Mirabilia 2026 spegne venti candeline con i versi di Machado

Ad Alba per Mirabilia on the road "Edèn" del Théâtre Jaleo
Ad Alba per Mirabilia on the road "Edèn" del Théâtre Jaleo

Il festival, dopo una prima parte on the road per i comuni della provincia, arriva nel suo momento clou, a Cuneo, dal 2 al 6 settembre

C’è un’idea di festival che non consiste nell’occupare uno spazio, ma nell’attraversarlo e accoglierne il respiro; non nel mostrare, ma nell’innescare pensiero, azione ed emozione. Mirabilia International Circus & Performing Arts Festival festeggia così due decenni di vita con la sua ormai consueta duplice forma: da un lato la dimensione nomade di Mirabilia “On the Road” (dal 2 luglio al 20 settembre), che interessa nove comuni trasformando piazze, parchi e patrimonio industriale in spazi di fruizione artistica e comunità; dall’altro il cuore pulsante di Mirabilia “The Festival” a Cuneo (dal 2 al 6 settembre), con la partecipazione di 52 compagnie provenienti da tutto il mondo e spettacoli che vanno dal circo contemporaneo alla danza, dal teatro urbano alle contaminazioni con il digitale e l’intelligenza artificiale.

Il titolo di quest’anno, che prende a prestito il celebre verso del poeta spagnolo Antonio Machado (“Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”), esprime una chiara dichiarazione d’intenti: l’atto del camminare inteso come gesto politico ed estetico, come processo attivo di costruzione collettiva e di ascolto.
In questo dialogo con il direttore artistico Fabrizio Gavosto, ripercorriamo l’evoluzione di un festival che fa dello sconfinamento linguistico la propria cifra.

Partendo dall’idea di “fare strada camminando”, cos’è cambiato nel corso di questi vent’anni in termini di consapevolezza, ascolto del territorio ed urgenze artistiche?
È cambiato moltissimo. Abbiamo esordito con un festival che assomigliava quasi a un’astronave: atterravamo a Fossano senza un’effettiva cognizione del tessuto sociale e umano, realizzando un evento imponente, persino più grande di quello attuale. Siamo arrivati ad allestire fino a dodici tendoni da circo, forti di un budget ingente garantito dalla Comunità Europea. Io stesso ero continuamente all’estero e finivo per trascorrere sul luogo della manifestazione poco più di tre settimane all’anno. Un errore di prospettiva evidente, ma un passaggio necessario per comprendere.
Un festival, in realtà, è l’emanazione diretta di un territorio: è un’interazione viva con la sua comunità, con i suoi spazi e soprattutto con le sue fragilità ed esigenze – di cui talvolta gli stessi enti locali non sono del tutto consapevoli. Quando ci si mette davvero in ascolto, dialogando a fondo con le persone, si riesce persino ad anticipare i bisogni di una comunità.

Negli anni avete fatto tappa in diversi luoghi, seppur vicini…
Il passaggio da Fossano a Busca, e successivamente a Cuneo, ci ha costretti a ricominciare da capo. Abbiamo impostato il lavoro su basi radicalmente diverse, garantendo una presenza costante sul campo, rispondendo alle necessità locali, intessendo relazioni con le associazioni, il SAI (Servizio Accoglienza e Immigrazione) e molte altre realtà terze. Tutto questo ha ridisegnato il festival: ora ogni scelta nasce in funzione del territorio, affrancandosi dall’ego della direzione artistica. Noi curatori tendiamo spesso a programmare opere straordinarie, ma la domanda vera è: rispondono davvero alla visione e al sentire della comunità? Spesso no.
Questo mutamento di paradigma ha cambiato anche la percezione esterna di Mirabilia. Quest’anno, per esempio, coinvolgiamo dieci città con la tappa principale a Cuneo e nove tappe diffuse. In alcuni luoghi proponiamo persino interventi doppi: penso al ritorno ad Alba, o all’appuntamento a Busca che c’è stato il primo sabato di agosto, per loro fortemente simbolico.
La richiesta di adesione è tale che abbiamo dovuto declinare la candidatura di altre nove municipalità. Il nostro approccio prevede infatti un lavoro di coprogettazione sul posto – che si tratti di Chiusa di Pesio o Vernante -, analizzando insieme agli amministratori cosa valorizzare e quali tematiche esplorare. È questo che rende il festival vivo: ogni tappa possiede un’identità autonoma. Diventa un percorso articolato e impegnativo, ma l’impatto sul territorio è incomparabile. E quando il tempo scarseggia, la sola cosa che non ci si può permettere di sacrificare è proprio la relazione con la comunità.

