Ateliersi e la mappa del cuore di Lea Melandri: la pratica dell’altrove

La mappa del cuore (photo: Margherita Caprilli)
La mappa del cuore (photo: Margherita Caprilli)

Negli anni ’80 il settimanale per adolescenti Ragazza In affidava la rubrica di posta delle lettrici a Lea Melandri, scrittrice e autorevole voce del femminismo italiano

Il teatro è un mezzo. E stanca. Perché andare a teatro? Andarci, si intende, intensamente, continuativamente, ma senza la leggerezza dell’habitué che galleggia sullo status del ritrovarcisi?
Tra le forme d’arte la più composita e spuria; per parlare del teatro è possibile prendersi le più ampie libertà, con il rischio di ridursi a fare ora il formalista parruccone, ora lo pseudo-sociologo, ora il tecnico vuoto o il chiosatore sentimentale.

Il teatro porta alla luce, come la poesia, le cose presenti; diversamente dalla poesia non si esaurisce però in quella rivelazione. L’ostensione non riesce a vibrare come nel bruciante spazio di un verso, con la stessa forza assoluta e sufficiente a sé stessa.
Poiché è fatto di corpi e cose tangibili, quelle rivelazioni richiedono che le si riporti nella vita. Ecco perché a volte stanca, e il rimettere piede in una sala, di nuovo, può essere insostenibile. C’è sempre una nuova richiesta. Quando lo spettacolo è consolatorio, una richiesta di contraddizione, un atto dovuto di smascheramento; quando è di vera rivolta, una richiesta di analisi e azione, anche su sé stessi – mai di adesione. Il teatro è un mezzo per la vita.

Lo spettacolo di Ateliersi (Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi) più di altri ci ricorda, parlando d’altro, questa convinzione. È andato in scena al Teatro Quarticciolo di Roma –  nell’ambito della rassegna per e sull’adolescenza Inquietudini – “La mappa del cuore di Lea Melandri”, che ha debuttato al Santarcangelo Festival la scorsa estate.


L’umiltà, la sincerità del lavoro, è già nel titolo, che non si vergogna di riprendere quello del libro, recentemente riedito da enciclopediadelledonne.it e che contiene una scelta delle lettere di adolescenti inviate alla nota insegnante, attivista e psicologa femminista, sulla rivista Ragazza In, alla metà degli anni ’80.

Lo scarno armamentario scenico è composto da luci a vista, piantane led, una videocamera con cui si riprendono live stralci di missive e pagine della rivista, tre postazioni microfonate, due tavoli, una poltroncina bianca.

Scarna è anche la costruzione del testo propriamente detto, un dialogo sobrio fra i due, che sente premere l’insistenza della profondità come una richiesta urgente, ma che non punta a essa attraverso accelerazioni di sintesi o effetti emotivi. Asciutto, detto con grande eleganza e naturalezza, senza una virgola di furbizia: la leggevo quella rivista, dice più o meno lei; anche mia madre, risponde lui.

Il terzo in scena è la figura di Francesca Pizzo in costume d’epoca avorio, quel lucido dei tessuti trattati che danno riflessi metallici, e il bianco della carne delle gambe nude; quella rigidità di spalline sotto un’acconciatura riccia, sulle sopracciglia marcate che stridono col rossetto corallo quasi indecente, un miscuglio di sottigliezza e grossièreté adolescenziale, che turba. Interpreta, ora in primo piano, ora sullo sfondo, le canzoni dei Duran Duran rilavorate da Vincenzo Scorza e Mauro Sommavilla.
Il loro rammemorare non è mai gratuito. Non è un puro ambiente sonoro, né serve da culla per i ricordi. Il filo teso dai due autori sa sollevarsi poco per volta, attraverso catene di domande (cosa si cercava in quelle risposte di Lea sulla rivista? Cosa significava leggere le confessioni altrui? Perché si preferisce assistere ai dialoghi degli altri, e si rinuncia a prendere la parola? Cosa accomuna una donna adulta con un figlio a un’adolescente che consuma le pagine in pochi minuti, ogni settimana?) fino all’interrogativo centrale, assoluto: come si ascolta, come si aiuta?

Inutilmente si cercherebbe la risposta a queste domande nelle lettere, commoventi per la precisione di certi dettagli persino crudeli («quando rido non rido mai completamente»; «sono brutta, proprio brutta»), eppure spesso polverizzate e smarrite («come mi piacerebbe essere più coraggiosa e drogarmi, fuggire via di casa […] Invece sono timida, abbastanza elegante e abbastanza povera. Inoltre odio le punture, specialmente delle siringhe»). Né la si troverebbe, quella risposta, nelle parole di Lea Melandri, di certo non nella lettera di queste, tanto è vero che non manca chi, tra le lettrici, le giudicava evasive, troppo complicate, poco lineari – si legga, per prova di questa felice complicatezza, la sezione del libro dedicata ai temi edipici.
È invece nell’attività stessa di una scrittura che compone panorami spiazzanti, persino deludenti rispetto alle parole che ci si aspetterebbe da una “posta del cuore”, la strada per la soluzione. La pratica, non il contenuto.

La pratica di Lea Melandri, così come quella di Ateliersi, non è nella celebrazione o nella descrizione, o nella messa a punto di un’arma che centri l’obiettivo, che consoli: è sempre nella tangente al punto, nello scivolare in una posizione laterale, apparentemente distante; nel fare un passo leggermente più indietro o più avanti di dove ce lo si aspetterebbe.

La dinamica del desiderio, che affolla quelle lettere, non viene mai soddisfatta con il «consenso immediato», come scrive Melandri e riportano gli autori. Né, si insiste, è un «atto magico» che possa per miracolo risolvere e quietare le dolorose smanie, la furia, la giusta ribellione. Esistono però altri panorami: non è falsa coscienza, è la cosa più preziosa che si possa offrire alla compressa concentrazione di un’ossessione adolescenziale – lo scorcio di un universo fuori, o dentro, o altrove. Un mondo popolato da altri, della cui esistenza il dialogo, come quello di una corrispondenza, è il primo segno tangibile.

Ecco perché la difficoltà fa soffrire ma serve; ecco perché continuiamo ad andare a teatro, nonostante sia faticoso, nonostante imponga ogni volta la richiesta di una nuova costruzione intellettuale, di un nuovo atto di ribellione o di indesiderata sottomissione. Perché il teatro, così come il consesso umano, non corrisponde al nostro desiderio, non ci soddisfa, ma è proprio attraverso quella mancanza di adesione completa, attraverso il refolo inatteso proveniente da una stanza ignota e fredda, che si tiene vivo il nostro fuoco.

LA MAPPA DEL CUORE DI LEA MELANDRI
di e con Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
e con Francesca Pizzo | Cristallo
musiche arrangiate ed elaborate da Vincenzo Scorza e Mauro Sommavilla
progetto sonoro: Fiorenza Menni
produzione: Ateliersi

durata: 60′
applausi del pubblico: 2’ 20’’

Visto a Roma, Teatro Quarticciolo, l’11 febbraio 2022

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