Circo, teatro di strada, ma anche cittadinanza attiva e intelligenza artificiale al festival Mirabilia ideato dall’associazione IdeAgorà e diretto da Fabrizio Gavosto
Un Paese dei Balocchi collodiano. Un’abbuffata di bellezza. L’immersione nei territori del gioco e della danza, del circo e del teatro.
Benvenuti a Cuneo, la città della resistenza partigiana e dei cioccolatini al rum, il salotto piemontese trasformato in bomboniera con tendoni da circo in ogni dove, spazi adattati alle rappresentazioni dal vivo, momenti di musica e coreografie, incontri per rilassarsi, sognare, riflettere. Bentornati a Mirabilia, festival delle arti di strada, contagio dove ci si perde in esperienze sinestetiche, fagocitati in uno spazio alchemico dove la fantasia si mescola alla realtà in un viaggio immaginifico ad occhi aperti.
Ultimi sussulti di una lunga estate calda e tormentata, tra rigurgiti di pioggia e vampate di calore. “Gimme Shelter”, dammi un rifugio: Mirabilia è un riparo di benessere e inclusione: non per eludere le brutture del mondo, ma per meglio accoglierle, meditarle, elaborarle.
Ecco perché ci piace parlare del festival internazionale di circo e performing art diretto da Fabrizio Gavosto partendo da “Escape room”: una sorta di caccia al tesoro organizzata da LVIA, ong impegnata nella cooperazione internazionale in Africa, che realizza progetti di cittadinanza attiva anche in Italia.
Una tenda. Oggetti vari. Scrigni. Un’esperienza a scatole cinesi. Cassette, bauletti e indizi da cercare con lo spirito di Sherlock Holmes e Martin Mystère. Lucchetti da disattivare. Chiavi da scovare. La soluzione arriva grazie a un lavoro di team. Ed è un’occasione in più per riflettere sui divari tra Nord e Sud del mondo, sul neocolonialismo che asseta, sullo sfruttamento che affama, sul diritto all’acqua che si scontra con nuove e ingiuriose povertà.
C’è sete di fantasia a Mirabilia. Ed ecco il teatro urbano degli svizzeri di Panorama Kino Theatre con “ItalOrama”. Nella centralissima e mastodontica piazza Galimberti, basta un carretto rotante a 360°. Un cabaret interattivo. Un ballo di gruppo sulle note dei Jackson Five, che crea la relazione tra attori e pubblico, tra pubblico e spazio urbano. Basta un niente. Cade una parete nell’oscurità di uno quadrilatero sospeso. Una sorta di cinema artigianale, ed ecco che si apre uno spicchio di sguardo su una città che perde progressivamente ogni compostezza, e ci rivela sorprese, colori, musica, balli, allegria, eccentricità. Spettacolo fatto di niente e con niente. Eppure questo spazio banale diventa camera delle meraviglie. Quando basta un minimo d’inventiva, e succinti cappelli a cono, per accendere l’immaginazione. Geniali.
Simpatia circense a piazza Foro Boario, quartier generale del festival attorno al risto-bar-birrificio Baladin, che sfama e disseta centinaia di artisti e operatori.
Iniziamo con “Per un pelo”, di Chalibares. “Donna baffuta, sempre piaciuta”, si diceva una volta. Ma che succede quando cade la maschera, e nulla rimane dei sapidi, virtuosi, baffi al femminile? Questo spettacolo di strada fuori dal tendone è un mix di musica buffa e gorgheggi di voci bianche, tra piedi prensili, alchimie corporee, acrobazie androgine, birilli, palle e palline di tutte le risme. Un lavoro genuino e demenziale, dove a “pazziare” sono teste, colli mani, ascelle, con l’accompagnamento di melodica, viola e chitarra. E oscillazioni deliranti, dal canto gregoriano alla pizzica.
Musica al centro anche di “Porte-à-Faux”, di Théâtre Circulaire. Suoni di mille strumenti improvvisati con materiali di risulta e con le strategie più strampalate. La compagnia svizzera ci delizia con l’ilarità, e un labirinto di porte, botole, finestre, trappole, aperture che nascondano scenari da “Cronache di Narnia”. Personaggi sempre in bilico, tra divertimento e follia. Equilibrismi, piroette, acrobazie e randellate, per riassestare il baricentro quando qualcosa va storto, e magari una porta sbatte sulle tempie o sul naso di uno dei malcapitati protagonisti. E se tutto sembra precipitare, basta spalancare le ali, usare la spavalderia e liberarsi coraggiosamente alla forza travolgente del volo.