Cosa vi chiede oggi questa comunità di spettatori?
Il pubblico chiede innanzitutto di essere parte attiva: manifesta il desiderio di essere coinvolto, di esplorare e comprendere. Ho maturato la convinzione che la curiosità delle persone sbocci davvero quando le si rende partecipi del processo creativo. In quel momento, lo spettatore si trasforma in un interlocutore attento, informato e consapevole.
Ai nostri esordi impiegavamo il teatro di strada come strumento pedagogico. Avevamo ideato una fruizione graduale: due step nello spazio urbano a fruizione gratuita e due step in ambienti protetti con biglietto. Il primo livello intercettava l’immediato impatto del teatro di piazza; seguivano poi proposte di ricerca o installazioni più complesse abitate liberamente. A Fossano era una modalità che funzionava, ma nel tempo abbiamo compreso che non poteva essere l’unico modello, né la sola fondamentale ragione d’essere di un festival.

La compagnia portoghese A Nariguda ha presentato in prima nazionale a Busca a luglio "Bugiganga"
La compagnia portoghese A Nariguda ha presentato in prima nazionale a Busca, a luglio, “Bugiganga”

Qual è stata la svolta?
E’ arrivata con il progetto realizzato assieme al Teatro dei Venti. Ci siamo ritrovati a coinvolgere direttamente cinquanta over 65, cinquanta bambini della scuola dell’infanzia e cinquanta adulti. Portare a termine questo percorso ad agosto ha richiesto sei mesi di lavoro di preparazione sul campo, ma ci ha dimostrato come un pubblico coinvolto nell’azione scenica diventi poi il primo, autentico ambasciatore del festival.
Da quell’esperienza è nato un paio di anni dopo il progetto “Dance4Ageing” [che coniuga la diffusione della danza con l’inclusione sociale e l’intervento terapeutico, ndr]: erano gli stessi gruppi di anziani a tornare da noi chiedendo: “E adesso dove ci portate? Attraverso quali nuovi linguaggi ci farete esplorare il mondo?”.
Certo, il mio desiderio più intimo rimarrebbe quello di allestire quattro tendoni in un prato per presentare le produzioni più straordinarie del pianeta. Tuttavia, mi rendo conto che un’operazione del genere, per quanto affascinante, non costruirebbe quella relazione inclusiva necessaria con la cittadinanza.
Un festival rappresenta sempre un atto politico, anche quando non declina messaggi espliciti. Significa abitare il presente e dialogare con il contesto sociale che lo ospita, senza limitarsi ad intercettare una nicchia di addetti ai lavori. Soltanto a queste condizioni una rassegna si può definire contemporanea: quando agisce sul tessuto vivo della realtà e continua a interrogarsi sul senso della propria presenza e dei propri destinatari.

Questo richiamo all’atto politico e alla necessità di agire sulla realtà si lega alla scelta del verso di Antonio Machado, “Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”.
È una scelta eminentemente politica. Essendo cresciuto in America Latina, quella lirica di Machado fa parte del mio bagaglio culturale, intonata da cantautori come Silvio Rodríguez e legata a istanze di cambiamento. Incarnava l’orizzonte di una generazione che ha poi dovuto misurarsi con la storia.
Oggi rivendicare che “se hace camino al andar” significa riappropriarsi della capacità di autodeterminazione: decidere chi siamo, come agiamo e interpretiamo la realtà, senza delegare queste scelte ad altri. Dobbiamo tracciare autonomamente una rotta, pena il ritrovarsi tra un decennio immersi in una società frammentata da disuguaglianze, marginalità e crisi climatica. È il momento di rimettersi in marcia, recuperando la spinta ideale degli anni ’50 o del ’68.

