnie ricorrenti quando parlano di un modello che manca di visione e produce un effetto massacrante sui più fragili. Lo riconoscono anche gli altri operatori, quando denunciano ritardi cronici, regole poco chiare e un settore costretto sempre all’emergenza.
C’è però un ulteriore elemento che merita attenzione: la geografia del sistema culturale pugliese è cambiata. Negli ultimi anni sono nati nuovi centri di produzione e si sono affermati nuovi soggetti fra teatro, musica e circo. Questo modifica inevitabilmente gli equilibri. Le storicità restano un valore, ma rischiano di diventare anche una rendita se non vengono discusse alla luce del lavoro effettivamente svolto.
Resta però una differenza sostanziale. Le quattro compagnie chiedono di cambiare i criteri: più peso non solo alla storia, ma anche alla qualità, al lavoro sul territorio, all’occupazione e alla formazione. In sostanza, che il teatro venga valutato per quello che fa.
Il nostro invito è verso un’assunzione di responsabilità collettiva: non accorgersi delle regole solo quando producono effetti negativi, evitando poi una guerra tra poveri. Le prese di posizione più dure, i post divisivi comparsi sui social, i commenti carichi di acredine rischiano di restringere il confronto.
“Non credo – prosegue Ungaro – che in teatro sia mai esistito un sistema in cui si condividono valori e pratiche. C’è sempre e soltanto un sistema di convenienze basate sulla fedeltà al padrino politico di turno. In Italia c’è troppa dipendenza dalla politica, anche attraverso metodi corruttivi e clientelari”.

Nel frattempo, proprio la politica è chiamata a intervenire. E non solo per salvare la faccia.
La nuova giunta guidata da Antonio Decaro e l’assessora alla cultura Silvia Miglietta si trovano a gestire una situazione già esplosa. Le stesse compagnie riconoscono che le disfunzioni sono un’eredità del passato, ma chiedono comunque un cambio di passo e una riforma complessiva.
Il TAR ha rinviato al 2027 la decisione di merito. Troppo tardi per chi deve programmare oggi. E allora la conclusione, per forza di cose, resta sospesa ma chiara nei suoi contorni.
Le quattro compagnie hanno sollevato un problema reale: un criterio decisivo non esplicitato mina la fiducia nel sistema. Il resto del settore ne paventa un altro: intervenire tardi, e in modo radicale, può compromettere ulteriormente un equilibrio già fragile.
Tenere insieme queste due verità è difficile, ma è l’unico modo per uscire dall’impasse. Perché qui non c’è solo un bando contestato. C’è un sistema che arriva sempre tardi, che cambia le regole in corsa e che costringe tutti – prima o poi – a difendersi.
E quando il teatro smette di discutere di visione e inizia a discutere di sopravvivenza, il problema non è più chi ha ragione. È che il sistema, così com’è, non regge più.
