Lezione di storia. Intervista a Daniele Timpano – 1^ parte

Daniele Timpano in Aldo Morto

Daniele Timpano in Aldo Morto (photo: Andrea Chesi per Klp)

Chi conosce il lavoro di Daniele Timpano sin dagli esordi e volesse assistere all’ultimo suo lavoro su Aldo Moro saprebbe benissimo a cosa andrebbe incontro. Ormai, infatti, l’attore/drammaturgo/performer ha acquisito, di spettacolo in spettacolo, uno stile inconfondibile che, all’occhio di uno spettatore attento, concede solo pochi barlumi di incertezza.
Ed è altresì chiaro, anche a chi da una parte e dall’altra si indignò scioccamente  per “Dux in scatola” o per “Risorgimento Pop”, trovandoli in qualche modo blasfemi, che il nostro eroe, destrutturando tutto ciò che incontra, conduce sempre il suo gioco sul filo del rasoio, dove il sarcasmo regna sovrano tra documentazione storica, il più delle volte solo apparentemente veritiera, e ricordi personali proposti in estrema libertà e analisi politica.

Proprio qui stanno la forza e la peculiarità del suo teatro. Tutto ciò è infatti puntualmente avvenuto da “Dux in scatola” a “Ecce Robot” fino a “Risorgimento pop”, in cui venivano visitati con estrema provocazione tre momenti della storia del nostro Paese.
In “Dux in scatola” Timpano raccontava le rocambolesche vicende del corpo del duce, da piazzale Loreto nel ‘45 alla sepoltura nel cimitero di S. Cassiano di Predappio nel ’57, intrecciandole con  testi letterari, luoghi comuni sul fascismo, materiali neofascisti provenienti dal  web, nel tentativo di capire l’incidenza che la figura di Mussolini ha tutt’oggi nell’immaginario degli italiani.


In “Ecce Robot” l’analisi veniva invece spostata agli anni ’70, che erano ripercorsi col medesimo modulo espressivo per frammenti attraverso l’immaginario eroico di una generazione cresciuta davanti alla tv, e nutrita dai cartoni giapponesi di cui Timpano metteva in scena forme e meccanismi.

In “Risorgimento pop”, infine, sotto le grinfie del nostro veniva esaminato il Risorgimento con i suoi miti: Pio IX, Garibaldi, Cavour e Mazzini, che diventavano in scena figure che propaganda, vulgata e retorica hanno appiattito, sbiadito ed incastrato in quel mito di fondazione forzato, immaginario e falsamente concorde del nostro Paese.

Daniele Timpano in Aldo Morto

Daniele Timpano in Aldo Morto (photo: Andrea Chesi per Klp)

Questi tre momenti della nostra storia sono stati rivoltati come un calzino in modo da riportarli però sempre al presente, soprattutto per capire meglio il tempo che stiamo vivendo, il tutto raccontato  attraverso una narrazione che tende alla divagazione, alle pause calcolate, che si nutre di esemplificazioni paradossali, di aneddoti, di colloqui con oggetti, finanche di bui e di uscite di scena.

Ed ecco ora lo spettacolo su Moro, che ovviamente non poteva che chiamarsi “Aldo Morto”, attraverso cui abbiamo potuto verificare ulteriormente i nostri convincimenti sul suo teatro.
Dobbiamo però anche rimarcare che il modo di condurre ogni elemento dello spettacolo ora è meno episodico, meno frammentario, e che tutto il complesso apparato drammaturgico che lo contraddistingue, composto ancora una volta da dati oggettivi spesso messi in discussione, ricordi personali e sapiente gioco del dentro e del fuori l’attore e i personaggi che interpreta (il figlio di Moro, il reporter, Adriana Faranda, Renato Curcio-Mazinga) si è perfettamente amalgamato, e consente all’interprete di cogliere tutte le sfaccettature del tema trattato, restituendocene tutti i significati in chiave attuale. E sempre tra profondità e leggerezza, come quando Timpano dialoga teneramente con una piccola Renault 4 rossa (ricostruzione di quella dove fu trovato il corpo di Moro) telecomandata dal fedele Dario Aggioli, che ha anche curato il piano luci dello spettacolo.  

