Licia Lanera: viscerale, viva e aspra. Intervista guardando la neve

Licia Lanera (photo: Clarissa Lapolla)|Cuore di cane (photo: Clarissa Lapolla)|Il Gabbiano (photo: Clarissa Lapolla)
Licia Lanera (photo: Clarissa Lapolla)|Cuore di cane (photo: Clarissa Lapolla)|Il Gabbiano (photo: Clarissa Lapolla)

Al Teatro Herberia di Rubiera, per merito de La Corte Ospitale, abbiamo assistito a “Guarda come nevica”, una vera e propria maratona teatrale composta da tre spettacoli, realizzata da Licia Lanera. Dopo aver presentato gli spettacoli separatamente, l’artista pugliese li ha attraversati tutte e tre insieme, dando loro nuova vita in vista, si spera, di prossime tournée.
Tre creazioni di altrettanti grandi autori russi, permeate da tutta l’energica e forte presenza dell’artista: Michail Bulgakov, Anton Cechov e Vladimir Majakovskij. Uno dopo l’altro, in un filo continuo, sono passati davanti ai nostri occhi “Cuore di cane”, “Il gabbiano” e “I sentimenti del maiale”, coprodotti con il TPE – Teatro Piemonte Europa, il Teatro Metastasio di Prato e il Festival delle Colline Torinesi.

“Cuore di Cane” è un monologo allucinato con tanto di maschera, in cui il rapporto fra l’attrice e il tappeto sonoro, realizzato dal vivo da Tommaso Qzerty Danisi, rende vivido ed esemplificativo l’insano esperimento del professor Filipp Filippovič.
Ne “Il gabbiano” Lanera interpreta Arkàdina, con una seconda parte immersa nella neve in cui è solo la voce dei personaggi (in scena Vittorio Continelli, Mino Decataldo, Alessandra Di Lernia, Caterina Filograno, Jozef Gjura, Marco Grossi, Fabio Mascagni) a decretarne lo smarrimento. Infine “I sentimenti del maiale”, portato in scena con Danilo Giuva e con una band (Dario Bissanti, Giorgio Cardone, Nico Morde Crumor) che serve a rendere straziante ed intenso l’omaggio a Majakovskij e al suo suicidio, così simile peraltro a quello di Kostja, con quello sparo al cuore.
Sempre così deve morire l’intellettuale? Come il maiale che, straziato, invade la scena dello spettacolo?

Conosciamo Licia Lanera da diversi anni, fin dalla gloriosa esperienza, più che decennale, di Fibre Parallele, condivisa con Riccardo Spagnulo e terminata nel 2018.
Dopo l’approccio alla pasoliniana “Orgia” e alla fiaba con “The Black’s Tales Tour”, Lanera si è letteralmente gettata in questo nuovo percorso, che ha denominato“ Guarda come nevica”. Cominciamo la nostra intervista da qui.


Perché questo titolo? Non sarà solo perché, ad un certo punto, una fitta nevicata, cadendo ininterrottamente, copre tutto il palco e anche, simbolicamente nel “Gabbiano”, il personaggio di Kostja…
La neve, per una come me, che l’ha vista poche volte nella vita, è insieme incanto e disagio. Nel 2017, poco prima di iniziare a scrivere la trilogia appunto, a Bari ci fu una fortissima nevicata, una cosa assurda. La città si paralizzò e cadde in un silenzio surreale: niente autobus, negozi chiusi, niente auto. Bari non è una città preparata alla neve! Uscii di casa, rischiando di scivolare di sedere a terra continuamente, per godermi lo spettacolo: sembrava di essere su un altro pianeta.
Questa emozione di stupore e bellezza, mista a desolazione, l’ho registrata in qualche luogo della mia anima e del mio corpo, per poi venire fuori mentre scrivevo il progetto, qualche mese dopo, a fine 2017. Mi è sembrato che traducesse bene il senso di questo lavoro.

Il Gabbiano (photo: Clarissa Lapolla)
Il Gabbiano (photo: Clarissa Lapolla)

Nella messa in scena de “Il Gabbiano” il tuo corpo, così presente negli altri due lavori, si è come sospeso, mettendosi al servizio degli altri. Quali sono state le difficoltà che hai trovato in questo senso? Quali tue sottolineature hai voluto dare al capolavoro di Cechov?
Nel mio lavoro sono stata sempre divisa tra il mio ruolo d’attrice e quello di regista e, a seconda di come va il mio umore e la mia vita, mi sento più vicina all’uno o all’altro, pur praticandoli comunque sempre contemporaneamente (tranne in rare occasioni).
Nel 2019 la mia attenzione era molto dedicata alla regia, per cui l’idea di dividere lo spazio e fare anche un passo indietro rispetto ad un ruolo centrale, non mi dispiaceva affatto. Oggi, col senno di poi, mi dico che il ragionamento che feci all’epoca non era del tutto giusto. Cioè, mi sono lasciata molto spaventare dall’opera, dal confronto con alcuni teatri importanti, dimenticando un po’ quella che sono io, come essere umano e come performer, in nome di un “si fa così”.
L’idea di arrivare all’osso del testo cechoviano, liberando la parola nella sua totale semplicità nei primi tre atti, e poi amplificandola e ghiacciandola nel quarto, mi sembra ancora oggi una scelta giusta. Era questo che volevo: far volare una parola secondo me perfetta, attualissima e struggente. Ma con il senno di poi, mi dico che, per tornare alla questione del mio corpo, Nina avrei dovuto interpretarla io: era quello che desideravo fare e non ho fatto per stupide ragioni biografiche e formali. Oggi mi è chiaro che la mia poetica passa anche e soprattutto attraverso il mio corpo; scindere la mia performance e la regia, come se fossero due cose separate, due scompartimenti stagni, è una grande cazzata!

