Così si chiude la cultura. Perché la sicurezza va sempre tutelata, ma anche calibrata sulla realtà

Sicurezza sempre, ma in che modo?
Sicurezza sempre, ma in che modo?

L’appello di Lucia Franchi e Luca Ricci, direttori del Kilowatt Festival, smuove aspetti del dietro le quinte degli eventi dal vivo che mettono in difficoltà le piccole realtà

Che fare teatro non sia un mestiere semplice è cosa nota. Che farlo in Italia rappresenti qualcosa di quasi utopistico altrettanto. Alle consuete difficoltà economiche e di stabilità in genere, si affianca però, oggi, una schizofrenia decisamente logorante che, probabilmente, è poco nota fuori dal contesto. Se da un lato vive, in chi percorre queste strade, un crescente e innato stimolo al creare, costruire e rafforzare comunità, al dedicarsi, talvolta quasi maniacalmente, per curare tutti i molteplici particolari che il palcoscenico richiede, oltre che al giusto rispetto e all’attenzione nei confronti degli spettatori, dall’altro sono comparse montagne di carta, raccoglitori, scadenze, algoritmi che ben si collocano in un qualsiasi ufficio amministrativo piuttosto che nella sede di un’associazione culturale, o dietro le quinte di un teatro.

“Così si chiude la cultura” scrivono chiaramente Lucia Franchi e Luca Ricci, direttori del Kilowatt Festival di cui su KLP parleremo a breve, togliendo il coperchio ad una pentola ingombrante. Il loro allarme non è soltanto condivisibile ma più che urgente. Perché la pentola sta per traboccare rischiando di stravolgere l’intero sistema. Un crollo silente che accade non perché manchino idee o pubblico, ma per l’esaurirsi delle risorse occorrenti (economiche e umane), travolte dalla burocrazia.

Non è semplice descrivere, per chi vive in prima fila questa enorme complessità, cercando un equilibrio già precario tra scena e produzione, cosa significhi trovarsi di fronte, ogni giorno, a questa barriera invisibile ma insormontabile.
Se da un lato i contributi pubblici sono sempre più risicati o mal distribuiti, dall’altro ogni anno vengono richiesti un numero sempre maggiore di requisiti formali anche semplicemente per poter aprire le porte di un teatro o di uno spazio.

Il senso di frustrazione e di ansia prima di un debutto o del dare avvio ad una rassegna diventa talvolta un macigno. Giornate intere che vengono sottratte alle prove, ai puntamenti delle luci, alla cura dei dettagli artistici, all’accoglienza di chi viene ospite in un cartellone per telefonate innumerevoli ai tecnici, inoltrare PEC e ricevere magari risposte a surreali domande burocratiche.
La scissione mentale che occorre per entrare in sintonia con tutto ciò che di poetico lo spettacolo porta con sé deve frazionarsi per compilare planimetrie, calcoli di carico e sigle ministeriali.

Il punto più spinoso, a mio avviso, è quello che Kilowatt identifica con la gestione del sistema della sicurezza, un elemento imprescindibile che, però, viene privato del suo indubbio valore civile per trasformarsi sostanzialmente in tassa mascherata da altro, “mito e miraggio dietro il quale, in realtà, si nascondono migliaia di euro che devono essere versati a professionisti vari (geometri, ingegneri, esperti di sicurezza), che vengono a mettere qualche firma; nel migliore dei casi, servirà a condividere qualche responsabilità con i soggetti organizzatori che, pur pagando e ripagando, finiranno per assumersi sempre e comunque tutte le colpe del caso”. E qui, sia chiaro, nessuno mette in dubbio che la sicurezza di un evento, anche piccolo, sia necessaria e imprescindibile da ogni altro aspetto.

E’ tuttavia il cortocircuito che si innesca e costringe, ad esempio, a pagare tre volte lo stesso controllo a smuovere delle critiche. Si ingaggiano ditte certificate, poi tecnici privati che asseverino e certifichino il montaggio di materiali che erano già ampiamente certificati alla nascita dal produttore. “Tre persone finiscono per controllare la stessa cosa, e ogni volta sono parcelle da 1.000, 2.000, 3.000 euro” sottolineano Franchi e Ricci. Per le piccole e medie realtà associative, queste cifre rappresentano un salasso insostenibile: sono risorse economiche sottratte direttamente ai cachet degli attori, all’ospitalità, alla promozione, ai progetti di formazione e alla qualità stessa dell’offerta culturale. Stiamo assistendo ad un travaso di fondi pubblici: i pochi soldi concessi alla cultura non vanno a remunerare il lavoro culturale, ma finanziano l’indotto dei certificatori privati.

L’assurdità macroscopica sta nell’applicazione cieca, rigida e standardizzata di normative nate originariamente per gestire contesti commerciali e grandi numeri. Un festival o una rassegna teatrale che accoglie 100 o 200 persone a replica – in spazi spesso controllati e circoscritti – viene normativamente assimilato ad un grande evento di massa, da stadio.
Ci si ritrova a dover rincorrere piani di evacuazione ipertrofici, costose ambulanze presidiate sul posto, noleggi di defibrillatori supplementari, permessi antincendio aggiuntivi e stringenti limiti alla capienza, “neanche fossimo al concerto di Ultimo con 250.000 persone tutte insieme!!!”.

Il paradosso finale è che, nonostante gli enormi investimenti economici e le notti insonni passate a limare i documenti, l’organizzatore non si sente mai davvero tutelato dalla legge. Resta sempre il dubbio logorante che un qualsiasi controllo ispettivo possa trovare un minuscolo cavillo formale, una virgola fuori posto, per bloccare lo spettacolo e vanificare mesi di lavoro. “Ormai non lavoriamo più per il pubblico e per gli artisti, ma per rispondere a un modello di controllo che non ha nulla a che fare con la nostra vocazione”, accusa duramente la direzione di Kilowatt.

Ed è proprio questa la verità più amara: la vocazione originaria – creare relazioni, empatia, dialogo e inclusione sociale – vacilla. L’idea di sicurezza non si dovrebbe basare su un algoritmo commerciale, su un tornello o una firma d’oro, ma su un patto etico di benessere e protezione reciproca tra chi organizza e chi partecipa.
Le associazioni culturali e i soggetti non profit che fanno teatro dal basso non sono discoteche, grandi agenzie di booking o imprese speculative; svolgono un servizio pubblico essenziale per i territori, spesso arrivando dove le istituzioni non riescono. Se la politica – dai sindaci fino ai ministri – non applicherà con urgenza regole specifiche, flessibili e tarate sulle reali dimensioni e sulla natura etica dei progetti, il panorama culturale italiano inesorabilmente si desertificherà.

Il rischio concreto è che restino in vita solo i grandi eventi di puro intrattenimento commerciale, capaci di ammortizzare i costi burocratici grazie a biglietti esorbitanti e a sponsor privati, cancellando definitivamente la sperimentazione, l’accessibilità dei prezzi, il volontariato culturale e la crescita sociale dei territori.
Nonostante la fatica e la burocrazia opprimente, si continua a fare teatro perché si crede ancora nella forza politica e umana dell’incontro dal vivo. Ma ascoltare questo appello non è più opzionale: è diventata una questione di pura sopravvivenza culturale.

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