Fori Festival 2026: l’Alto Salento diventa una costellazione creativa

Valentino Ligorio e Sara Montanaro (ph: Agnieszka Kolacka)
Valentino Ligorio e Sara Montanaro (ph: Agnieszka Kolacka)

Dal 30 agosto al 25 ottobre torna nel brindisino il festival diretto da Valentino Ligorio e Sara Montanaro dedicato a creatività giovanile, arti performative e rigenerazione culturale dei territori

Ci sono luoghi che non sono soltanto coordinate geografiche, ma spazi in attesa di futuro. Piazze, quartieri, teatri e comunità che per anni hanno guardato altrove, immaginando che l’innovazione culturale dovesse necessariamente nascere nelle grandi città. Fori Festival nasce dentro questa distanza: tra ciò che un territorio è e ciò che può diventare.

22 spettacoli, fra il 30 agosto e il 25 ottobre, a prezzi che più popolari non si può. E poi audizioni, incontri, residenze artistiche. Il progetto parte da una domanda semplice e radicale: cosa accade quando la creatività contemporanea non arriva in un luogo come ospite occasionale, ma diventa parte del suo tessuto quotidiano?

La risposta di Fori è costruire una “Costellazione di Fori”: una rete di aperture, passaggi e connessioni che unisce San Vito dei Normanni, Carovigno, Brindisi, Francavilla Fontana e San Michele Salentino. Un sistema diffuso dove teatro, danza, musica, performance e nuovi linguaggi diventano strumenti di incontro e trasformazione sociale.

Il nome stesso del festival, codiretto da Valentino Ligorio e Sara Montanaro, contiene la sua dichiarazione d’intenti. Un foro è un’apertura: un varco attraverso cui entra la luce e attraverso cui lo sguardo può andare oltre. Il festival vuole creare proprio questi varchi, dimostrando che la ricerca artistica contemporanea può abitare anche i piccoli centri e contribuire alla costruzione di nuove forme di cittadinanza.

Un festival per una nuova idea di territorio
L’edizione 2026 nasce come un cantiere aperto. Non una semplice rassegna di spettacoli, ma un processo di relazione tra artisti, abitanti, giovani generazioni e istituzioni.
Il cuore del progetto resta il TEX – Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni, luogo di residenze, incontri e debutti. Qui gli artisti trovano uno spazio di lavoro e confronto, mentre il pubblico può assistere alla nascita dei processi creativi, non soltanto al loro risultato finale.

Accanto al centro nevralgico di San Vito, il festival attraversa gli altri territori coinvolti con azioni specifiche: a Carovigno la danza inclusiva diventa pratica di comunità attraverso percorsi rivolti a persone con e senza disabilità, educatori, operatori sociali e giovani; a San Michele Salentino il 100Lab ospita sperimentazioni legate alla poesia performativa e alla satira; Brindisi diventa punto di connessione con le politiche giovanili e con la dimensione internazionale della Regata Brindisi-Corfù; Francavilla Fontana accoglie progetti dedicati alla nuova drammaturgia e al rapporto tra teatro e giovani spettatori.
Il festival si propone così come un modello di welfare culturale: un luogo dove l’arte non è un evento isolato, ma uno strumento per creare legami, attivare partecipazione e immaginare nuovi futuri.

Protagonista la scena contemporanea under 35
Uno degli elementi distintivi è l’attenzione verso le nuove generazioni artistiche. Grazie alla collaborazione con realtà come la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, Risonanze Network e Puglia Culture, Fori porta nell’Alto Salento alcune delle esperienze più interessanti della scena emergente nazionale.

“Per noi la creatività under 35 – spiega Valentino Ligorio – è uno degli strumenti più potenti di trasformazione di un territorio. Giorgio Agamben osserva che contemporaneo è ciò che sa guardare il proprio tempo percependone il buio. È questa l’idea che ci guida: non riproporre ciò che già conosciamo, ma sviluppare uno sguardo capace di interrogare il presente e aprire possibilità nuove. Per questo non vogliamo limitarci a rinnovare tradizioni e linguaggi locali. Vogliamo aprire fonti nuove. Una fonte, a differenza di un bacino, non conserva: origina. È un gesto che gli artisti giovani sanno compiere con particolare forza, perché guardano il presente senza il filtro di ciò che è già stato. Non siamo neo-folklorici né neo-vernacolari: siamo contemporanei”.

Il programma attraversa teatro di ricerca, danza contemporanea, circo, poesia orale, musica elettronica e performance multidisciplinari, costruendo un percorso capace di dialogare con pubblici differenti.
Tra gli appuntamenti più attesi c’è “Generation Crash”, progetto di Francesca Albanese, Silvia Baldini, Marco Chenevier e Laura Valli prodotto da Qui e Ora Residenza Teatrale, spettacolo che indaga il rapporto tra generazioni in un’epoca in cui sette generazioni convivono contemporaneamente. Attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico, la performance affronta temi come futuro, risorse, potere e possibilità di cambiamento.

Generation Crash sarà in scena il 5 settembre (ph: Carlo Valtellina)
Generation Crash sarà in scena il 5 settembre (ph: Carlo Valtellina)

La ricerca identitaria è al centro di “Ceci n’est pas Omar” di Omar Giorgio Makhloufi e Diana Dardi, prodotto dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia: un viaggio fisico e politico dentro la complessità delle identità contemporanee, tra migrazioni, memoria familiare e appartenenze multiple.

