“La tempesta” oltre il silenzio: Giuseppe Scordio fra teatro e cinema

Dalla locandina del film
Dalla locandina del film

Dal 24 al 29 aprile a Milano, il film di Giuseppe Scordio prodotto da Spazio Tertulliano e IBeHuman rilegge Shakespeare in chiave contemporanea. Nel cast, Gianni Quillico, scomparso il 19 aprile

Dalla letteratura al teatro al cinema. Dall’epoca giacobiana a quella Covid. Girato in uno dei momenti più sospesi e fragili della recente storia collettiva, “La Tempesta”, trasposizione cinematografica da William Shakespeare, film diretto da Giuseppe Scordio e Attilio Tamburini (con la sceneggiatura dello stesso Scordio) nasce nel 2021 a Ischia come risposta artistica a un silenzio forzato. Quello del lockdown intermittente e delle mascherine. Quello dei teatri chiusi e riaperti a singhiozzi. Con gli attori rimasti senza scena e senza pubblico.

È proprio da questa sottrazione che prende forma un’opera che tenta, con ostinazione e sensibilità, di restituire corpo e respiro al teatro attraverso il linguaggio del cinema. Non si tratta di una semplice trasposizione, ma di una fusione cercata – a tratti forzata, ma sincera – tra due linguaggi.
Il progetto prodotto da IBeHuman e Spazio Tertulliano (e qui sarà presentato dal 24 al 29 aprile) si configura infatti come un’opera ibrida tra teatro e cinema, sviluppata durante il lockdown come atto di resistenza artistica. Esso mantiene una forte matrice teatrale, lavorando sulla centralità della parola e sulla costruzione drammaturgica.

Gli scenari sono naturali. Dominano. Non fanno da sfondo, ma da presenza viva. Ischia diventa isola arcaica, quasi fuori dal tempo: rocce scabre, grotte, mare aperto, cielo mobile, acqua cristallina. Sembrano gli sfondi dell’”Odissea” diretta da Franco Rossi nel 1968. Pochissimi elementi architettonici, essenziali, spogli. La natura occupa lo spazio, lo reclama. L’uomo vi si muove con cautela, come un intruso smarrito tra passato e presente.
La macchina da presa insiste su questo rapporto. Le inquadrature – spesso soggettive, oppure spinte dall’alto o dal basso – cercano continuamente un dialogo tra corpo e ambiente. I movimenti degli attori (con Scordio, nei panni di Prospero, Zoe Pernici è Ariel, Jasmine Monti è Miranda, Alberto Baraghini è Calibano, Gonzalo Alberto Mancioppi è Alonso, Gianni Quillico è Gonzalo, Stefano Annoni è Ferdinand, Enzo Giraldo è Antonio, Gustavo La Volpe è Sebastiano, Maddalena Scordio è Miranda bambina) si intrecciano con quelli del vento. Il ritmo delle onde dialoga con i fruscii. Non c’è mai una separazione netta: i sentimenti passano anche attraverso gli elementi.

Un'immagine dal film
Un’immagine dal film

Il film vive di attese e di sospensioni. Silenzi pieni, attraversati dal ritmo della natura. Uccelli, fischi, vento, acqua: la colonna sonora naturale è costante. A questa si sovrappone una musica costruita con attenzione da Franco Paravicini ed Ekaterina Shelehova, con la partecipazione di Clara Zucchetti: inizialmente metallica, quasi disturbante, poi sempre più distesa e strumentale, fino a sostituire a tratti la parola, commentandola e anticipandola.

Gli attori, provenienti da una solida formazione teatrale, affrontano un terreno complesso. Cercano una recitazione che non sia declamazione pura, ma nemmeno naturalismo cinematografico: una via intermedia non sempre uniforme, ma certo efficace. Il tentativo è evidente: mantenere il peso del testo shakespeariano senza irrigidirlo troppo.
I costumi creati da Sasha Nikolaeva contribuiscono alla sospensione temporale. Non c’è una precisa collocazione storica: tutto appare felicemente fuori asse. Anche i colori lavorano in questa direzione – scialbi, smorzati, tendenti al bianco e nero – come filtrati da una memoria o da un sogno. Il risultato visivo è coerente e coraggioso, perché rinuncia alla spettacolarità facile per costruire un’atmosfera rarefatta e ombrosa.
C’è qualcosa di profondamente classico in questa operazione: un richiamo a certe trasposizioni dell’epica mediterranea, in cui il mito si intreccia con la fisicità del paesaggio. Anche qui si percepisce una dimensione quasi divina, ingessata, non esplicita ma diffusa, come se l’isola fosse abitata da presenze invisibili.

