Luci e ombre nei testi selezionati dal trimestrale diretto da Claudia Cannella. Che certifica il talento di Usine Baug (con i fratelli Maniglio) e Valentina Dal Mas
Qual è lo stato di salute della scena under 35 in Italia? Quali temi colpiscono la nuova generazione di drammaturghi? C’è un rinnovamento nelle idee e nei linguaggi registici e attoriali?
Qualche indizio lo offre Hystrio festival. Che per il terzo anno consecutivo propone, all’Elfo Puccini di Milano, una vetrina per i giovani artisti nostrani. Dieci spettacoli scelti da redattori, critici e collaboratori del trimestrale diretto da Claudia Cannella, sguinzagliati lungo la penisola. Sei letture sceniche, selezionate con la supervisione di Tindaro Granata. Una settimana di appuntamenti settembrini.
Al termine del festival, le sensazioni sono ambivalenti. Da una parte apprezziamo una scrittura vivace e immediata, capace di intercettare il gusto di un pubblico sbarazzino. Dall’altra, riscontriamo una capacità spesso epidermica di approcciare il presente: poca originalità nella scelta dei temi; scarsa ricerca sui linguaggi; rari guizzi registici; recitazione a volte di maniera. Ci si innamora di uno stile, senza necessariamente metterlo al servizio delle drammaturgie. Qualche lacuna tecnica, anche: la sensazione è che a volte si by-passi quel minimo sopralluogo del palco e della sala, per adattare – agli spazi e alla fruibilità – scene, luci, suoni, oggetti.
Tornando alla scrittura: anche se tagliente, sembra talvolta mancare di sfumature; strizza l’occhio alla stand-up comedy; punta all’applauso di una claque connivente. Come se cercasse una vetrina, appunto, e non nascesse da un’urgenza. Raramente usciamo dalla sala con un’emozione, una riflessione, un’informazione nuova. Ancor meno, con un sobbalzo.
Partiamo dalle cose migliori. “Ilva Football Club”, di Usine Baug e Fratelli Maniglio, con Fabio e Luca Maniglio, Ermanno Pingitore, Stefano Rocco, Claudia Russo, è lo spettacolo più riuscito della rassegna. Lo avevamo apprezzato un anno fa a Campo Teatrale. Tornerà in stagione proprio all’Elfo, tra il 10 e il 15 dicembre. Vi invitiamo a non perdete questo gioiello, che rivela la tragedia di una fabbrica e di una città.
Teatro civile e onirico. Teatro fisico e d’inchiesta. Qui c’è Taranto, il suo sogno e le sue lacerazioni. C’è uno Ionio senza orizzonte, e un inquinamento senza ritorno. C’è la diossina, il ricatto “lavoro o morte”. Ci sono gli ulivi sempre più spogli, le polveri sottili intrise di minerali tossici. Ci sono i tumori. C’è il dolore di utopie che s’infrangono, e vite che si spezzano. È l’epopea all’incontrario di un Sud che ha tradito la campagna con l’industria, e ha perso innocenza e salute. Ci sono le testimonianze e le denunce. I mercanti di morte si chiamano impresa e Stato, e hanno nomi e cognomi.
Semplicissimi effetti coreografici dai risvolti sinistri puntellano questo lavoro che commuove e fa pensare: mulinelli di cenere, bandiere come fiamme, palloni da calcio che volano, e diventano invisibili come la speranza.
Malattia e ingiustizia consumano vite piccolissime. Che si accendono su fiabe calcistiche e mitologie periferiche, troppo belle per essere vere.
Il sogno non s’infrange in “Luisa”, di e con Valentina Dal Mas (produzione La Piccionaia), spettacolo di danza vincitore del Premio Scenario Periferie 2023. Una donna fragile trova integrità e bellezza attraverso l’amore, l’arte, il sogno, e altri occhi femminili da cui essere riconosciuti. Una rosa a bagno in un vaso. Una sedia che è zavorra e barriera.
Un turbine agita il palco e scuote la sala. Una voce incerta diventa vortice e volo. Un corpo intorpidito s’innalza sui propri limiti. E decolla come i personaggi celesti di Chagall, sulle note di Antonio Vivaldi.
