Co-fondatrice della compagnia torinese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, è da sempre la firma estetica degli spettacoli: “Non basta la maestria per un’opera che si possa definire d’arte… L’ingegno è innato ma va coltivato con amore”
Figura minuta, capelli raccolti, abbigliamento informale per il debutto de “Le Baccanti” al Teatro Stabile di Torino, Daniela Dal Cin si siede a metà platea con un blocco per gli appunti in mano.
Saranno quelle pagine a raccogliere le sue annotazioni sulla prima assoluta del nuovo spettacolo di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa nella riscrittura che Marco Isidori ha tratto dalla celebre tragedia di Euripide.
Decidiamo di intervistarla per il quarantennale della compagnia torinese, nata – più o meno metaforicamente – in una soffitta del quartiere San Salvario, forse il più bohemien di Torino, in quelle strade in cui si poteva incontrare anche il drammaturgo e scrittore Antonio Tarantino.
Lei, scenografa, costumista, pittrice e cofondatrice della compagnia, insieme al regista e attore Marco Isidori e all’attrice Maria Luisa Abate sono i tre pilastri di quest’avventura teatrale che prosegue decennio dopo decennio. Nel 1985 debuttavano infatti sulle scene con “Musica cinematografica”.
Daniela Dal Cin è da sempre un marchio inconfondibile per gli spettacoli dei Marcido. Perché se vai a vederli, è quasi sempre anche per scoprire cos’avrà inventato per la nuova messinscena, attraverso uno studio che, oltre all’arte, richiama un sapiente e antico lavoro artigianale. Ed è per questo che, con Daniela, partiamo da qui.
Le tue scenografie sembrano unire la fantasia dell’arte alla saggia esperienza dell’artigianato. In che maniera attingi a questi due ambiti?
Nasco come pittrice e dunque l’ambiente dell’arte figurativa non mi è estraneo, ma sono sempre stata interessatissima anche ai procedimenti dell’artigianalità, in special modo alle tecniche della falegnameria e della muratura, avendo avuto modo di seguire da giovane il lavoro di alcuni anziani “mastri” di montagna. Il carattere estremamente concreto e la sapienza costruttiva di quelle personalità (un tipo di uomo che sta scomparendo) mi hanno insegnato la pazienza, la maniera di misurare e di “domare” la materia, mi hanno aiutato a risolvere problemi costruttivi con una certa arditezza, tutte cose che ho messo a frutto nel mio lavoro per la scena. Naturalmente non basta la maestria per un’opera che si possa definire d’Arte… l’ingegno è innato ma va coltivato con amore.
Dove realizzi, materialmente, le tue opere? E chi sono i tuoi collaboratori?
La realizzazione delle mie scenografie dall’esordio, e fino alla fine degli anni ’90, è stata affidata a laboratori di falegnameria o a singoli artigiani non in ambito teatrale; dopo quegli anni e fino al 2019 ho lavorato con Gianfranco Re, un carpentiere/costruttore di grande ingegno, un artista nel suo campo, che lavorava sia per il teatro di prosa che per i maggiori teatri d’Opera nazionali. Dopo che la Ditta Re ha chiuso per anzianità, ho iniziato, per la scenografia delle Baccanti, la nuova collaborazione con un giovane costruttore torinese che opera principalmente per il cinema e la pubblicità, ma che ha anche una certa sensibilità per le problematiche della scenografia teatrale.

Senti la necessità di trasmettere il tuo lavoro, e i principi che lo sorreggono, alle nuove generazioni?
Le nuove generazioni si affidano molto ai mezzi offerti dalla tecnologia, pur col rischio di una certa ripetitività e certamente essa prospetta nuove possibilità di sperimentazione: gli spettacoli contemporanei si avvalgono di immagini incorporee fortemente suggestive, e di strumenti con effetti sensazionali impensabili fino a pochi anni fa, creando situazioni scenografiche e illumino-tecniche di notevole impatto visivo e sonoro, a cui difficilmente i giovani potrebbero rinunciare.
Penso che oggi addirittura manchino le personalità artistiche a cui poter trasmettere il mio lascito di esperienza e di tecniche preziose, tecniche che hanno bisogno della complicità della mano.
Quale “peso” senti di avere, attraverso i tuoi allestimenti scenici e i costumi, sugli spettacoli dei Marcido?
Il mio impegno scenografico per i Marcido, che intendo come costruzione di un mondo altro, è sempre strettamente congiunto alle intenzioni della regia, intenzioni che determinano anche il disegno visivo generale della messa in scena. Nella fase progettuale ogni elemento relativo all’allestimento, compreso il costume, viene “congedato” e ammesso all’interno dello spettacolo con piena soddisfazione solo nel momento in cui la materia inorganica acquista un valore drammaturgico, un ruolo attivo. Quell’immagine “ultima” farà vibrare l’universo architettonico in sintonia con la recitazione come un organismo unico, quasi che anche quell’universo sia in grado di recitare alla pari con gli attori.
Parliamo delle “Baccanti”. Quale idea ha guidato la costruzione del palazzo di Penteo e delle altre invenzioni scenotecniche?
L’idea della struttura principale è stata quella di una città/palazzo (ovvero di un tempio/montagna, o di tutte e due le cose insieme) sezionata in due grandi carrelli mobili, in modo che sul palcoscenico potesse offrire punti di vista differenti e presentare diverse situazioni. Per le macchine sceniche secondarie mi sono diretta verso la figurazione di fatti precisi generati dal testo: l’abito per Dioniso quando si presenta a Tebe come uomo, l’altalena per la contesa tra Penteo e Dioniso, il pascolo dei buoi del Messaggero/Pastore, il travestimento del re Penteo che da guerriero si fa donna, i pezzi di Penteo sbranato etc…
Lo spettacolo punta il dito anche contro il sistema teatrale italiano, dividendolo cronologicamente in un periodo “ante” Carmelo Bene e “post” Carmelo Bene, “spartiacque indiscusso”, lo definisce Marco Isidori.
Certo che sì, esiste un ante e un post.
Negli anni ’90 collaborasti con il coreografo Enzo Cosimi, realizzando scenografie e costumi per suoi numerosi spettacoli. Cosa ricordi di quell’esperienza e cosa ti arricchì del mondo della danza?
Ho il ricordo di una grande libertà; pur all’interno della disciplina che ogni arte richiede, potevo scatenarmi slegata dal discorso rigorosissimo e coerentissimo del nostro teatro. Penso di esser riuscita a lasciare ugualmente il mio segno, con più leggerezza…
