Liberaimago in scena a Napoli, alla Sala Assoli, intitolata nel 2025 a Enzo Moscato ad un anno dalla scomparsa
Nel cuore dei Quartieri Spagnoli a Napoli, Sala Assoli porta ora impresso sull’ingresso il nome di Enzo Moscato, spazio storico che s’intitola tributario a chi, del corpo tufaceo e greve di questa città, è stato una delle anime poetiche più insigni del secondo Novecento, fino al primo scorcio del nuovo millennio. Nume drammaturgico per quanti, nel solco di questa storia, si muovono su altri passi, i propri, percorrendo altri cammini, esplorando il tempo presente e interpretandolo a proprio modo.
È la nuova drammaturgia ad abitare oggi questo spazio, com’è giusto e naturale che sia: Fabio Pisano scrive e dirige “La macchia”.
Autore quarantenne, già discretamente prolifico, scandagliando l’archivio d’immagini e sensazioni che mi porto dietro dalla visione dei suoi spettacoli precedenti (“A.D.E.” e “De/frammentazione”), evidenzio l’idea di una capacità di rielaborazione della scrittura drammaturgica, la volontà precipua di concepire il linguaggio come materia plastica e malleabile, riplasmato in un’intenzione comunicativa che denota duttilità compositiva; per cui ci troviamo dinanzi a una chiave stilistica che, quantunque riconoscibile, sceglie consapevolmente di non digradare nella prigionia dello stilema, nella riproposizione di congegni che rischino di trasformare il dispositivo in un cliché che si riproduce comodamente appoggiandosi al pregresso.
Pertanto, ne “La macchia”, pur riconoscendo una vena sottile che carsicamente ne identifica la cifra espressiva, riscontriamo che la scrittura di Pisano sa – nella fattispecie – declinarsi seguendo un registro meno composito e cerebrale rispetto ai lavori precedenti, ma non per questo meno intelligente e profondo; insomma, una semplificazione che non è rinuncia alla complessità, ma ricerca di una struttura formale adeguata di volta in volta al contenuto.
La storia si svolge in un interno concepito in forma minimale: un perimetro di luce incornicia l’ambiente scenico, un asse da stiro aperto fungerà da innesco drammaturgico, tre sedie completano l’essenzialità dell’arredo. Un uomo (Michelangelo Dalisi) si presenta alla porta di casa di una coppia (Francesca Borriero ed Emanuele Valenti), a reclamare – o almeno a provare a far ascoltare le proprie rimostranze – per una macchia di umidità creata da un’infiltrazione sul soffitto dell’appartamento sottostante, da lui abitato.
Ne scaturisce un dialogo dai toni surreali, in cui ogni tentativo di comprensione fra le due parti cozza contro un invisibile muro d’inintelligibilità, in una comunicazione da subito difficile sia tra la coppia e l’estraneo, ma anche all’interno dello stesso nucleo familiare. Ci si parla ma non ci si ascolta, si sente quel che viene detto, ma non lo si recepisce. La distanza tra le parti appare già rimarcata dagli abiti: l’estraneo – che finiremo per percepire come straniero, e in ogni caso come quella forma di alterità sempre più diffusamente sentita come minaccia – indossa una tuta colorata in acetato; la donna e l’uomo sono abbigliati secondo canoni che li inquadrano in una dimensione prettamente piccolo borghese: un vestitino muliebre lei, camicia e pantaloni lui, canonici destinatari e interpreti delle paure e delle intolleranze surrettiziamente inoculate da certa demagogia.
“L’enfer, c’est les autres”, scriveva Jean-Paul Sartre, sottolineando come e quanto fosse fondamentale l’altro – la relazione con l’altro – nella conoscenza di sé stessi, e quanto invece fosse percepita potenzialmente come minaccia infernale l’alterità incarnata. Ed è sulla scorta di questo presupposto, di questo paventato pericolo insito nella diversità, che bussa alla porta e si innesca una relazione fatta di incomprensioni crescenti e parossistiche, in cui si parla e non ci si capisce, e si continua ad accelerare sul piano dell’equivoco.