Daniele Timpano in Aldo Morto

Daniele Timpano in Aldo Morto (photo: Andrea Chesi per Klp)

Insomma Daniele, con Aldo Morto vuoi ancora una volta raccontare di ieri per parlare di oggi?
Certo. D’altronde è inevitabile, parlando del passato, confrontarsi col presente. L’elemento per me di novità e di interesse è che, finalmente, dopo Mussolini e Mazzini, ho la possibilità di confrontarmi con un evento storico recente, e dunque anche con un pubblico che, a differenza di me, ha vissuto gli anni di Piombo ed è convinto, in buona fede, di averne un ricordo limpido e sicuro, avvalorato dalle dichiarazioni di chi ne fu protagonista e dal martellare mediatico di film, documentari, interviste e chiacchiere in tv. Ben sappiamo, però, che la memoria ci restituisce solo ciò che noi vogliamo ci restituisca, non certo quel che abbiamo rimosso, non certo tutto quello che è successo. Quelli che hanno operato contro lo Stato minimizzano ogni cosa, loro che spesso oggi sono in luoghi di potere e di comando. Gli avvenimenti sono ancora troppo recenti per poterne fare autentica storiografia. Le fonti troppo poco neutre, troppo inquinate di memoria, e spesso di consapevole calcolo o interesse. Da quando ho cominciato a preparare questo spettacolo non ho fatto che incontrare persone che volevano dirmi la loro su questa materia, le proprie esperienze, su dov’erano il 16 marzo o il 9 maggio ’78. Fatti loro! Io nel 1978 avevo quattro anni. Io non c’ero. Questo è stato il punto di partenza di quello che, sinora, proprio rispetto al discorso sul presente, si sta rivelando come il più esplicitamente politico dei miei spettacoli.

Politico e tragico, sotto il velo del sarcasmo e della leggerezza.
Hai colto bene, è infatti anche lo spettacolo dove credo di essere riuscito a metter dentro più “dolore”. Il titolo stesso, che parrebbe solo provocatorio (e invece mal nasconde una certa inclinazione alla pietas, al cordoglio) è significativo: Aldo morto, tragedia. Fra leggerezza e tragedia, non prendendosi mai troppo sul serio, a me francamente pare uno spettacolo serissimo.

Nello spettacolo si vede il rimpianto per quello che si poteva fare e non si è fatto. Insomma, al di là di certe conquiste, si sono tradite le aspettative di chi c’era?
Nel caso sarebbero stati molti degli stessi che allora c’erano ad aver tradito le loro stesse aspettative, ad essere cresciuti, ad esser diventati insignificanti bambini in carne e ossa come tutti, anziché restare splendidi pinocchi o, almeno, diventar qualcosa di meglio. Indubbiamente, per noi che siamo venuti dopo, ripensare a quegli anni, a quei discorsi (e non sto parlando della lotta armata, ma anche semplicemente del progressivo allargamento dei diritti, delle conquiste, della semplice consapevolezza politica dell’esser cittadini) è una cosa che mette addosso un misto indistinto di entusiasmo emulativo un po’ nostalgico e di depressione senza orizzonti di speranza. In fondo, credo che più che le aspettative di chi c’era, siano state tradite quelle di chi non c’era ancora. Come ci avessero lasciato in eredità la disillusione e lo stallo permanente. Ma naturalmente parlo per me, o al limite per la mia generazione. Magari i quindicenni o ventenni di oggi, cioè le generazioni successive alla mia, daranno fuoco a questo Paese morto, lo resusciteranno o lo distruggeranno, o non riusciranno a far niente lo stesso neanche loro, perché il mondo che crederanno o spereranno di combattere li avrà già resi come lui, vale a dire come noi, integrati o soffocati quaggiù ai margini, o sia integrati che ai margini. Insomma, una tristezza.

— fine prima parte —

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