Al debutto assoluto a Roma nella stagione di ORBITA|Spellbound. In scena Erica Bravini e Marina Bertoni
Chi ha o ha avuto figli piccoli avrà sperimentato attraverso di loro la paura del teatro. Siamo seduti accanto, l’eccitazione ci fa sorridere, ma poi le luci in sala scendono, il buio. L’esposizione, la vulnerabilità di fronte all’impensabile si rovesciano su di noi. “Cosa succede, ora?”. Il nostro piccolo compagno di poltrona scoppia a piangere.
A ben vedere, pur con tutti i filtri dati da una maggiore consapevolezza e abitudine, non tremiamo anche noi in quei momenti di buio, in cui la potenzialità (e la potenza) del futuro è pressoché totale? E se così non fosse, andremmo ancora a teatro?
Prima di questo “Finché ci trema il cuore”, al debutto assoluto a Roma nella stagione di ORBITA|Spellbound, il precedente incontro con la scrittura di Michael Incarbone era stato anche il suo esordio alla coreografia, quel “Fallen angels” prodotto da PinDoc con ALDES ma ospitato pure, in alcune sue cruciali fasi di lavoro, dal nido di Teatri di Vetro di Roberta Nicolai. E anche lì, di fronte all’aspettativa, vedere il corpo ipereducato di Erika Bravini scosso dalle movenze street-dance, nelle quali, peraltro, rimaneva aereo, portava alla leggerezza anche il ricordo del campo di battaglia di un asfalto di strada, era stato un piccolo shock.
Ora, questo nuovo lavoro, atteso magari come un approfondimento di quel segno, si rivela tralignamento, tradimento addirittura. Un ritorno alla danza danzata (non che “Fallen Angels” fosse poi altro, solo perché di diversa natura) nel solco di una tradizione ai cui strumenti Incarbone ricorre senza timidezze.
Ma cos’è “Finché ci trema il cuore”, in poche parole? – perché realmente in poche parole se ne può parlare, come si vedrà. È il susseguirsi di sei, sette scene, non sempre fluidamente cucite le une alle altre, talvolta semplicemente giustapposte, tutte nascenti dal buio, tutte nel buio destinate a spegnersi.
In scena due performer, Erica Bravini e Marina Bertoni, ora contemporaneamente, ora in momenti di assolo; pantaloni larghi blu, maglia scura coperta da un aereo top di tulle, contenuto il tutto da due altri elementi scenici decisivi.
Primo, le luci belle e astute di Danila Blasi: tre batterie di diffusori tipo Domino sui tre lati, a un metro e mezzo da terra, a isolare uno spazio scenico oltre il quale regna invece l’oscurità, e due tagli bassi di sagomatori, a intercettare poi una stratigrafia tridimensionale.
Secondo, il nobile servizio delle musiche di Filippo Lilli, che scivolano da suggestioni etno, flauti di Pan, percussioni, a sonorità più industriali, un motore che sale indefinitamente di giri, sezioni contrappuntistiche riservate alle ance. Il movimento delle danzatrici, che con queste coordinate spazio-temporali (luci-musiche) devono vedersela, lavora sempre nel senso della levità annunciato dai costumi, ora aleggiando nello spazio, presa ciascuna da un moto rotatorio, amplificato dalle braccia, ora tentennando in aree più contenute, in un tentativo ascensionale, mai veramente compiuto, attorno al quale (prima e dopo) si sbilanciano sul crinale di un confine dis-equilibrato.
Danza, semplicemente, si direbbe. Ma questa danza dimostra la propria forza proprio nei momenti teoricamente più deboli, là dove trascolora da una all’altra delle scene, da quella più terrena a quella più aerea o da questa a quella acquatica, quando l’ingresso di due lunghe canne consente a Bravini e Bertoni di alludere al placido moto di due giunche, sospinte da pertiche. È la forza di un significante che si ribadisce come discorso: torna la luce e i corpi tornano sulla scena pieni di possibilità, in un’attitudine nuova e attraverso la propria carne generano discorso, rimettono in discussione la necessità, che pareva ineludibile, di una conclusione. Un movimento di ritorno, come di risacca, che sembra andare e venire ed è invece una forma dell’esistere, in nuance e con profili continuamente cangianti. “Sempre vieni dal mare” esordiva la poesia di Pavese da cui è tratto il titolo del lavoro di Incarbone, poesia che, pure, conclude “Cosa ignota e selvaggia / sei rinata dal mare”.
Danza, troppa danza, magari, ma tale da sussistere sul palco con l’autorevolezza di un segno che non vuole imporsi come linguaggio o ricerca di linguaggio, ma significare sé stesso, qualcosa di indicibile diversamente o altrimenti. Dinamica tra presenza e movimento, tra assenza e apparizione, come quella delle onde: di questo ci parla “Finché ci trema il cuore”, e, come si diceva, è presto detto. Il giovane coreografo ha composto attraverso materiali di movimento, che devono essergli pura madrelingua, un dono disinteressato: nessuna rivendicazione di individualità o originalità perseguita come meta, nessuna tesi. Una forma di ricerca chiusa nel proprio alveo ma, paradossalmente, e proprio per questo, vicina allo spettatore.
E infatti, come la frattura operata da un linguaggio dirompente è capace di spiazzare l’osservatore accomodato su una placida poltrona per poi eventualmente farselo complice di un moto intellettuale distruttivo, la generosità di questa ricerca sul confine, che della delicatezza millimetrica dell’equilibrio mantiene la necessaria, tesa dolcezza, spiazza chi è chiamato ad assistervi per poi, subito dopo, accoglierlo con il movimento di un abbraccio.
Finché ci trema il cuore
Idea e coreografia: Michael Incarbone
Con: Erica Bravini e Marina Bertoni
Musiche originali: Filippo Lilli
Disegno luci: Danila Blasi
Collaborazione alla drammaturgia: Valeria Vannucci
Costumi: Giulia Cauti
Produzione: PinDoc
Con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” e della Regione Siciliana
Con il supporto di ALDES, Anghiari Dance Hub, ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, ORBITA | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza, Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza – Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza, Teatri di Vetro / Triangolo Scaleno, HangartFest – festival di danza contemporanea
Durata: 1h 05′
Applausi del pubblico: 2′ 30”
Visto a Roma, Teatro Palladium, il 29 aprile 2025
Prima assoluta
