Balzac e l’arte di pagare i debiti, secondo Demarcy-Mota

Le faiseur (photo: Louis Fernandez)
Le faiseur (photo: Louis Fernandez)

Le faiseur (photo: Louis Fernandez)

Cercava un romanzo e s’è imbattuto in una pièce di teatro.
Emmanuel Demarcy-Mota
, effervescente animale teatrale francese, classe 1970, direttore del Festival d’Automne dal 2011 e del Théâtre de la Ville, responsabile della programmazione anche al Théâtre des Abbesses, riporta la sua fedele troupe a Montmartre con “Le Faiseur” (di scena fino al 12 aprile), tratto dall’opera omonima di Balzac.

Autore della celebre commedia umana, che avrebbe dovuto soddisfare ogni dubbio e curiosità sulla natura dell’uomo e descriverne tutte le multiple accezioni, Balzac è da sempre sinonimo stesso del romanzo, ma non tutti sanno che, a margine della maestosa produzione romanzesca, lo scrittore lasciò ai posteri anche sette opere teatrali.
Così, dopo aver sovvertito Ionesco, il regista francese s’impadronisce di Balzac e della sua pièce multiforme, sul tema del debito che, con le sue 27 nature, costituisce la vera e propria drammaturgia interna dell’opera. Qui l’equilibrio è bandito. Il fulcro d’interesse risiede in tutto ciò che sale, perde quota, fluttua, smarrisce l’equilibrio e si rimette disperatamente alla ricerca di un nuovo centro di gravità.

Protagonista e anti-eroe è Mercadet, debitore incallito, interpretato magistralmente da Serge Maggiani, lo squilibrato per eccellenza. Vestito di tutto punto, dotato di una delle più belle dimore di Parigi e di una delle mogli più eleganti che si fa regolarmente vedere all’Opera, è un uomo solo che non esita a sacrificare la felicità della figlia pur di conservare il suo status, quello di debitore, ricercato da tutti. “Tutti in fondo vogliono il mio bene, nessuno tra i miei creditori spera che mi succeda qualcosa”.
Mercadet, impermeabile a ogni morale, pratica quasi un esercizio dionisiaco della creazione: non lavora per pagare i debiti, ma per creare denaro dal nulla. Contrae quotidianamente nuovi debiti, ma la sua preoccupazione non è quella di rimborsarli, ma solo di sbarazzarsi delle scadenze, conservando i suoi creditori. “Tre mesi per uno speculatore sono un’eternità”, e l’assillo del campanello, la paura del rintocco alla porta, la coda davanti all’uscio di casa sono disgrazie ben tollerabili, nonché il miglior antidoto alla sua solitudine. Perché “un uomo che non deve niente a nessuno, nessuno pensa a lui”.

Il vuoto aleggia sulla scena, quello positivo, del debito, e quello lasciato dall’associato fantasma di Mercadet, Godeau, atteso per tutta la durata della pièce (l’assonanza con il Godot di Beckett è una pura, e deliziosa, coincidenza, e i due non hanno nulla in comune se non l’essere attesi invano).
Tutto è un’allegoria del debito. La stessa scena è in equilibrio precario. Le assi del teatro si alzano e si abbassano e i personaggi scivolano con esse, si arrampicano, risalgono la china della propria vita, sottomessi, loro malgrado, agli improvvisi avvilimenti dell’animo umano e ai suoi subitanei entusiasmi. In fondo “cosa c’è di così disonorevole a essere in debito? Esiste un solo Stato in Europa senza debiti? Quale uomo ha mai saldato il debito nei confronti del proprio padre? Gli deve la vita e non può, suo malgrado, rendergliela. La terra stessa fallisce continuamente davanti al sole. La vita, mia signora, è un prestito perpetuo”.

Baudelaire, anche lui eterno debitore, in “Come pagare i propri debiti quando si ha del genio” citava Balzac, raccontandolo come il personaggio più affascinante della sua stessa commedia umana, “il genio delle imprese commerciali iperboliche e dei fallimenti mitologici”, “cervello poetico tappezzato di cifre come l’ufficio di un finanziere”. D’altronde, accumulare debiti era una delle abitudini più eleganti dell’Ottocento.
Alfred de Musset, visconte e poeta, scriveva che un gentiluomo senza debiti non avrebbe mai potuto presentarsi nei salotti, e lo stesso Balzac era noto non solo per il suo amore del lusso ma per la sua celebre esigenza di non potersi distrarre con il lavoro.

Lo spettacolo tiene il ritmo serrato della prosa di Balzac, lucida, tagliente e dritta al punto. Ma Demarcy-Mota va troppo lontano. Julie Mercadet, la figlia, strimpella una melodia dei Red Hot Chili Peppers; cori a cappella alla Broadway esplodono all’improvviso sulla scena, stonando non poco con l’atmosfera dell’opera. Lo stesso trucco degli attori, le movenze troppo caricate non trovano posto nella prosa leggera di Balzac. Sembrerebbe che il regista abbia preso un po’ troppo sul serio la pièce, e ogni tanto l’ironia si disperde e scivola anch’essa sulle assi in bilico in scena. Lo spettacolo, tuttavia, resta lieve e piacevole, e a Demarcy-Mota sicuramente va il merito di aver riportato in scena un quasi sconosciuto Balzac drammaturgo.

Le Faiseur (The Doer)
da Honoré de Balzac
regia: Emmanuel Demarcy-Mota
con: Serge Maggiani, Valérie Dashwood, Sandra Faure, Pascal Vuillemot, Gaëlle Guillou, Céline Carrère, Jauris Casanova, Philippe Demarle, Stéphane Krähenbühl, Sarah Karbasnikoff, Gérard Maillet, Charles Roger Bour, Walter N’Guyen
scene e luci: Yves Collet
musiche: Jefferson Lembeye
costumi: Corinne Baudelot

durata 1h 50’
applausi del pubblico: 4’

Visto a Parigi, Théâtre des Abbesses, il 19 marzo 2014

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