Da Rabih Mroué a Kepler 452, da Zaides a Fieno/Di Chio, il festival di ZONA K interroga la realtà e fa dell’arte un gesto politico
Nel cuore di Milano, alla Fabbrica del Vapore, LIFE 2025 – festival multidisciplinare ideato e diretto da Valentina Kastlunger e Valentina Picariello per ZONA K – si prospetta come uno dei progetti artistici più radicali del nostro panorama culturale. Non si limita a “rappresentare” il mondo contemporaneo, ma lo interroga, lo attraversa e lo mette in crisi. LIFE è un gesto politico che si serve dell’arte come dispositivo di verità.
In un’epoca in cui i concetti di autenticità e realtà sembrano sgretolarsi sotto la pressione di algoritmi, propaganda, storytelling istituzionali e bolle digitali, LIFE osa porre domande scomode, partendo proprio dalla crisi della rappresentazione. Ogni opera selezionata è un atto critico, uno spazio in cui la visione viene problematizzata, sporcata, contraddetta e resa instabile. Il festival non offre risposte, ma esperienze di disorientamento fertile. Ed è qui che risiede la sua forza.
La violenza è nascosta dietro la maschera della benevolenza. LIFE 2025 si apre con un’immagine disturbante: un supermercato che diventa teatro dell’assurdo morale. È “Everything Must Go”, opera immersiva dell’artista olandese Dries Verhoeven, alla sua prima nazionale. In scena, una Biancaneve con maschera da maiale si aggira tra scaffali e telecamere. È un’icona grottesca del consumatore neoliberista, sospesa tra fiaba e incubo pop. Lo spettatore è invitato a entrare in questo spazio: deve abitare il disagio, sentire sulla pelle la sottile vertigine dell’autoaccusa. Qui si ruba, si osserva, si giudica – ma sempre con la consapevolezza che la realtà rappresentata non è così lontana da noi. Anzi, siamo noi.
L’opera nasce da un’indagine condotta dall’artista sui piccoli furti nei supermercati. Ma la domanda che ne scaturisce va oltre il singolo gesto illegale: perché rubiamo? Perché rispettiamo le regole solo quando ci conviene? Quando tutto è in vendita, anche la coscienza può essere scontata del 50%? Verhoeven orchestra uno spazio teatrale in cui l’estetica pop incontra la filosofia morale.

Dalla crisi del consumo a quella della giustizia geopolitica. In “Cronache di un’Apartheid”, mostra fotografica del collettivo Prospekt con Pietro Masturzo e Samuele Pellecchia, il soggetto è la Palestina. O, meglio, la sua assenza sistemica nella rappresentazione mediatica occidentale. Non è una mostra sensazionalista: non ci sono esplosioni né cadaveri. C’è la vita quotidiana sotto occupazione. La resistenza silenziosa delle madri, le case sventrate, i bambini che giocano tra le macerie.
Ogni scatto è un atto di denuncia, ma anche di pietas. E ogni immagine è una domanda: che diritto abbiamo di non guardare? Di restare indifferenti? In un momento in cui i media occidentali oscillano tra censura e manipolazione, LIFE sceglie la fotografia come gesto etico, non come oggetto estetico. La verità – suggeriscono Masturzo e Pellecchia – non è uno scoop, ma una persistenza documentaria.
Ma LIFE non è solo spazio per la visione: è anche tempo del corpo, luogo di presenza. La performance “Who’s Afraid of Representation?”, di Rabih Mroué e Lina Majdalanie, mette in scena una tensione lacerante fra arte violenta e violenza reale. Attraverso un meccanismo scenico semplice – una roulette di storie tra artisti estremi e assassini comuni – il duo libanese-tedesco mette in crisi il nostro bisogno di senso. Quando la body art incontra il terrorismo, cosa resta della distinzione tra estetica e trauma?
L’opera, pur risalente al 2005, è oggi più attuale che mai. In un mondo in cui la rappresentazione è continuamente messa in discussione (dalle guerre in diretta alle immagini deepfake), il confine tra ciò che è mostrabile e ciò che è dicibile si fa fragile. Mroué e Majdalanie non offrono soluzioni ma tensione, disagio. E soprattutto una domanda: può l’arte essere complice della violenza che intende denunciare?
Ancora Mroué, stavolta in solitaria, firma “Sand in the Eyes”, una lecture-performance sul tema della propaganda visiva prodotta da ISIS e dalle forze anti-terrorismo. Il format è spiazzante: una conferenza che sembra innocua, quasi didattica, ma che scava, strato dopo strato, nel cuore della manipolazione. Video autentici e ricostruiti si fondono. I dati si presentano con autorevolezza, ma lasciano una sensazione di ambiguità. La verità appare come sabbia negli occhi: credi di aver visto, ma hai solo intravisto.