Ossessioni illusorie lastricano un panorama interiore fatto di ambigua percezione della realtà, avvertita come qualcosa da cui distogliere lo sguardo, puntando l’attenzione sia su aspetti interni che vanno a scardinare una percezione autentica del reale, come i continui riferimenti a un figlio della coppia che capiamo verosimilmente non essere mai esistito (e in questo riconosciamo un rimando esplicito a “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Edward Albee), sia su aspetti esterni ammantati di un’importanza che di fatto non hanno: è così per la tappa in salita che il lui della coppia vuole assolutamente guardare in televisione, derubricando come secondario qualunque altro pensiero, o come per la rucola cercata compulsivamente da lei nella illusione (peraltro fallace) che il suo consumo possa attenuare la percezione della calura estiva, o ancora come l’asse da stiro che la coppia vorrebbe buttar via, attribuendo reiteratamente all’estraneo il ruolo dell’addetto allo smaltimento rifiuti; quell’asse da stiro che finisce per diventare il fulcro drammaturgico della conversazione, spostando costantemente il focus dal vero innesco della storia – ovvero la macchia di umidità che sta infiltrando il soffitto dell’inquilino sottostante – e che finirà per trasformarsi poeticamente nella sublimazione cristologica di un crocifisso quando sarà caricato sulle spalle dal personaggio dell’estraneo, allorquando in una sorta di agnizione finale, lo straniero e il padrone di casa si riconosceranno vittima e carnefice di una dinamica sordida che si ripropone a distanza di tempo, di nuovo e ancora uguale.
Lo sviluppo drammaturgico della messinscena è incorniciato da una serie di didascalie che appaiono proiettate sul fondo, alle spalle dei protagonisti, e che sembrano poco o nulla avere a che fare con quanto avviene nella dinamica dell’interazione tra i personaggi; in realtà hanno il compito di mantenere in bilico e bilanciare temperatura drammatica e atmosfera poetica, delineando un’idea lirica ed essenziale della realtà esterna che stride con quel sottile gioco al massacro che si consuma all’interno del contesto scenico, nel quale i tre personaggi sono altrettante facce di un’identica prigionia (quella dell’incomunicabilità), rimarcata e rafforzata dal disegno luci di Paco Summonte, efficace nella sua essenzialità, e che verso la fine tratteggerà in assito il profilo di una gabbia tripartita.
Lo spettacolo funziona, è rodato da un buon numero di repliche ed è ottimamente interpretato dai tre attori, ciascuno padrone del proprio personaggio e amalgamati in un affiatamento che appare frutto di un’intesa perfezionata nel tempo. Il risultato è una messinscena intelligente e ben confezionata, in grado di parlare al pubblico di quella alterità in cui ciascuno si può specchiare, in cui ognuno può riconoscere le criticità del presente. Un presente in cui l’intolleranza e l’incomunicabilità sembrano essersi infiltrati proprio come macchie d’umidità, infradiciando dal di dentro le fondamenta del saper restare umani.
La macchia
scritto e diretto da Fabio Pisano
con Emanuele Valenti, Francesca Borriero, Michelangelo Dalisi
costumi Rosario Martone
sarta Luciana Donadio
ideazione scenica Luigi Ferrigno
disegno luci Paco Summonte
tecnico di scena Mauro Rea
assistente alla regia Francesco Luongo
foto di scena Luca del Pia
produzione Liberaimago
con il supporto di Teatro Area Nord di Napoli
Testo vincitore del premio Nuovesensibilitá 2.0.
Testo vincitore del premio Words Beyond – Translating Borders
Durata: 1h 10’
Applausi del pubblico 3’ 45’’
Visto a Napoli, Sala Assoli Enzo Moscato, il 10 maggio 2026