Interessante “Joanna Karol Paul”, testo e regia di Giulia Massimini, con Ilaria Ballantini, Giovanna Giardina e Andrea Triaca. Due ragazze innamorate; arriva un ragazzo come terzo incomodo; nasce un triangolo pericoloso. Tre giovanissimi, i loro disturbi e turbamenti, i loro rapporti liquidi. La disponibilità ad amare tutti per l’incapacità di amare sé stessi. L’assenza di progetti. La paura di una stabilità che assomigli troppo alla staticità, e quindi alla quiescenza. La passione per la scrittura o per la danza come vie d’uscita da un nichilismo avvilente. Domande esistenziali. Risposte dolorose. Possibilità mai sfruttate appieno. Il terrore di mettere al mondo una nuova vita prima di aver imparato a vivere la propria. Il tentativo velleitario di farsi carico delle ipocondrie altrui, per non guardare in faccia i propri tormenti. L’epilogo è una buona dose di cinismo.
Tanti gli spunti di questo lavoro, pur con qualche ridondanza drammaturgica, piccole ingenuità registiche ed episodiche esasperazioni recitative.
Convince “La tragedia di Riccardo III”, traduzione e adattamento di Gianluca Bonagura ed Elvira Buonocore, ideazione, scene, suoni e regia dello stesso Bonagura. Anche se a volte si fatica a seguire il filo intricato e solipsistico della narrazione.
In scena Edoardo Sorgente dimostra di possedere i ferri del mestiere. Teatro delle piccole cose. Un uomo solo, in punto di morte, che ripensa alla propria vita tra ricordi e ironia. Come il rewind di un film. Fumo in scena, e fumi nella mente obnubilata. Pochi oggetti disseminati sul palco, e la capacità del teatro di trasfigurarli. Il rumore del mare ad accompagnare il riflusso della memoria. Una mensa che è altalena come il potere. Come la vita. Se Don Chisciotte trasformava i mulini in nemici, questo Riccardo non è da meno: il fratello è un pesce rosso, la madre un piatto di carne, i nipoti delle merendine.
Quando si muore si è sempre un po’ soli. Qui follia, humour e immaginazione sono vie d’uscita allo sconforto, ed espedienti per restare aggrappati al volo effimero della vita.
Shakespeare è il punto di partenza anche per “Dopo la tempesta” di Francesco Toscani, con Monica Bonomi e Fabrizio Calfapietra diretti da Andrea Piazza (produzione Teatro Out Off). Due solitudini tra i grattacieli e le panchine di Milano. Si parte da un parco giochi, rigurgito di un’infanzia perduta e dei suoi colori. La fatica di vivere, e di coltivare l’innocenza. Una donna matura, imprigionata in Ariel e come Ariel, personaggio fatato della “Tempesta”, da lei interpretato in un passato onirico. Questa donna senza tempo, magicamente, trova ogni giorno espedienti per sopravvivere. Poi incontra un ragazzo, che ha perso casa e lavoro.
Stare insieme per piacere o per necessità. Soccorrersi nel momento del bisogno. Personaggi surreali: la regia li valorizza con giochi d’ombra e ombre cinesi. Ma la vita non è una fiaba, e non sempre arriva l’happy end.
Un po’ arzigogolato l’intreccio tra la commedia elisabettiana e il presente grigio e meneghino. Ma gli espedienti scenici e l’interpretazione generosa degli attori preservano quell’alone di mistero.
Anche la magia di un rapporto di coppia può esaurirsi. In “end-to-end” Andrea Dante Benazzo (progetto condiviso con Laura Accardo) scartabella la durata di un amore 2.0 attraverso una chat whatsapp di ottomila pagine e tre milioni di caratteri. Parole vivisezionate, praticamente i lemmi dell’intero vocabolario della lingua italiana. Neanche fosse la “Divina Commedia”. Una profonda nostalgia, e il tentativo di custodire quell’amore facendone riecheggiare i dialoghi perduti in altre coppie vive (e forse vegete) di innamorati che le rileggono e interpretano in video, corredandole delle proprie riflessioni.
Piccola storia triste, nei cui tratti ci potremmo riconoscere. Ma non basta a trasmettere emozioni. Quasi sempre la vita reale rimane al di qua dell’arte. Quasi mai può competere con la letteratura.
E non basta neppure il ricorso gratuito all’inglese in un titolo a sedurre. “Witch is”, progetto creativo di Virginia Landi, Francesca Mignemi ed Eleonora Paris, esplora la figura della strega, soprattutto dal punto di vista sonoro. Lo spettacolo è un concerto rock (musiche e sound design di Andrea Centonza) di filastrocche e ritmi, formule magiche e riti. Chitarra e microfono. Luci tetre, e un’atmosfera notturna e demoniaca anche grazie ai costumi plumbei di Rossana Gea Cavallo. Cantilene, rime, assonanze, pronunciate da creature beffardamente lugubri. Peccato che a livello attoriale (con Paris, Giorgia Iolanda Barsotti e Cristiana Tramparulo) manchino le gradazioni e il sentimento, e che regia non faccia rima con drammaturgia. Questa saga delle streghe diventa fiera dei luoghi comuni. E non sdogana nuove megere, nuove eresie, nuovi inquisitori. C’è forse un’estetica, ma fine a sé stessa.

