Nella coproduzione Le Tre Corde – Compagnia Vetrano/Randisi e Kepler-452, le arti sceniche diventano confessione e atto di resistenza condiviso tra generazioni
C’è un’ironia feroce, quasi una formula di congedo, nel titolo “Grazie della squisita prova”, preso in prestito da Leo De Berardinis, che archiviava così, senza appello, un lavoro teatrale mal riuscito. Qui accade l’opposto.
Lo spettacolo che Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Nicola Borghesi portano in scena al Teatro Comunale di Leverano è tutt’altro che una prova: è una dichiarazione, un atto di esposizione, un gesto d’amore per il teatro che arriva sottotraccia, senza proclami, quasi con pudore.
La scena è ridotta all’essenziale: un baule, un drappo, pochi elementi, una scala a V capovolta che diventa subito metafora evidente e mai didascalica. Appoggio instabile, ascesa senza promessa, struttura precaria come il mestiere che racconta.
In questo spazio rarefatto si muovono due figure che sembrano residui luminosi di un mondo teatrale in via di estinzione: Vetrano e Randisi, coppia artistica dal 1976, mezzo secolo di palcoscenico condiviso, di corpi che hanno attraversato poetiche, maestri, fallimenti e resistenze. Accanto a loro Nicola Borghesi, autore, attore e regista di Kepler-452, tra le voci più lucide del teatro documentario contemporaneo, qui nel ruolo non solo di interlocutore ma di coscienza critica, allievo e testimone inquieto.
Lo spettacolo assume la forma di un’intervista. Poi diventa confessione, dichiarazione poetica che si trasforma in vertigine emotiva. Borghesi scrive per Vetrano e Randisi. Li osserva dalla platea. Poi entra in scena: espone i propri dubbi, la propria paura, come chi si affaccia a un futuro teatrale fragile, economicamente incerto, persino anacronistico.
Dall’altra parte, i due attori fanno i conti con il tempo che passa, con la memoria che vacilla, con la paura costante del blackout, dell’oblio. Raccontano gli escamotage trovati in sogno per non perdersi, il rispetto quasi sacrale per lo spettatore, la responsabilità di stare in scena sapendo che ogni sera può essere l’ultima.

Qui il teatro parla di sé, senza filtri. Parla della finzione e della verità, della povertà materiale e della ricchezza simbolica, del “per quattro soldi” che accompagna da sempre questo mestiere. Parla della possibilità di non lasciare figli, ma opere, di innamorarsene come si fa con una discendenza fragile, affidandole al tempo e agli altri.
I costumi evocano opere antiche, “I giganti della montagna”, presenze fantasmatiche, memorie cucite addosso. Le parole di De Berardinis tornano come una possessione mai risolta, come un demone che continua ad abitare il corpo degli attori.
La musica di Nino Rota da “La strada” attraversa lo spazio con discrezione struggente. Non è una citazione ornamentale, ma un richiamo poetico a un cinema popolato da vagabondi, saltimbanchi, anime ferite che camminano senza sapere dove andare: come il teatro stesso, come chi lo pratica. C’è nostalgia, ma non compiacimento. I tre sembrano galleggiare, recitare con una naturalezza che disarma, indossando maschere che non nascondono ma rivelano.
Il riferimento a “Pinocchio” nel gran teatro dei burattini, riconosciuto dalle maschere della commedia dell’arte, restituisce l’immagine di una compagnia drammatico-vegetale, sempre a un passo dalla morte. La musica si spegne lentamente e affiora la paura più grande: che il teatro sia inutile, che sia il primo a spegnersi, come è accaduto durante la pandemia. Il riferimento al teatro bombardato di Mariupol è uno dei momenti più vibranti dello spettacolo: il teatro che crolla, che non protegge, che non salva, che non è un rifugio fisico contro la morte. Eppure, proprio lì, si afferma la sua necessità.
«Se lo hai scritto, ti serve». Parole pensate per sé che diventano indispensabili all’altro. Stare qui, ora, a teatro, perché non c’è altro da fare. Morire le proprie morti, sera dopo sera, sapendo che il teatro resta, inesauribile, come il bisogno di storie e di vita. Pirandello, “L’uomo dal fiore in bocca”, aleggia sul finale: siamo sospesi come polvere, aggrappati al tempo che resta, a ciò che ancora può accadere. È un esorcismo, più che uno spettacolo.
Nella sua semplicità, “Grazie della squisita prova” è un atto d’amore per il teatro e insieme un mettersi in discussione. Da un lato l’essenza, i fantasmi, la possessione di cui parlava De Berardinis; dall’altro lo sguardo politico, documentario, necessario delle nuove generazioni, che in Borghesi trova una voce nitida. Il lavoro sublima una biografia, cinquant’anni di vita in scena insieme, ma non si chiude nella celebrazione.
Enzo Vetrano colpisce profondamente: il corpo, lo sguardo, una presenza che lascia intravedere il mondo interiore e il demone del teatro che ancora lo abita. Stefano Randisi è il contrappunto, la misura, il sostegno su cui questa lunga traiettoria si è poggiata. Nicola Borghesi è lo scarto generazionale.
Lo spettacolo tocca, e non poco. Forse non è memorabile. Ci sono momenti di stallo, un’insistenza farsesca sulla morte che avrebbe potuto articolarsi su livelli più complessi. È un lavoro che parla moltissimo ai teatranti, alle generazioni che si riconoscono in questo tentativo di scongiurare l’effimero e la precarietà; forse meno allo spettatore non direttamente coinvolto. Forse si poteva osare di più, giocare maggiormente con quella sensibilità ludica che pure affiora, scuotere con più forza la coscienza di chi guarda.
Resta però un’opera sincera, urgente, che resiste. Come il teatro. Ostinatamente vivo.
Presto, su KLP, la videointervista a Enzo Vetrano e Stefano Randisi.
GRAZIE DELLA SQUISITA PROVA
Uno spettacolo di Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Nicola Borghesi
Scritto da Nicola Borghesi
Regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Coordinamento tecnico Antonio Rinaldi
Organizzazione Roberta Gabriele
Una coproduzione Le Tre Corde – Compagnia Vetrano/Randisi e Kepler-452
Con il sostegno di Liberty Associazione
Con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna
Si ringrazia Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Durata: 1h
Applausi del pubblico: 2’
Visto a Leverano, Teatro Comunale, 6 febbraio 2026