“Et vous… ça va?”. Ancora circo e tendone, stavolta al Parco Monviso. Ma in questo esperimento bizzarro dei francesi di Compagnie Cirkulez contano molto la musica, la danza e il canto. Il lavoro presenta una carrellata di personaggi stravaganti, giocolieri con tre braccia, funamboli fascinosi, fachiri aerei, tangueros onirici, acrobate del cerchio, artisti della ruota Cyr con più baricentro dell’uomo vitruviano. Uno spettacolo surrealista e psicologico. Costumi baroccheggianti. Atmosfere fumose. Luci notturne. Ironia malinconica. E uno stile numinoso, espressionista e decadente, che ricorda la poetica di David Lynch.
Tra centro e periferia, incontriamo ancora spettacoli artigianali senza troppe pretese, come la squinternata “Dyane” in panne dei belgi di Sitting Duck, sotto il sole cocente di piazza Galimberti. Oppure “Triki-Tran” degli spagnoli di Brute Clown, nel Patio Andaluso dell’Istituto Fiore. “Pane, amore e Andalusia”, per questo spettacolo di coppia tra danza e magia, che affascina con la sua semplicità, con la capacità di trovare lo spettatore giusto da catapultare sul palco, con l’abilità di riassumere attraverso tre gesti e tre parole – e il giusto dosaggio di simpatia – due capisaldi della tradizione spagnola come il flamenco e la corrida.
C’è un piccolo spazio per l’autoriflessione in Mirabilia. La compagnia belga Les Daltoniens propone l’installazione urbana “Beatboxmaton”. Una cabina. Un microfono e un obiettivo. I collegamenti con una regia audio/video. Ci ritroviamo faccia a faccia con un’intelligenza artificiale, che ci permette di creare, mediante semplicissimi input – un suono, una frase – la nostra personalissima musica. L’intelligenza artificiale ci dà anche qualche lezione di teatro in termini di pronuncia, postura, ritmo. Ci pone domande semplici e al tempo stesso complesse su temi come la felicità, l’amore, l’amicizia o la bellezza di un tramonto. Ci scopriamo strumentisti di un progetto musicale collettivo. Soprattutto, troviamo un riscontro ultrasensoriale e superumano alle nostre umanissime facoltà sensoriali e spirituali.

Mirabilia è stupore, come dice il nome. A chiuderne questa XVIII edizione è il “Don Chisciotte” di Teatro dei Venti. Corso Nizza catalizza frotte di spettatori per l’evento clou del festival. Trampoli, tamburi, macchine sceniche. Costumi fantasiosi, musica e festa. Una drammaturgia mirabolante, ritmata, calibrata, fatta di rime, assonanze e giochi di parole. È un inno non solo a Cervantes, ma anche alla grande letteratura di tutti i tempi. È la celebrazione della follia come idealismo e illusione, come rimpianto dei valori e della grandezza del passato, per esprimere le ambiguità e le contraddizioni dell’esistenza. È Il tema attualissimo dell’uomo spodestato dal centro dell’universo, in crisi davanti a una realtà sfuggente e mutevole, che contempla imperfezioni ed errori. Con Don Chisciotte, cavaliere errante sulla groppa del cavallo Ronzinante, il fido scudiero Sancho Panza, anch’egli sui trampoli dilatati da un’idea di cavallo stilizzato. Sempre sui trampoli, a giganteggiare, sbandieratori, figure animalesche, mulini dalle pale roteanti. Questo lavoro è la perfetta condensazione dell’idea di spettacolo: vi trovano spazio cultura, estro e bizzarria.
È il trionfo dell’immaginazione e dell’ironia. Eppure, sullo sfondo, incombe la morte. A ricordarci la precarietà delle cose e la fugacità della vita. Ad ammonire un’umanità desiderosa di riconoscere la propria fragilità. E di denunciare un mondo contemporaneo che pare avviato al declino morale, sociale e culturale. Ma “Don Chisciotte” preserva la speranza, tenace e spregiudicata. Riscopre la forza salvifica dell’arte. E chiude, con l’afflato della poesia, un festival capace insieme di divertire e far pensare.
