Teatro Koreja e Vacis per “X di Xylella”, l’urlo muto di donne e ulivi

X di Xylella (ph: Eduardo De Matteis - Archivio Koreja)
X di Xylella (ph: Eduardo De Matteis - Archivio Koreja)

Al Puglia Showcase 2025, tra gli ulivi feriti del Salento e la memoria di Carlo Formigoni, Gabriele Vacis, Letizia Russo e Lucia Raffaella Mariani costruiscono un rito corale fatto di terra, Bibbia e bellezza

Nel cuore del Salento, fra ulivi sventrati e memorie millenarie, “X di Xylella – Bibbia e Alberi Sacri” non è solo uno spettacolo teatrale: è un rito sacro, un’azione corale di sorellanza e rinascita, un’invocazione alla terra madre ferita, violata, mai sconfitta.

Sotto la regia di Gabriele Vacis, e grazie alla scrittura condivisa con Letizia Russo e Lucia Raffaella Mariani, Teatro Koreja mette in scena un’opera che vibra di dolore e bellezza. Un’ode alla vita che passa attraverso la morte, al femminile che cura, canta e resiste.

L’epidemia vegetale che ha distrutto oltre 21 milioni di ulivi – oltre cinque volte la popolazione della Puglia – è il cuore drammatico dell’opera. Ma non è cronaca, né denuncia. È trasfigurazione poetica. È preghiera teatrale.
Come gli ulivi, anche le donne in scena portano cicatrici invisibili. La Xylella diventa metafora della devastazione silenziosa ma sistemica che attanaglia i corpi, le identità, i legami e i paesaggi. Eppure, non c’è pianto. C’è inno. C’è danza. C’è canto.

Sul palco, sei giovani donne. Sei vestali tra mito, Mediterraneo e resistenza. Sembrano sacerdotesse greche, dee minori di un culto perduto, con costumi firmati Lilian Indraccolo, che fondono classicità e ruralità, fragilità e autorevolezza.
Hanno legami con Serbia, Sud Tirolo, Francia, con puntate ideali nella Berlino della filosofia e del pensiero. Ma tutto torna sempre qui, nel Tacco d’Italia, nella terra rossa e ferita del Salento, dove la pietra si impasta alla linfa e la memoria scorre nell’olio.

Le attrici – Chiara Dello Iacovo, Luna Maggio, Emanuela Pisicchio, Kyara Russo, Maria Tucci, Andjelka Vulic – non interpretano, incarnano. Pregano, soffrono, vegliano. Danza e canto diventano atti liturgici, a metà tra oracolo e mormorio popolare.
Le scenografie di Roberto Tarasco sono un piccolo capolavoro soft: quelle tende leggere, bianche, sono veli, baldacchini, zanzariere, trasparenze e nascondimenti. Svelano lembi di corpi, simboli, identità, come nel più solenne dei cerimoniali esoterici.
I teli si annodano, si alzano, si intrecciano fino a diventare un ulivo chiaro, splendente, che rinasce come un dio bambino. È il gesto teatrale più potente: la pianta millenaria – come quella di Alliste, 1600 anni, sei quintali d’olive 90 chili d’olio all’anno – che torna a vivere grazie al gesto rituale femminile.

Lo spettacolo è denso di riferimenti biblici, in particolare al popolo nomade di Abramo e Giacobbe, al loro perpetuo andare e tornare. In fondo, anche “X di Xylella” è un continuo migrare di immagini, suoni e significati, fra sacro e pagano, fra terra e cielo, fra esodo e riflusso.
È un’opera profondamente mediterranea, fatta di sincretismi culturali, dove il Salento è punto d’origine e di convergenza. Dove il Sud, come sempre, respinge e accoglie. Dove la morte ha il volto della luce, e il lutto non è mai chiusura, ma inizio di qualcosa d’altro.

Forse la parte più commovente dell’opera sono i canti a cappella, che ricordano litanie grecaniche, nenie antiche, pizziche e tarante in forma corale. Sono canti di guarigione, di ventre e di voce, capaci di raccontare tragedie millenarie in tre note spezzate.
In quei cori c’è la Magna Grecia che ritorna, c’è una spiritualità atavica, precristiana, ma accogliente come il Sud sa essere. Anche il canto, come il velo, nasconde e rivela. Anche il canto, come l’olio, unge, cura, consacra.

“X di Xylella” non è uno spettacolo sull’estinzione. È una celebrazione della vita, della natura che ancora resiste, che si rigenera nei corpi giovani e consapevoli, nella memoria orale, nelle radici che sanno flettersi ma non spezzarsi.
Come afferma una delle frasi più potenti in scena: “Ogni lutto è un congedo. Ogni congedo è una nascita.”
In questo, l’opera è una lezione potente. Non sul teatro. Ma sulla resilienza. Sul Sud. Sul femminile.

Portato in scena al Teatro Grassi di Cisternino nell’ambito del Puglia Showcase 2025, rassegna dedicata al maestro Carlo Formigoni – che per quarant’anni ha fatto del teatro un presidio fra trulli, ulivi e silenzi della Valle d’Itria – lo spettacolo è stato tra i momenti più alti e poetici della manifestazione.
Non ha bisogno di scenari roboanti, né di effetti speciali. Si affida alla parola sacra, alla danza malata, ai gesti sospesi, ai silenzi. È teatro povero e spirituale, ma anche profondamente contemporaneo. È una riflessione su come si può celebrare ciò che muore, senza cadere nella rassegnazione.

“X di Xylella” è un’esperienza, non solo uno spettacolo. Un’opera che entra sotto pelle e che lascia segni – come il batterio negli ulivi, ma in questo caso segni di luce. È teatro che guarisce, come facevano le sacerdotesse nei templi. È memoria, danza, canto, fede.
È il Sud che racconta sé stesso, non con il lamento, ma con la forza di chi sa che, anche dopo la morte, la linfa può tornare a scorrere.

X di Xylella – Bibbia e Alberi Sacri
Con: Chiara Dello Iacovo, Luna Maggio, Emanuela Pisicchio, Kyara Russo, Maria Tucci, Andjelka Vulic
Regia: Gabriele Vacis
Scenofonia e allestimenti: Roberto Tarasco
Drammaturgia: Lucia Raffaella Mariani, Letizia Russo, Gabriele Vacis
Assistente alla regia: Lucia Raffaella Mariani
Cura dei cori: Enrica Rebaudo
Consulenza e coordinamento artistico: Salvatore Tramacere
Tecnica: Alessandro Cardinale, Mario Daniele
Costumi: Lilian Indraccolo
Produzione: Teatro Koreja
In collaborazione con: Potenziali Evocati Multimediali
Foto: Eduardo De Matteis / Archivio Koreja
Si ringrazia: Stefano Martella

Durata: 1h
Applausi del pubblico: 2’30”

Visto a Cisternino, Teatro Paolo Grassi, il 3 luglio 2025

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