L’Hedda Gabler di Liv Ferracchiati: molta ingegneria e poche emozioni

HEDDA.GABLER. come una pistola carica (ph: Masiar Pasquali)
HEDDA.GABLER. come una pistola carica (ph: Masiar Pasquali)

La nuova produzione del Piccolo con Petra Valentini e Francesco Alberici. In scena a Milano fìno al 22 dicembre

È l’Hedda Gabler di Henrik Ibsen. Anzi no: è una riscrittura, o meglio una nuova drammaturgia. È un modo per trattare del successo e dell’amore: quello vero, quello convenzionale, quello di convenienza. Anzi no: è un modo per parlare di sé dentro una dimensione perennemente inafferrabile e irrisolta. E ancora: è l’oscillazione tra le convenzioni borghesi e l’anelito verso l’obliquo e la sregolatezza.

Era tanta la curiosità per la prima regia di Liv Ferracchiati per il Piccolo di Milano, che di fatto apre la stagione del teatro fondato da Strehler dopo le riprese di “M Il figlio del secolo” e “Hamlet”.

“Hedda. Gabler. Come una pistola carica”, in prima assoluta al Teatro Studio, è la nuova produzione del Piccolo incentrata sul dramma di Ibsen.
Al centro, una donna borghese andata in sposa a Jørgen Tesman, uomo senza qualità. Ma il matrimonio presto sfiorisce nella stanchezza. La ricomparsa dello scrittore Ejlert Løvborg, ancora innamorato di lei, acuisce l’insoddisfazione di Hedda, resa insopportabile dal fatto che ora egli si è “normalizzato” nel rapporto di coppia con la rassicurante Thea, ed è diverso dal personaggio dissoluto che era una volta.
Durante una cena, Løvborg, ubriaco, perde un manoscritto legato al suo amore per Thea. Hedda lo ritrova, ma invece di restituirlo, lo brucia. Da questo episodio nascono una serie di vendette, ricatti, menzogne ed elusioni, con inevitabile epilogo drammatico.


In questa messinscena Liv Ferracchiati mette al centro Petra Valentini nei panni di Hedda, e se stessa nell’elegante marsina di fine Ottocento con cui impersona Løvborg. Intrigante la scelta di assegnare il ruolo di Jørgen a Francesco Alberici (quello delle scenette web di “Educazione cinica”): è il marito perfettamente mediocre, sagacemente rassegnato, naturalmente adattato alla vita. Bravissimi anche gli altri interpreti: Giulia Mazzarino, Renata Palminiello, Alice Spisa, Antonio Zavatteri.

Non stupisce che Ibsen, con le sue modulazioni sottilmente satiriche e la sua scrittura di largo respiro, possa aver affascinato Ferracchiati, che qui si piazza in scena un po’ come Nanni Moretti davanti alla telecamera dei suoi film, giocando con la propria inidoneità alla recitazione, trasformando la fatica dell’attore in pretesto per battute simpatiche e a volte brillanti.
La leggerezza non abbandona mai questo lavoro. Su tutto emerge l’importanza della letteratura come identità e paternità, come espressione titanica di una ribellione che quasi mai viene premiata, e spesso finisce per soccombere.

Uno dei temi è la ricerca della felicità. Di fatto, essa è irraggiungibile, e ci rende maschere sospese tra vita reale e finzione. Siamo personaggi costretti a recitare una parte in cui non ci riconosciamo, e che pertanto rivestiamo di un aplomb poco credibile. Siamo tessere di un puzzle, e ci manca sempre un pezzo per completare l’opera. Non per niente la “casa di bambola” che qui vediamo assemblarsi in pareti che calano dall’alto, in salotti, salottini, scrivanie e vasi di fiori color cartone che scorrono su binari, lascia sempre qualche interstizio. Come la “Sagrada Familia” di Gaudí, non pare mai giungere a completamento.

La drammaturgia di Ferracchiati si interseca con la traduzione rielaborata con Andrea Meregalli. Si incrociano continuamente anche i piani narrativi e temporali. Si passa dal personaggio all’autore, da Ibsen a Ferracchiati, e quest’ultimo è anche regista e attore, entra ed esce continuamente dal dramma. È un modo per dialogare con Ibsen. È un espediente per interrogare l’arte e i suoi scopi. È l’eterno dilemma tra vivere e creare, che qui spesso e volentieri si traduce in domande alla Gigi Marzullo.

Alla maniera di Sergio Blanco, recente ospite del Piccolo, Ferracchiati attinge all’autofinzione senza mai prendersi (e prenderla) veramente sul serio. Volontariamente questa (ri)scrittura ha poco d’obiettivo e molto di arbitrario e soggettivo. È l’ipostasi della parola provvisoria e dell’incertezza. Affiora la consapevolezza che ogni tentativo di autenticità è inattingibile e irrealizzabile.

La scena è un perpetuo movimento, e anche i personaggi si muovono in continuazione. Per lo più rimangono a vista anche quando non recitano, come se da un momento all’altro dovessero tornare utili, come quei panchinari che l’allenatore fa scaldare insieme, e non si sa chi entrerà in campo.

Il lavoro tocca i temi dell’identità e della verità, Ibsen e i suoi meccanismi narrativi, senza mai trovare un reale approfondimento. Si aprono tanti link, e di fatto non se ne esplora fino in fondo nessuno.
Apprezziamo la leggerezza di Liv Ferracchiati, ma «bisogna essere leggeri come un uccello, non come una piuma» (Paul Valéry). Qui il gioco del metateatro e dell’autofinzione rischia di diventare artificio fine a sé stesso. Implode avvitandosi in ripetizioni un po’ oniriche e surreali, a volte oziose, ironiche e ammiccanti, senza generare una riflessione, tanto meno un’emozione.
Senza la volontà di tagliare e la capacità di condensare, le radiografie ingegneristiche di questa “Hedda. Gabler” diventano velleitarie e alla lunga prevedibili. In scena fino al 22 dicembre, con una pausa questa settimana (fino al 10 incluso) causa Covid.

HEDDA.GABLER. come una pistola carica
di Liv Ferracchiati
con scene da “Hedda Gabler” di Henrik Ibsen
traduzione Andrea Meregalli e Liv Ferracchiati
regia Liv Ferracchiati
dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suono spallarossa
consulenza letteraria Andrea Meregalli
lettore collaboratore Emilia Soldati

con (in ordine alfabetico):
Francesco Alberici, Liv Ferracchiati, Giulia Mazzarino,
Renata Palminiello, Alice Spisa, Petra Valentini, Antonio Zavatteri

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

durata: 2h 10’
applausi del pubblico: 2’ 40”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Studio Mariangela Melato, il 1° dicembre 2022
Prima nazionale

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