Ermanna Montanari e Marco Martinelli firmano la nuova opera in tre parti che coinvolge anche stavolta la cittadinanza di Ravenna
Eccoci ancora una volta a Ravenna, dopo aver goduto la magnificenza intellettuale delle tre cantiche dantesche, ad immergerci nel nuovo progetto itinerante e partecipato del Teatro delle Albe dedicato a “Don Chisciotte”, romanzo di Miguel de Cervantes, classe 1605, in cui si narrano le avventurose vicende del famoso Hidalgo, Alonso Quijano che, dopo aver letto troppi romanzi cavallereschi, esce di testa, credendosi anche lui cavaliere, predisposto a debellare tutti i mali del mondo, ma ricevendone sempre sonore sconfitte.
Insieme a lui il fido scudiero Sancio Panza, a cui è stata promessa un’isola, e Dulcinea del Toboso, la donna ambita e solo sognata.
Durante il Ravenna Festival abbiamo avuto la possibilità di visitare le tre parti di questo vero e proprio polittico scenico, con uno sguardo ininterrotto di più di 4 ore. Quest’immersione teatrale nel capolavoro dello scrittore spagnolo, pensata come sempre da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, è infatti concepita in tre parti: alla prima, ambientata a Palazzo Malagola (dove ha sede il centro internazionale di studi sulla voce con il prezioso archivio di Demetrio Stratos), denominato il “castello incantato”, segue la seconda nel diroccato Palazzo di Teodorico, che nell’idea delle Albe rimanda a un vero e proprio castello in rovina; mentre nella terza, ambientata al Teatro Rasi, assistiamo ad un vero e proprio trionfo delle illusioni, per ridonarci il vero senso, seppur solo consolatorio, della vita.
A guidare gli spettatori erranti, due maghi: Marcus (lo stesso Martinelli), il mago che segue i fili, e una maga che li imbroglia, Hermanita (Ermanna Montanari, munita all’inizio del viaggio di una burattina). Insieme a loro in questi tre sogni Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Luca Fagioli (il mentore del fuoco, l’ombra di Orson Welles, il grande regista americano autore di un film che ha per protagonista il nostro Hidalgo), e Marco Saccomandi, che attraverserà diversi personaggi.
Attorno a questi personaggi, come è costume dei lavori del centro teatrale ravennate, centinaia di cittadine e cittadini della Chiamata Pubblica, che si mescolano con i ragazzi della Non-scuola provenienti da ogni parte d’Italia e non solo; a fare da trait d’union musicale il complesso dei Leda.

All’inizio del nostro percorso Ermanna Montanari ci invita, da un balcone, alla rappresentazione con l’eloquio mozzicato “dalla testa rotta”, inventato dal poeta cinquecentesco di Siviglia Alvarez de Soria.
Guidati da Martinelli, con in testa ramoscelli d’albero, dopo la sacra apertura del palazzo incantato, diventiamo noi gli Erranti e veniamo introdotti nel luogo in cui, in compagnia del melodioso canto di Serena Abrami che ci accompagnerà molte altre volte, un gruppo di persone “cuciono, disegnano e cantano i sogni”, uno dei quali ci è regalato e conserviamo gelosamente. E’ da lì che attraversiamo tutto il palazzo, da cima a fondo, illuminati, tra sogno e realtà, da visioni diverse che ci appaiono, all’improvviso, disseminate nel nostro tortuoso percorso: fra le altre, un campo di grano, una semplice tavola familiare, una coppia nuda seduta su un letto che guarda davanti a sé, bambini, sirene, giocattoli e una macelleria grondante sangue.
Usciti “a riveder le stelle”, ci troviamo nel giardino del Malagola, diventato una locanda in cui gli attori, con i nomi reinventati in salsa spagnola, si presentano con i rispettivi personaggi. Anche i due maghi si dichiarano, affermando però che le loro armi saranno spuntate, impotenti, davanti al dolore e all’ingiustizia del mondo.
Ed infatti davanti agli spettatori erranti è un continuo andirivieni di possibilità di cambiare il mondo, come vorrebbe il nostro cavaliere, che si scontra però con la terribile realtà che invece ci circonda: un gruppo di ragazzi si palesa con tutta la sua innocenza per gridarci in faccia sogni e speranze popolati di paure ed angosce.
Don Chisciotte, ad un certo punto, vorrebbe liberare un gruppo di carcerati, ma poco dopo saranno essi stessi a riempirlo di botte.
Sono visioni che si muovono al contrario, quelle che ci vengono incontro, in cui il nostro eroe è svillaneggiato dalle masse, e dove solo i sogni ci potrebbero salvare, finché la prima parte del viaggio degli Erranti si conclude con la fuga, con il rogo dei libri gettati dalle finestre della locanda: sono i libri della biblioteca di Don Chisciotte, uno sgarbo messo in atto dai suoi amici, il curato e il barbiere, per cercare di curare la follia dell’Hidalgo.