È un cortocircuito intellettuale, ma anche politico. Mroué non ci accusa. Ci mette di fronte a uno specchio. E ci chiede: che ruolo abbiamo, noi, come spettatori?
Il percorso di LIFE si estende anche alle tecnologie di sorveglianza con l’installazione “Asymmetric Visions”, a cura di LIMINAL / Border Forensics. L’opera analizza l’infrastruttura aerea di controllo messa in atto dall’Unione Europea per monitorare le rotte migratorie nel Mediterraneo. Droni Heron, dati open-source, mappe satellitari, testimonianze: tutto converge in un montaggio visivo che smonta la retorica del soccorso umanitario e mostra invece una realtà di respingimenti e violenze sistemiche.
È un’installazione fredda, chirurgica, ma emotivamente deflagrante, perché mostra come l’Europa, mentre proclama i diritti umani, nega l’umanità nei suoi confini mobili. La tecnologia, qui, non è neutra: è strumento politico. E LIFE ci ricorda che ogni scelta tecnica è anche scelta etica.
Con “The Cloud”, il coreografo e regista Arkadi Zaides porta in scena una riflessione poetica e perturbante sull’incontro tra nuvole tossiche (come quella di Chernobyl) e cloud digitali che alimentano l’intelligenza artificiale. Il corpo umano diventa punto di convergenza tra disastri ecologici e derive tecnologiche, in uno spettacolo che ibrida linguaggi (danza, suono, video, testo). Il risultato è un dispositivo scenico fluido e ambivalente, in cui la rappresentazione si fa insieme testimonianza e visione apocalittica.
In scena il testo diventa parola pronunciata, e la parola pronunciata torna al testo (digitalizzato) attraverso due maxischermi. Il dolore dello spettatore è lo stesso narrato in “Preghiera per Černobyl” di Svetlana Aleksievič: attraverso foto, parole, immagini, ricordi in prima persona, un potente racconto sulla catastrofe nucleare del 1986. “The Cloud” dà voce al dolore, allo smarrimento e al coraggio umano di fronte a un disastro che ha travolto vite e verità ufficiali. Non è un’indagine tecnica, ma una riflessione esistenziale sulla sofferenza e sul tradimento della fiducia nelle istituzioni sovietiche. La narrazione è intensa, lirica, sconvolgente. Il silenzio radioattivo diventa metafora distopica di un’intera epoca. Rombi, crepitii. Un’opera agitata, cacofonica, che trascende il reportage e si fa preghiera laica per i morti e per i vivi, soprattutto con il corollario di una danza cadente, distorta, deforme, bruciata, in tuta ignifuga e maschera antigas. Una performance sbilenca, cadente, mortificante, diventa danza della morte. Una lentezza solenne. E un senso finale di disfacimento.
A ribadire l’importanza del giornalismo performativo, LIFE ospita “Schwarz Rot Braun”, conferenza-spettacolo di Jean Peters e del collettivo CORRECTIV, che ricostruisce dall’interno l’infiltrazione nei circoli dell’estrema destra tedesca. È uno spettacolo ironico, brillante, profondamente inquietante. Peters gioca con il pubblico, smonta e rimonta le retoriche populiste, mostra documenti autentici, propone risposte assurde a domande reali. La scena diventa spazio pubblico, teatro dell’indagine. Giornalismo e performance si fondono nel tentativo di salvare il diritto alla verità in un mondo saturo di disinformazione.
“La Zona Blu”, diario scenico di Nicola Borghesi (Kepler-452), racconta una missione con Sea-Watch 5 nel Mediterraneo. La voce narrante è quella di chi non sa nuotare ma ha deciso di imbarcarsi. La paura, le onde alte, il mal di mare. Un deserto d’acqua. Il triage per decidere chi salvare e chi lasciare morire. La gioia di chi ce l’ha fatta. Gente come noi. Che canta Bella Ciao forse ignorandone il significato. Il monologo è accompagnato da video di Enrico Baraldi e dal dolente contrabbasso di Francesca Baccolini.
Qui il teatro è testimonianza incarnata, restituzione etica di una realtà che conosciamo troppo bene per ignorarla. Le motovedette libiche, i soccorsi negati, le navi costrette a disperdersi: tutto è già noto. Ma LIFE lo restituisce con lucidità, senza retorica. La scena diventa specchio: che Europa siamo, quando guardiamo il mare?