Il festival ospita inoltre la poesia performativa con Slammals – Branco Po’etico, realtà legata al circuito della Poetry Slam italiana, e il debutto nazionale di “MOR – Storia per le mie madri” di Lucia Raffaella Mariani, ispirato alla graphic novel di Sara Garagnani, una riflessione sulla trasmissione dei traumi familiari e sulla memoria delle generazioni.

La danza contemporanea trova spazio con “27” di Ermanno Sbezzo, dedicato al mito del Club 27 e al rapporto tra creatività e fragilità, e con “BAIA” di casagrande // giorgini, progetto coreografico che attraversa il rapporto tra corpo, memoria e paesaggio.
Tra gli altri appuntamenti: “I’ve loss of attention” del Collettivo EFFE, ricerca sulla percezione e sull’attenzione del pubblico; “Concerto per uno sconosciuto” di Pietro Cerchiello, vincitore Premio Scenario 2025; “Tecniche di lavoro di gruppo”, spettacolo che arriverà al Teatro Virgilio di Francavilla Fontana grazie alla collaborazione con Puglia Culture; “Balloons” di Fabio Camassa e Antonio Anzilotti De Nitto; “Riccardo ama Riccardo” dell’Accademia Mediterranea dell’Attore; e le performance di Sergio Beercock dedicate al rapporto tra voce, musica e identità. Da annotare anche “Bye bye my love” di Mattia Carlucci.

Residenze, comunità e nuovi processi creativi
Una parte fondamentale di Fori sarà dedicata alle residenze artistiche: momenti in cui gli artisti possono sviluppare nuove opere entrando in relazione con i luoghi che li ospitano.
Tra i progetti figurano “Il vento che abito” di Antonella Germinali, la residenza e il debutto nazionale di “MOR”, il progetto vincitore della call Fori Festival 2026 per compagnie under 35, realizzato da Marta Polidoro e Andrea Mattei, e la residenza di Ferrara Off.

Il festival ospita inoltre il Premio RiGenerAzioni del Network Internazionale Danza Puglia e il Premio Cantiere Risonanze, confermando la propria vocazione a essere un luogo di sostegno e accompagnamento per le nuove generazioni artistiche.

Accanto alla produzione artistica, Fori sviluppa progetti partecipativi come “Woland – Alla ricerca della satira perduta”, percorso di ricerca drammaturgica con adolescenti di San Michele Salentino ispirato al romanzo di Michail Bulgakov, e “Vicinato – Atto Precario Vivo” del Collettivo EFFE, una pratica di confronto tra artisti e comunità.

A Carovigno il progetto “ScenicaMente” della Compagnia Menhir utilizza la danza come strumento di inclusione e relazione, coinvolgendo persone con e senza disabilità, operatori sociali, educatori e giovani.

Una cultura che costruisce futuro
Fori Festival non nasce per creare un’isola culturale separata, ma per mettere in movimento un territorio. Il suo obiettivo è dimostrare che la cultura contemporanea può essere una infrastruttura sociale: capace di creare opportunità, trattenere talenti, generare nuove economie e rafforzare il senso di appartenenza.

«La sfida di convincere un artista a lavorare in questi territori e quella di convincere questi territori a credere nella cultura contemporanea sono, in fondo, la stessa – prosegue Ligorio – Stanno in piedi solo se hanno una parola in comune: continuità. Un artista investe in un luogo se sa che tornerà, se quel luogo diventa un interlocutore e non un palco prestato per una sera. E un territorio riconosce nella cultura un motore di sviluppo solo quando smette di vederla passare e la vive come un’abitudine, qualcosa che manca quando non c’è.
Fori nasce da qui: non dall’idea di fare un festival più grande, ma dalla convinzione che, tra un’edizione e l’altra, qualcosa debba restare acceso. La sfida è trasformare l’intermittenza degli eventi in un’infrastruttura culturale capace di durare. Fori invita artisti da fuori regione perché il confronto porta respiro e tiene alta l’asticella, ma il segnale più importante è rivolto agli artisti pugliesi, soprattutto a quelli che sono partiti. Vogliamo dire che anche qui è possibile fare ricerca, costruire percorsi seri e tornare a investire sul territorio. La nostra scommessa parte da un contesto fragile, ma proprio per questo ricco di possibilità. Dove c’è un vuoto può nascere qualcosa di nuovo. Gli artisti, quando il territorio è vero, arrivano. Sta a noi renderlo tale e dimostrare che vale la pena costruirci futuro».

La prima edizione aveva attirato l’attenzione nazionale, raggiungendo spazi importanti della comunicazione culturale e teatrale. Nel 2026 il festival amplia la propria ambizione: più spettacoli, più residenze, più occasioni di partecipazione, più spazio ai giovani artisti.

Fori immagina l’Alto Salento come una costellazione: tanti punti diversi che, collegandosi, producono una nuova luce. Un progetto in cui teatro e arti contemporanee non arrivano semplicemente nei territori, ma li aiutano a raccontarsi, trasformarsi e progettare il futuro. Con l’obiettivo – come osserva Sara Montanaro – di «rappresentare una scena contemporanea variegata ma soprattutto viva, che non guarda il pubblico dall’alto ma si pone al suo stesso livello, dialogando direttamente con la realtà».

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