Sembra di vedere, nei tre lavori, un unico filo rosso che li collega: il ruolo dell’intellettuale. È così? E come vedi il suo ruolo in questo momento?
L’inizio della trilogia coincide con la fine ufficiale di Fibre Parallele e la nascita della Compagnia Licia Lanera. In questa mia nuova vita teatrale, era inevitabile per me pormi delle domande sulla mia poetica, sul mio ruolo, sul mio modo di lavorare in solitaria. In questi tre spettacoli il ruolo dell’intellettuale/autore è declinato in modi diversi ed io mi ci sono riconosciuta in ognuno di loro, mi sono nutrita di queste riflessioni, per riflettere su di me. Da qui la scelta di confrontarmi con tre forme letterarie diverse e tre autori molto diversi tra loro; questa varietà mi ha permesso di riflettere su di me e sul rapporto che questo mio essere ha con la società. Non mi definisco una intellettuale, ma di certo mi riconosco e rivendico la parola artista, ruolo ormai totalmente marginale nella società post pandemica.
La trilogia comincia infatti con la sofferta lettera di Bulgakov a Stalin, e finisce con le frustrazioni di una teatrante quasi quarantenne ridotta ad uno stato di immobilità forzata e in preda alle proprie crisi creative.

Cuore di cane (photo: Clarissa Lapolla)
Cuore di cane (photo: Clarissa Lapolla)

Perché la musica, e questa musica, è così importante nel tuo teatro?
Amo la musica. Posso dire di amarla forse più del teatro. Ma tutte le volte che ho provato, da piccola, a imparare a suonare uno strumento o a studiare canto, nonostante gli sforzi sovrumani che facessi, veniva fuori irrimediabilmente la mia scarsa attitudine alla cosa. Mentre il teatro, fin da ragazzina, mi è parsa la cosa più semplice del mondo, perciò ho scelto il teatro. L’incontro con Qzerty per “The Black’s Tales Tour” è stato fondamentale per ritrovare questo mio amore per la musica, in un modo altro. Posso dire che oggi, recitare con un microfono in mano è la mia condizione ideale; il mio percorso vocale è in continua ricerca e vorrei dedicare in futuro ancora tanto spazio al rapporto tra la mia parola e la musica. Mi sembra che sia un modo per affondare ancora di più nel significato, nell’emozione della parola recitata. In questo “La nuvola in calzoni” di Majakovskij, alla fine de “I sentimenti del maiale”, è esemplare: la musica mi serve per arrivare in fondo a quello strazio, per rendere pura come cristallo quell’emozione.

Il tuo è un teatro viscerale, in questo senso – se posso permettermi – ti assomiglia. Si nutre di carne viva ma anche di asprezze. Ne convieni?
Il mio teatro sono io. Non esiste posto in cui io sia più sincera e nuda. E probabilmente sono così come dici tu: viscerale, carne viva e aspra.

Cos’è rimasto di Fibre Parallele nella compagnia Licia Lanera?
Io oggi sono il risultato dell’incontro con Riccardo e dell’esperienza con Fibre Parallele. Per cui è facile ritrovare molti punti in comune tra i due percorsi. Però sono anche cresciuta tanto, come essere umano e come artista, per cui Fibre Parallele è come una memoria perenne, un fantasma che spesso appare nei teatri in cui vado a creare o a recitare. Del resto si sa che il teatro è luogo di fantasmi.

Quali saranno le tue prossime fatiche teatrali? Tarantino e poi?
Ho tre lavori in cantiere. A maggio debutterà uno spettacolo che vede in scena Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva, in cui io faccio la regia. E’ un testo mai rappresentato in Italia, della drammaturga francese Pauline Peyrade che si chiama “Con la Carabina”, che parla di violenza tra uomo e donna. A novembre invece debutterà il mio Tarantino, e non vedo l’ora! Poi sto scrivendo uno spettacolo nuovo, che debutterà nel 2023. Si intitola “James”, in scena ci sono una decina di attori dai 25 agli 85 anni, e parla di immortalità. Di più, datti pace Mario, non svelerò!

In questi giorni sta andando in scena al Piccolo Bellini di Napoli “76. Il crollo dell’impero romano d’occidente”, che hai scritto e diretto assieme a Pier Lorenzo Pisano e vede in scena Matilde Vigna, Federica Carruba Toscano e Alfredo Angelici. E’ il risultato del progetto Zona Rossa Bellini: 76 giorni chiusi in un teatro, senza poter mai uscire, con le telecamere che riprendevano e mandavano in streaming tutte le vostre prove. Parlarcene brevemente.
E’ stata un’esperienza importante per noi che l’abbiamo attraversata, molto meno per il teatro italiano che l’ha guardata con sufficienza, totalmente ignorata dalle istituzioni. Volevamo protestare contro la chiusura dei teatri, volevamo che si vedesse in streaming il processo creativo e quanto sia difficile fare uno spettacolo, volevamo interrogarci su una serie di questioni dell’arte. Alla fine ci siamo interrogati sulla nostra vita. Lo spettacolo, se così lo si vuole chiamare, è una narrazione, una testimonianza della nostra reclusione, una confessione di tutte le nostre brutture là dentro, dal disfacimento del corpo alla paura di non essere amati. Visto oggi lo spettacolo, a due anni dall’inizio della pandemia e a un anno dal progetto, fa un certo effetto, devo essere sincera. Del resto la reclusione ha riguardato tutti. Andrà in scena fino al 30 gennaio; se potete andateci.

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