I Persiani di Ortoleva: un fil rouge da Tonino Conte ad oggi

Ph: Giulia Lenzi
Ph: Giulia Lenzi

Enrico Campanati, Pietro Giannini e Valentina Picello con Marco Santi protagonisti dello spettacolo per i 50 anni della Tosse

Scritta nel 472 a.C., “I Persiani” di Eschilo è la tragedia più antica giunta integralmente fino a noi. Continua a interrogare il presente con una lucidità quasi insopportabile, non perché racconti una guerra, ma perché sceglie di raccontarla dal punto di vista di chi l’ha persa.

Per celebrare i cinquant’anni della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, Giovanni Ortoleva (artista associato al teatro per il triennio 25-27) torna a questo capolavoro inaugurando un dialogo ideale con una delle pagine più significative della storia teatrale genovese.
Sono passati quasi trent’anni da quando Tonino Conte trasformò la Fiumara, allora terra sospesa tra archeologia industriale e paesaggio marittimo, nel luogo simbolico di una memorabile messinscena dei Persiani. Quello spettacolo è rimasto impresso nella memoria collettiva della città, non soltanto per la sua imponenza visiva ma per la capacità di fare dello spazio urbano un organismo vivo, attraversato dalla tragedia.

Ortoleva non tenta di inseguire quella memoria né di replicarla. Al contrario, sceglie di raccoglierne l’eredità spostandola in un altro luogo-simbolo di una Genova in trasformazione: il Parco Urbano Gavoglio, nell’area dell’ex caserma del Lagaccio.
Come la Fiumara di allora, anche questo spazio porta impressi i segni di un passaggio storico, di una metamorfosi ancora in corso.
È qui che la tragedia di Eschilo ritrova una sorprendente pertinenza contemporanea.
Il luogo deputato è una poetica “voragine” circondata da palazzoni residenziali che lo abbracciano tutt’intorno. Determinante è il rapporto tra spettacolo e luogo. Come accade nelle migliori esperienze della Tosse, lo spazio non costituisce una semplice cornice ma diventa parte integrante della drammaturgia.

Campanati e Picello (ph: Giulia Lenzi)
Campanati e Picello (ph: Giulia Lenzi)

L’ ex caserma Gavoglio, con la sua identità sospesa tra passato e futuro, amplifica il senso di una tragedia che parla di rovine, eredità e ricostruzione. L’eco della città entra così nel testo ed esso, a sua volta, sembra riscrivere il paesaggio urbano.
L’allestimento appare tuttavia un po’ ridotto. In scena è presente uno scheletro ligneo di un letto a baldacchino, senza materasso, davanti al quale è collocata una panca, anch’essa di legno. L’intento è di restituire il carattere radicale del testo, ma rischia di perdersi nella vastità dell’ambiente.

Eschilo, combattente greco e dunque appartenente al popolo vincitore, compie un gesto politico e poetico di straordinaria modernità: rinuncia alla celebrazione del trionfo e concentra il proprio sguardo sul dolore dei nemici. Il palazzo di Susa diventa così il luogo dell’attesa, dell’angoscia e della presa di coscienza di una catastrofe ormai inevitabile. Nessun eroismo, nessuna retorica patriottica: soltanto il peso devastante delle conseguenze.

In un tempo in cui le guerre occupano (ancora) il centro dell’immaginario collettivo, la scelta di Ortoleva è particolarmente appropriata. La tragedia non parla tanto della battaglia di Salamina, quanto dell’incapacità del potere di riconoscere i propri limiti.
Il vero protagonista dell’opera è la hybris, la tracotanza che spinge un sovrano a identificare il proprio desiderio con il destino di un intero popolo. La regia lavora proprio su questa dimensione. Lo spazio scenico sembra progressivamente contaminarsi dalla presenza dei morti, come se la distanza tra la reggia e il campo di battaglia si annullasse poco alla volta. La comparsa dell’ombra di Dario – uno dei momenti più potenti della tragedia antica – diventa qui il fulcro di una riflessione sulla trasmissione della violenza tra le generazioni.

La scelta di affidare allo stesso attore, Pietro Giannini, tre ruoli complessi, tra cui il padre Dario e quello del figlio Serse, rende visibile un nodo concettuale centrale nell’interpretazione di Ortoleva: la guerra come eredità, come comportamento che si trasmette nel tempo insieme ai legami di sangue. In questo senso il cast assume un valore che supera la semplice distribuzione dei ruoli.
Insieme a Giannini, premio Ubu 2025 come migliore attore under 35, ci sono Enrico Campanati, figura storica del teatro della Tosse, e Valentina Picello (anche lei Ubu 25 come migliore attrice), ad incarnare tre generazioni diverse della scena italiana, unite da una comune relazione con Genova e con il teatro che produce lo spettacolo.

La loro presenza costruisce una sorta di genealogia artistica che dialoga con quella evocata dal testo. Campanati conferisce al Coro una densità umana e una misura espressiva che trasformano ogni parola in memoria condivisa. Valentina Picello restituisce alla regina Atossa, moglie di Dario e madre di Serse, una complessità che evita ogni monumentalità astratta, rendendo palpabile il progressivo sgretolarsi delle certezze del potere. Pietro Giannini affronta la doppia incarnazione di Dario e Serse con un lavoro di forte intensità, facendo emergere le continuità profonde tra le due figure senza cancellarne le differenze.
Attorno a loro, Marco Santi contribuisce a costruire una partitura scenica essenziale e rigorosa.

Ph: Giulia Lenzi
Ph: Giulia Lenzi

A oltre 2400 anni dalla sua composizione, “I Persiani” continua così a ricordarci qualcosa che il nostro presente fatica spesso ad accettare: il dolore non ha nazionalità, la sofferenza del nemico non è diversa dalla nostra, e ogni guerra produce soltanto un immenso catalogo di perdite. Nel riportare in scena questa tragedia per il cinquantenario della Tosse, Ortoleva non realizza soltanto una nuova produzione. Costruisce un ponte tra la memoria di una città, la storia di un teatro, le inquietudini del presente. E ci invita a guardare negli occhi il dolore degli altri, riconoscendovi qualcosa che ci appartiene profondamente.

In replica il 23 giugno al Teatro Romano di Fiesole, il 26 giugno a Milano per Da vicino nessuno è normale (Ex Osp. Psichiatrico Paolo Pini) e il 28 giugno all’Anfiteatro Romano di Ancona.

I PERSIANI
di Eschilo
adattamento e regia Giovanni Ortoleva
traduzione Giorgio Ierano’
con Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse), Valentina Picello (Atossa)
e con Marco Santi
costumi Daniela De Blasio
assistente alla regia e disegno luci Marco Santi
musiche Pietro Guarracino
elettricista Davide Bellavia
macchinisti Fabrizio Camba e Luca Besutti
sarta Viviana Bartolini
produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse
L’illustrazione dello spettacolo è di JUTA

Durata: 1h
Applausi del pubblico: 4′

Visto a Genova, Parco Urbano Gavoglio, il 5 giugno 2026
Prima nazionale

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