Chiude il cerchio “Pentothal – prove di trasmissione”, spettacolo-concerto multimediale di Ruggero Franceschini, che mette in dialogo un’intelligenza artificiale con la controcultura degli anni Settanta. Un esercizio di sguardo retrofuturista in cui la voce del computer si intreccia con quella degli attivisti, dei poeti e degli scienziati. È un’immersione sonora e visiva nella sospensione tra utopia e distopia, tra memoria e futuro possibile.
“Pentothal” è una nota di speranza ambigua. Non c’è un futuro “pulito” o un progresso lineare. C’è solo la necessità di mantenere accesa la capacità critica, la tensione verso la verità, anche quando questa è intermittente, parziale, inquietante.
LIFE non è solo un festival, ma un osservatorio intermediale che mette in discussione la realtà attraverso un uso radicale e consapevole dei linguaggi contemporanei. Tra documentario e performance, inchiesta e arte, LIFE sfida lo spettatore a guardare in faccia le tensioni del presente, restituendo complessità dove c’è semplificazione. È uno spazio di resistenza estetica e politica, che dimostra come l’arte possa ancora essere un atto di verità.
Ideato da Ant Hampton con David Bergè, “Borderline Visible”è un libro d’artista e performance sonora: un’audioguida intreccia voce, suoni, immagini, cartine e istruzioni. Un’opera che non si legge: si attraversa, in un andirivieni incessante, e come i rondoni attraversa i confini senza toccarli.
Il viaggio parte nel 2022, da Losanna a Smirne. Hampton si muove sulle tracce di memorie personali e collettive: le sue radici ebraiche, le rotte migratorie tra Grecia e Turchia, i respingimenti disumani, il silenzio di Frontex. Le parole di T.S. Eliot accompagnano il cammino come un’eco poetica e politica.
“Borderline Visible” è una geografia emotiva e politica, un volo che unisce l’“io” al “noi”, la storia personale alla denuncia globale. L’ascolto diventa atto di condivisione e resistenza. Un rituale silenzioso, dove ognuno attende, avverte, legge, guarda individualmente ma respira insieme. Come uno stormo in viaggio: liberi, uniti, in volo.
In un’Europa sempre più blindata, segnata da muri e respingimenti, lo spettacolo “Odissea Minore” di Nicola Di Chio e Miriam Selima Fieno assume la forma di un’indagine teatrale lungo la rotta balcanica, percorso intrapreso da migliaia di migranti in cerca di futuro. Gli autori cercano di ricostruire tracce umane e testimonianze sommerse da narrazioni semplificate o manipolate.
Lo spettacolo attraversa spazi marginali e dimenticati: edifici occupati, centri di detenzione mascherati da strutture di accoglienza, luoghi segnati da violenze e abusi. In questo paesaggio di desolazione, emergono però indizi di quotidianità e resistenza — oggetti banali ma carichi di significato, come spazzolini o confezioni di medicinali. Il palco diventa una mappa politica del continente, che restituisce il volto duro dell’Europa, dove l’ospitalità viene spesso demonizzata e criminalizzata.
La scena iniziale è dominata da una grande cartina geografica. Su quello schermo si susseguiranno video reali del viaggio. Un secondo piccolo monitor trasmette immagini in presa diretta di cartine e modellini manipolati in scena, componendo una costellazione di voci, culture e fratture. La narrazione, affidata agli autori, accompagna e commenta le immagini, mantenendo un equilibrio tra empatia e distacco.
Il lavoro nasce da un lungo processo di ricerca sul campo, vissuto in prima persona dagli artisti. Non si tratta solo di una creazione teatrale, ma di un’esperienza incarnata. L’impostazione documentaria è refrattaria a ogni intensità melodrammatica.
Le storie dei migranti sono un grido sopito che inchioda l’Occidente alle proprie colpe.

LIFE 2025 non è un semplice festival, ma un campo di battaglia simbolico. Tra fotografia, performance, installazioni e linguaggi ibridi, ogni evento è un colpo ben assestato contro l’anestesia dello sguardo. Qui l’arte non consola, ma interroga. E nel farlo ci restituisce uno strumento prezioso: la possibilità di vedere, davvero, la realtà che ci circonda.
Seconda parte del festival dal 4 al 21 giugno, impostata sul giornalismo investigativo, con artisti come Nikitin, Lagartijas Tiradas al Sol, Babilonia Teatri, Agrupación Señor Serrano e Jeton Nezirai.
