Le Troiane di Artpolis e DAH Theater: canto funebre al femminile contro la guerra

Ph: Alessandra Bibbiano
Ph: Alessandra Bibbiano

Il teatro balcanico trasforma la tragedia di Euripide in una denuncia dolorosa, nel cuore delle guerre di oggi: Gaza, Srebrenica, il Mediterraneo

Lecce, Manifatture Knos. La scena è buia. Il silenzio è teso, lunare. La luce non arriva mai davvero. Solo bagliori notturni, gabbie di luce che imprigionano corpi e volti. Sul palco non c’è speranza. Solo memoria, dolore, testimonianza.

“Le Troiane (Women of Troy)”, produzione congiunta di Artpolis (Kosovo) e Free Lences (Serbia), porta al festival Tempora Contempora una riscrittura tagliente della tragedia di Euripide. Non un adattamento filologico. Piuttosto, un affondo. Un canto di morte al femminile, in cui le parole antiche incontrano il pianto del presente.

Quando il lavoro va in scena, Netanyahu ha già avviato da settimane la campagna di invasione su Gaza. Bombardamenti a tappeto, stragi di civili. La guerra non è solo fuori scena. È qui. Gaza è nominata. Ma non solo. È mostrata. È pianto condiviso. Come Srebrenica, la cui memoria si affaccia più volte tra le battute, i silenzi, le lacrime.

La scena è dominata da un grande lenzuolo plastico azzurro. Un sudario. Un mare. Una membrana tra vita e morte. Una copertura che separa, ma anche rivela. Sotto quel velo sembrano ammassarsi corpi, memorie, tragedie. I migranti annegati nel Mediterraneo. I bambini cancellati dalle mappe. I sogni rimasti sul fondo del mare.
Pioggia celeste scende lenta sul palco. Coreografie di piume bianche, leggere, come ali spezzate, come innocenza perduta. Come colombe abbattute prima del volo.
Il lenzuolo è confine e tomba. Il mare è madre e assassino. Un’immagine potente che diventa simbolo. I morti non parlano, ma pesano. E qui, sotto plastica, sotto piume, sotto storia, si parla al femminile.

Le protagoniste sono le donne troiane: Ecuba, Andromaca, Cassandra, Elena. Madri, figlie, vedove, schiave. Sopravvissute. Portano la voce delle sconfitte. Delle non ascoltate. Di chi resta dopo la strage. Di chi seppellisce i figli. Di chi non ha più terra, né nome.
In mezzo al loro canto, si inseriscono echi contemporanei, sovrascritti da Shpëtim Selmani. Testimonianze. Versi. Tra gli altri, risuona Anne Sexton, poetessa del dolore, dell’identità femminile spezzata. “Solo i morti vivono senza dolore”: è la chiave per entrare in questo lavoro.
Qui, la poesia è denuncia. L’arte muore con la guerra. E con la guerra – lo ricordano le statistiche – muore soprattutto chi non combatte: donne, bambini, civili.
Il teatro non si limita a evocare. Non si accontenta di denunciare online. Non posta indignazione. Non condivide slogan. Fa ciò che deve: interroga. Mette in scena la carne. I numeri diventano volti. Ventimila donne stuprate in Kosovo. Spesso davanti ai genitori. Spesso finite nel suicidio. Corpi violati come terre invase. Bambini trattati come pacchi, fagotti senza vita. Gaza non è un nome. È un lutto che si ripete. È madre, padre, figlio, fango, detrito.

La recitazione è solenne. Ritmata. Compassata. A tratti forse prevedibile nei tempi, ma mai fuori tono. Nessuna concessione al patetico. Nessuna estetizzazione del dolore. Tutto è asciutto, crudele, calibrato.
La regia (Maja Mitić, Zana Hoxha) evita i voli pindarici. Nessun compiacimento. Nessun eccesso spettacolare. Tutto serve alla narrazione. Al messaggio. Alla memoria.
Ci sono momenti di metateatro. Gli artisti interrogano Euripide. Ne discutono. Si chiedono cosa significhi oggi raccontare quelle storie. Come trasformarle. Come renderle utili, vive, necessarie. Il testo antico si fa specchio. Il teatro si interroga sul suo ruolo: può la scena contenere l’orrore? Può trasformarlo? Può restituirgli voce?
In filigrana, scorre anche la storia del colonialismo. Riemerge la denuncia di Sartre contro i crimini francesi in Algeria. Lo spettatore è chiamato a tenere insieme tutti questi piani: il mito, la storia, la cronaca. A non separare Euripide dai campi profughi, a non dividere Troia da Gaza, o da Mariupol, o da Kabul.

La collaborazione tra compagnie provenienti da Kosovo e Serbia non è solo una scelta produttiva. È un atto politico. Una presa di posizione. I due Paesi hanno vissuto conflitti, odio, divisioni. La guerra dei Balcani non è ancora storia. È memoria viva. È ferita aperta. Eppure, qui, si lavora insieme. Si crea insieme. Si fa teatro per costruire ponti. Questo spettacolo è già, in sé, un gesto di pace.
L’amore, alla fine, è ciò che resta. L’amore delle madri. Delle sorelle. Delle donne che resistono. Che custodiscono. Che, pur devastate, raccolgono i resti, li portano con sé, li trasformano in ricordo.
È questo il vero centro del lavoro: la forza umana dell’amore femminile come unica possibilità di salvezza.

“Le Troiane” è un canto collettivo contro la guerra. Un rito. Una preghiera. Un processo. Un teatro che non consola, ma interroga. Che non salva, ma non dimentica. Che non teme la desolazione, ma la attraversa. Con dignità, voce e coraggio.

LE TROIANE
Produzione di Artpolis (Kosovo) e DAH Theater (Serbia)
Testo contemporaneo: Shpëtim Selmani
Co-direttrici e sceneggiatrici: Maja Mitić, Zana Hoxha
Cast: Shpëtim Selmani, Maja Mitić, Semira Latifi, Qendresa Kajtazi, Branka Stojković, Labinot Raci, Aleksandar Stoimenovski
Coreografo: Robert Nuha
Musiche: Liburn Jupolli
Costumi: Yllka Brada
Tecnico luci e suono: Skender Latifi
Production managers: Venera Ismaili, Elira Lluka, Valëza Sijarina
Designer: Arbër Matoshi

Durata: 1 h
Applausi del pubblico: 2’

Visto a Lecce, Manifatture Knos, il 4 settembre 2025
Anteprima nazionale

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