Il cuore resta quello della “Tempesta”: tradimento, isolamento, desiderio di giustizia, fino alla riconciliazione. In alcuni punti il percorso dei due gruppi di naufraghi appare diseguale, e quello di Calibano risulta compresso e risolto con eccessiva rapidità, riducendo la complessità di una figura che in Shakespeare incarna tensioni profonde tra natura, dominio e identità. Prospero, figura centrale, si muove come un regista dentro il suo stesso film: controlla, osserva, dirige, ma è anche attraversato dal dubbio.
Il tema della solitudine assume un peso nuovo se letto nel contesto della pandemia. Non è solo condizione narrativa: diventa esperienza condivisa. Gli artisti coinvolti, come molti lavoratori dello spettacolo, hanno pagato un prezzo altissimo a quel periodo. Questo film ci restituisce quella ferita.

Le energie impiegate sono evidenti. Non c’è nulla di freddo o meccanico: ogni scelta sembra nascere da un’urgenza reale, da un bisogno concreto di continuare a creare, pur tradendo in alcune parti l’originale shakespeariano.
Dal punto di vista cinematografico, l’attenzione all’inquadratura è costante. Ogni scena cerca un equilibrio tra estetica e significato. I corpi dialogano con linee naturali – orizzonti, pareti rocciose, aperture di luce, distese marine – e i movimenti interiori trovano corrispondenze visive: smarrimento e stordimento diventano spazio.
Alcuni passaggi risultano discontinui. L’amalgama tra teatro e cinema comporta inevitabili attriti. Ma proprio in queste frizioni si intravede la vitalità del progetto.

Giuseppe Scordio
Giuseppe Scordio

È un’opera che non punta alla perfezione formale, ma alla verità di un momento. Alla necessità di esistere nonostante tutto.
Nel suo insieme, il film di Scordio restituisce una “Tempesta” intima e collettiva insieme: un cataclisma del mondo e dell’anima, in cui il caos iniziale lascia spazio a una possibile ricomposizione. E forse è proprio questo il suo risultato più convincente: trasformare una condizione di blocco in movimento. Il silenzio è racconto, l’isolamento un gesto condiviso. Con gli strascichi di una ferita mai del tutto rimarginata.

A margine, il film assume oggi anche un valore ulteriore: tra i suoi interpreti figura Gianni Quillico, presenza autorevole del teatro italiano e voce inconfondibile del doppiaggio. La sua scomparsa, avvenuta proprio in questi giorni, conferisce a questa “Tempesta” una risonanza ancora più intima: resta, nelle immagini e nella parola, la traccia di un attore capace di attraversare i linguaggi con misura e profondità.

LA TEMPESTA
Regia Giuseppe Scordio, Attilio Tamburini
Sceneggiatura Giuseppe Scordio
Traduzione Gabriele Baldini © Gabriele Baldini Estate
By arrangement with The Italian Literary Agency
Durata 85’
Produzione IBeHuman – Spazio Tertulliano (2021 – post-produzione 2025)
Direzione della fotografia Francesca Mantero
Montaggio Cristian Dondi
Colonna sonora Franco Paravicini, Ekaterina Shelehova
con la partecipazione di Clara Zucchetti
Costumi Sasha Nikolaeva
Assistente alla regia e alla direzione artistica Gianfilippo Maria Falsina Lamberti
Cast:
Prospero — Giuseppe Scordio
Ariel — Zoe Pernici
Miranda — Jasmine Monti
Calibano — Alberto Baraghini
Alonso – Alberto Mancioppi 
Gonzalo — Gianni Quillico
Ferdinand — Stefano Annoni
Antonio — Enzo Giraldo
Sebastiano — Gustavo La Volpe
Miranda (bambina) — Maddalena Scordio

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