In che modo questa dichiarazione si traduce nell’ideazione del programma e nei temi di quest’edizione?
Tradurre questa visione in un cartellone articolato è una sfida complessa, non tutte le date presentano una corrispondenza univoca, ma il tema affiora in molteplici declinazioni. Sul piano dell’etica ambientale, ad esempio, adottiamo generatori a batteria ad alte prestazioni che ci consentono di allestire spettacoli nei parchi e nelle aree naturali azzerando le emissioni, e proponiamo incontri sulla mobilità sostenibile (come la carovana in bicicletta a Cuneo) realizzati direttamente nei boschi prima delle performance.
Sul piano delle drammaturgie, figurano opere dal marcato respiro civile, accostate a lavori dall’intensa carica fisica ed estetica come “Lusìn” della compagnia Hanami. Altre proposte affrontano nodi sociali cruciali: il Théâtre Jaleo con “Eden” rilegge i sette peccati capitali come allegoria dei crimini dell’umanità, mentre “Wild” della compagnia di danza-circo britannica Motionhouse evidenzia la necessità di affrancarsi da un sistema lavorativo verticistico e alienante.
Ogni proposta custodisce un piccolo seme di pensiero. Non intendiamo offrire verità dogmatiche o risposte univoche, ma sollecitare un’interrogazione critica nel pubblico a spettacolo ultimato.
Un’ispirazione preziosa proviene inoltre da realtà come il Teatro del Barrio di Madrid: spazi radicati nei quartieri che fondono la dimensione teatrale con l’assemblea cittadina, il dibattito e l’aggregazione di comunità, garantendo al contempo una qualità artistica altissima.

Tra le 29 proposte, il festival ribadisce la sua vocazione a sostenere la creatività emergente, in particolare attraverso il progetto “PerformingLands”. Ce ne parli?
Mirabilia è nato fin dai suoi esordi come un festival di creazione, smarcandosi da quella sorta di “archeologia teatrale” che vedeva le medesime produzioni circolare in modo identico ovunque. Già dalla seconda edizione abbiamo introdotto il modello delle residenze artistiche, battendoci per il loro riconoscimento nel panorama nazionale e stringendo partnership europee.
Attraverso “PerformingLands” sosteniamo ogni anno dalle otto alle dodici compagnie, superando ampiamente le indicazioni ministeriali. Diamo spazio a percorsi multidisciplinari che spaziano dalla danza contemporanea al circo di ricerca, fino al teatro nello spazio pubblico. Il nostro sostegno si rivolge sia a maestri affermati – come la compagnia Abbondanza/Bertoni, che spesso sceglie il nostro contesto per muovere i primi passi delle nuove produzioni – ma soprattutto a giovani formazioni.
Nel vagliare i progetti la domanda fondamentale che ci poniamo è sempre: “Questa creazione vedrebbe la luce senza il nostro apporto?”. Quando la risposta è negativa, quel progetto acquisisce per noi priorità assoluta.
Svolgendo anche attività didattica nell’ambito dell’organizzazione teatrale, noto spesso come i giovani artisti ignorino gli strumenti per reperire i primi fondi o accedere ai bandi di residenza: una carenza formativa che rischia di soffocare sul nascere l’innovazione.
Un’opera richiede infatti un tempo “sospeso”: una bolla temporale in cui l’artista possa concentrarsi esclusivamente sul processo ideativo affiancato da un tutoraggio adeguato. Senza questa parentesi resta solo l’ansia di produrre per collocare sul mercato il prodotto. Fortunatamente, negli ultimi anni si assiste a una rinvigorita centralità della creazione contemporanea italiana in Europa, frutto proprio del lavoro capillare svolto dalla rete delle residenze.