“Il canto del bidone”, produzione Scarti, drammaturgia Alice Sinigaglia e Elena C. Patacchini, regia della stessa Sinigaglia, è la storia di una vita che nasce, cresce, e deve fronteggiare una serie di condizionamenti e manipolazioni. Fuori, il mondo assomiglia a una pattumiera. E forse è così: quei bidoni della differenziata sono una metafora della nostra esistenza. E così sarà fino alla fine, come recita il brano secentesco “Passacaglia della Vita”, sigillo prezioso ma decisamente fuori contesto del lavoro. Ci sono buone idee di partenza in questa farsa interpretata da Caterina Rosaia, Davide Sinigaglia e Tommaso Pistelli. Si prova a mettere insieme Kafka e Orwell. Manca tuttavia un graffio, e soprattutto una coerenza drammaturgica e un’idea forte nella regia. Si resta in superficie. Le varie tessere sono disposte in maniera rabberciata. Non riusciamo a intravedere l’opera, e neppure l’insieme.
“Afànisi”, premiatissimo spettacolo di Crtrl+Alt+Canc (coproduzione Campania Teatro Festival), è una parodia del teatro cosiddetto impegnato, fatto di niente e con niente, che gioca con le nostre illusioni. Immaginiamo quello che non c’è. Vediamo ciò che non esiste. Afànisi in greco significa “scomparsa”, e nella psicanalisi lacaniana rimanda alla sparizione del desiderio sessuale. In scena (con Raimonda Maraviglia, Francesco Roccasecca e ancora Manuel Severino) Alessandro Paschitto, autore anche di testo e regia, allestisce un lavoro brioso che scuote la sala con continue domande che richiedono una partecipazione attiva degli spettatori, e fa tutt’uno di palco e platea. Ottima idea. Manca però uno step: quello capace di disorientare il pubblico e metterlo realmente in crisi. Al di là di considerazioni ovvie, che lo spettatore medio è già capace di fare da solo.
Rimane infine sostanzialmente inesplorato il rapporto tra amore e paura in “Tre liriche” di Eat the catfish, drammaturgia e regia di Jacopo Neri, in scena con Dario Caccuri e Chiara Ferrara. Si rimane nel convenzionale quanto alla narrazione di amori che devono fare i conti con l’angoscia che possano finire. Se sul piano registico è interessante la volontà di esplorare il binomio in oggetto intersecando prosa, poesia ed espressività sonore, raramente gli attori riescono a cambiare ritmo e registro. E quindi non esplorano la gamma di sentimenti ed emozioni, dal tragico al comico, che caratterizzano uomini e donne quando innamorati o alle prese con un amore che sfiorisce. Ma perché non provare a chiedersi come un testo del genere lo avrebbero interpretato Anna Magnani, Walter Chiari, Franca Valeri?
Doveroso un cenno alle nuove drammaturgie, con letture a tavolino organizzate dall’ottimo Tindaro Granata.
Sapidissima la verve di Caterina Filograno in “Oleandra”, testo sull’Intelligenza Artificiale.
Pieno di paradossi “Non credo al sole” di Matteo Camerini, geniale e rapida sequela di nonsense e sillogismi capovolti. Folle e maniacale “Semi-arredato” di Giacomo Fava. “Per una sfoglia perfetta” di Elisa Ciofini svela in crescendo la viltà che si annida dietro il perbenismo borghese. “Il tabù” di Vittorio Perrucci rivolta il dito nella piaga degli assilli che minano la nostra tranquillità. Magnetico “Pelle” di Chiara Arrigoni, racconto a scatole cinesi con qualche colpo di scena fantasy. Sempre sul pezzo Alberto Fumagalli con “Un ratto”, racconto titanico con echi kafkiani; con la preghiera di non innamorarsi delle parole: «nulla di troppo» è monito imprescindibile, per evitare la “peste” della letteratura. Infine “Far Far West West”: un giallo ricco di misteri e retroscena, che certifica il talento di Riccardo Favaro.