E’ Hermanita che ci invita a fuggire: “Cosa ci fate lì imbambolà? Non le vedete le fià? Le fiamme che si alzano in ciè. Che incendiano il mondo! Si comincia sempre così. Si comincia con quattro libretti. Zitti zitti. Un fiammiferino. Uno zolfanello. La carta non fa rumore. Brusar dieci libri. Che vuoi mai che sia? Un rogo. Un rogo sulla pubblica piazza… Si comincia col bruciare la carta. Si finisce per bruciare la carne! Si comincia con un rogo di libri. Si finisce con un rogo di donne, uomini, bambini! Scapì! Scapì!”.
Usciamo dal palazzo e, mentre ci spostiamo da loco a loco, incontriamo più volte l’artista Stefano Ricci, a disegnare mondi perduti, che si affretta subito a cancellare per crearne altri, sempre di effimera sostanza.
Dopo un breve percorso entriamo nelle rovine del castello medievale di Teodorico, passando attraverso uno stretto corridoio di muri risonanti che conducono ad un prato. Lì, introdotta da Hermanita, la minuta River Cola ci narra, incredula e tutta d’un fiato, di un mondo che per nulla è cambiato.
Solo i sogni ci potrebbero salvare, ma forse sono troppo effimeri.
Marcus intreccia i fili delle visioni che si affacciano una dopo l’altra davanti agli occhi degli Erranti, davanti al braciere curato con amorevoli gesti da Luca Fagioli, che arde al Palazzo di Teodorico, un fuoco che non solo distrugge i libri ma illumina la notte, dandoci speranza.
Così come fanno, uno dopo l’altro, gli attori attizzando il fuoco del teatro con il loro continuo esibirsi in modi e lingue diverse, con dialetti e scioglilingua, fino allo sfinimento.
Infine, dopo un modesto ma efficace ristoro a base di pane fresco, acqua e vino, eccoci alla fine di questo autentico rito, che viene ambientato in un teatro, davanti al palcoscenico del Rasi, evocato come la vera grotta di Montesinos, che Don Chisciotte, nella sua inesausta lotta contro un mondo che non gli piace, vuole trasformare.
Rivivono qui altre storie: quella di Basilio che si finge morto con un trucco teatrale, ma che risorge per sposare la sua Costanza, data in moglie al vecchio e ricco Camaccio; ma nel teatro, luogo della mente, rivivono anche i burattini del teatro di don Pedro, che Don Chisciotte, in un ultimo momento di baldanza e forza, distrugge, ben sapendo che poco dopo quei burattini risorgeranno, perché tutto è possibile in questo luogo di effimera sostanza, ma in cui qualcosa di vero e autentico ci rimane dentro.
Com’è stato possibile combattere contro i mulini a vento, qui a Ravenna è stato possibile risorgere per ricongiungersi con chi si ama, liberare carcerati, dare speranza a chi ha davanti un futuro incerto, gridando contro la violenza di chi è costretto a migrare per vivere una vita dignitosa. Pur sapendo che tutto questo è finzione.
E’ il teatro, che ha la capacità di capovolgere la realtà sconfiggendo il passato, riannodando i ricordi, come avviene in uno dei momenti più belli dell’intero percorso, quando Hermanita per un attimo ha la visione di sé giovinetta.
Alla fine del tutto, Don Chisciotte morirà (quello in carne e ossa, non il suo spirito, come lo spettacolo sta a dimostrare), con tutti gli onori e i compianti del caso, mentre il fondale si alza, scomparendo verso l’alto, e mostrando l’abside della chiesa romanica di Santa Chiara.
Ed è qua che appare agli Erranti un grande cavallo alato, dalla criniera dorata con accanto un bambino. Sarà vero? Sarà falso? Poco importa, siamo in teatro, e noi, memori della inesausta follia di Don Chisciotte, che ha posseduto anche noi, ci crediamo!
Don Chisciotte ad ardere
ideazione, drammaturgia e regia Ermanna Montanari e Marco Martinelli
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli e le cittadine e i cittadini della Chiamata Pubblica
musiche Leda
commissione di Ravenna Festival
electronics e sound design Marco Olivieri
scenografia Ludovica Diomedi, Elisa Gelmi, Matilde Grossi
disegno dal vivo Stefano Ricci
costumi Federica Famà, Flavia Ruggeri
disegno luci Luca Pagliano
direzione tecnica Luca Pagliano, Alessandro Pippo Bonoli e Fagio
coproduzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, Ravenna Festival e Teatro Alighieri
in collaborazione con Direzione Regionale Musei Emilia-Romagna e Opera di Religione della Diocesi di Ravenna
Visto a Ravenna il 6 luglio 2025