Entrando nel vivo di “The Festival” a Cuneo, vero e proprio cuore internazionale dell’evento, quali saranno le conferme, i grandi ritorni e le novità più attese?
C’è grande attesa per il ritorno di Abbondanza/Bertoni con un doppio appuntamento: la prima di “FigliaSanta”, un lavoro firmato da giovani coreografi che la compagnia accompagna nel loro percorso di crescita, e lo spettacolo “Replica”. Vedere Michele Abbondanza ed Antonella Bertoni ritornare in scena da interpreti, dopo tredici anni, rappresenta un cortocircuito artistico di straordinario fascino.
Di forte impatto si preannuncia anche “Wild” dei Motionhouse: la rielaborazione di un loro lavoro storico che viene oggi declinato attraverso una totale ibridazione tra circo e danza, in cui i performer superano qualsiasi distinzione di genere.
Desta molta curiosità anche “Runners” della compagnia Hippana.Maleta: il punto d’arrivo di una ricerca pluriennale avviata da un giocoliere che avevamo accolto in residenza una decina d’anni fa. Lo spettacolo fonde giocoleria, musica dal vivo e l’uso performativo di tapis roulant; quell’obbligo di correre restando fermi nello stesso punto, con il rischio continuo di venire espulsi dal nastro, si trasforma in una calzante metafora dell’affanno contemporaneo.

Tra queste diverse forme di racconto del presente, si avverte un cortocircuito affascinante: da un lato il profondo taglio antropologico e rituale della compagnia cilena La Huella Teatro, dall’altro una forte spinta verso il digitale e l’interattività. Come coesistono questi due poli così estremi nell’identità di Mirabilia?
La collaborazione con La Huella Teatro scaturisce da una spontanea consonanza poetica. Quest’anno presentano “Allqu Yana” e si inseriscono in un percorso sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, che mette in rete Mirabilia con partner come l’Entre-Pont di Nizza e MADferia di Madrid. Questo ponte culturale tra Europa e America Latina prepara il terreno per l’edizione 2027, che vedrà la nascita di una direzione artistica condivisa e collegiale.
In parallelo, con il progetto “TransMET-ART” (in sinergia con l’Entre-Pont) chiamiamo in causa direttamente la cittadinanza: saranno gruppi di giovani e volontari del territorio a costituire la giuria chiamata a selezionare le compagnie da sostenere.
Sul versante dell’innovazione tecnologica, la figura di Don Chisciotte fa da cerniera ideale. In collaborazione con l’Università di Torino e il progetto UTPlay / StudiumLab proponiamo un’installazione interattiva all’interno di una black box, dove lo spettatore si trova a dialogare con un Don Chisciotte mosso da un’Intelligenza Artificiale. Non concepiamo l’IA come una minaccia, ma come un dispositivo capace di schiudere nuove possibilità, così come di generare “allucinazioni” e finzioni, non diverse dai mulini a vento scambiati per giganti.
Tra le proposte interattive segnalo inoltre “La rivoluzione a 33 giri”, un’immersione sonora e visiva tra gli anni ’60 e ’70 mossa da tecnologia Arduino, e “Screenvestigation” di Albert Figurt, un’indagine ironica e acuta condotta esplorando il desktop del proprio computer per interrogare l’identità digitale.

Mirabilia è anche un laboratorio professionale, grazie ai ProDays – incontri tra professionisti di settore, artisti, operatori e studiosi – e a un’intensa attività di rete europea. In un contesto economico e sociale così complesso per lo spettacolo dal vivo, dove trovi l’energia per continuare questo cammino?
Credo sia un compito necessario, e tanto vale affrontarlo continuando a sognare e mettendo in campo ogni riserva di energia. In fondo, si tratta della consueta attitudine a lanciarsi contro i mulini a vento.
Stiamo attraversando una transizione storica epocale guidata dal digitale, che sta ridefinendo il concetto stesso di memoria e documentazione. A differenza della parola stampata, la traccia digitale si rivela fragile e volatile: un’enorme quantità di contenuti web prodotti nei primi anni Duemila è già andata perduta. L’assenza di un supporto materiale permanente espone la società al rischio di riscritture o rimozioni del passato.
In questo scenario, lo spettacolo dal vivo e l’esperienza dell’incontro fisico mantengono una funzione irrinunciabile. Continuare a preservare spazi di presenza, di comunità e di esercizio del pensiero critico rimane la motivazione profonda per cui ha ancora senso mettersi in cammino.

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