Con Marco Martinelli a parlare della bellezza politica

Marco Martinelli

Marco Martinelli

Io mi cucirò neri calzoni
del velluto della mia voce.
E una gialla blusa di tre tese di tramonto.
Per il Nevskij del mondo, per le sue strisce levigate
andrò girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusto.

Gridi pure la terra rammollita nella quiete:
“Tu vieni a violentare le verdi primavere!”
Sfiderò il sole con un sogghigno arrogante:
“Sul liscio asfalto mi piace biascicar le parole!”.

Sarà forse perché il cielo è azzurro
e la terra mia amante in questa nettezza festiva,
che io vi dono dei versi allegri come ninnoli,
aguzzi e necessari come stuzzicadenti.

Donne che amate la mia carne e tu, ragazza
che mi guardi come un fratello,
coprite me, poeta, di sorrisi:
li cucirò come fiori sulla mia blusa di bellimbusto.
(La blusa del bellimbusto, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, 1914)

A fine 2012 la consegna dei Premi Ubu vede uno degli ennesimi, inevitabili, riconoscimenti assegnati a Marco Martinelli, fondatore, con la compagna di vita e d’arte Ermanna Montanari, del Teatro delle Albe di Ravenna.
È il Premio Speciale per “Eresia della felicità”, che ha come sottotitolo “Creazione a cielo aperto per Vladimir Majakovsij”, che la giuria descrive come: «Una straordinaria alchimia di poesia majakovskijana e energia adolescente, afflato pedagogico e domande teatrali, innervata nella vocazione “asinina” e “dionisiaca” di un maestro-bambino intento, con l’intero percorso della non-scuola, a “salvare il mondo coi ragazzini”».

Con l’attività sia di teatro che di formazione, i fondatori delle Albe hanno lasciato tracce indelebili. Capaci di arrivare con la loro “non-scuola” in molteplici angoli del globo, hanno aiutato tanti giovani e adolescenti a dare forma e voce alla propria immaginazione ed energia creativa, toccandone cuore e spirito.
“Ho in odio ogni sorta di vecchiume! Adoro ogni sorta di vita!”, una delle frasi urlate, incarnate dall’esercito di giovani accorsi a Santarcangelo, tutti rigorosamente in blusa gialla, per l’edizione 2011 del Festival, e ancora radunatisi a Venezia, o meglio al Cinema-Teatro di Marghera, nel corso del 2012 sempre per dare voce alla loro “Eresia della felicità”.

Parole che sono di deflagrante urgenza, che sembrano rispondere idealmente, o meglio aver evocato, a distanza, gli stessi sconvolgimenti politici in atto in questi giorni, che sono di crisi, e di vista opaca e dallo spettro occluso nei riguardi del futuro.

Ma la speranza di rinnovamento, utilizzando un termine “teatrale”, di centratura, è sempre in agguato, basterebbe saper improvvisare, con consapevolezza competente, fino all’ultimo respiro, col cuore… Quello che ci mettono Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

Un nobile assaggio di tutto questo si potrà avere a Roma da stasera al 10 marzo, al Palladium, con “Poco lontano da qui”, progetto compiuto dalla Montanari in sinergia con Chiara Guidi, entrambe sole in scena, di cui Klp vi parlerà nei prossimi giorni.

L’Eresia della felicità invece non morirà qui, ma continuerà a vivere. Come ci ha annunciato Marco Martinelli in un incontro come sempre all’insegna dell’accoglienza e del dono dell’ascolto: “La prossima tappa sarà a New York nel gennaio 2014. Saremo ospiti con “Rumore d’acque” de LaMama, fondato da Ellen Stuart negli anni ’60, e ora condotto in modo vivo da Mia Yu, sua assistente. E proseguiremo radunando a Central Park 100-200 adolescenti newyorkesi, come a Santarcangelo”.

Eresia della felicità (photo: Claire Pasquier)

Martinelli dirige l’Eresia della felicità (photo: Claire Pasquier)

Ripartiamo proprio da Santarcangelo: raccontacelo.
Si è creato un esercito di felicità, in una nuova risorgenza della non-scuola. Già con Arrevuoto [il progetto sviluppatosi a Scampia, ndr] ci siamo trovati di fronte a una sua nuova natura. L’eresia è nata da una suggestione di Ermanna: “Perché non raduniamo qui le nostre tribù disseminate per il mondo?”, e provenienti da 12 luoghi [Foligno, Conegliano Veneto, Ravenna, Castiglione di Ravenna, Mons – Belgio, il quartiere Scampia di Napoli, Rio de Janeiro – Brasile, Mazara del Vallo, Milano, Diol Kadd – Senegal, Philadelphia – Usa, Seneghe e Santarcangelo di Romagna, ndr]. Per 10 giorni ho lavorato con 200 adolescenti nello sferisterio della città. La prima suggestione era stata quella di Aristofane, ma abbiamo felicemente spaziato, arrivando a Majakovskij, il lirico poeta suicida per mancanza di felicità, di amore. E in questa eresia della felicità ci siamo trovati con degli adolescenti, da sempre in bilico tra speranza e disperazione, a cantare un poeta suicida, dalla poetica vitale.

Com’è stato lavorare con una tale moltitudine?
Erano gruppi coi quali avevamo già lavorato nel mondo, e altri invece completamente nuovi, che portavano le loro realtà e lingue diverse. All’inizio c’era bisogno nei singoli gruppi di qualcuno che facesse da interprete, ma come capita anche nello sport, nel teatro i gesti, il tono di voce sono fondamentali per creare comprensione, e da subito, anche parlando in italiano, si parlava inglese, senegalese, francese. E questo è il miracolo che si rinnova ogni volta, la comprensione che va al di là di ciò che si sta dicendo. Tutti vestiti con una rigorosa maglietta gialla, simbolo di Majakovskij, divisi in gruppo, ognuno aveva la sua guida, che io dirigevo. Ma i ragazzi erano di una disciplina assoluta. Era qualcosa di bellissimo, non erano qui per mostrarsi. Se la non-scuola insegna qualcosa non è la fiera della vanità. È invece il creare bellezza insieme ai tuoi compagni, qui dai 9 ai 20 anni.

Un “laboratorio” che ha avuto anche un suo pubblico.
Il pubblico era presente già dall’inizio, con una crescita continua ed esponenziale. Ogni giorno dicevo agli spettatori presenti: “Siete i nostri testimoni”. C’era l’emozione di essere il cuore della creazione con la loro stessa presenza. Dicevano: “Come si fa con 200 ragazzi?”. Eravamo tutti incantanti nel vederli. Ma è così, pretendono l’assoluto, in un rito quasi religioso; e non poteva che essere Majakovskij, un ateo che chiedeva a Dio di esistere, a condurci coi suoi versi. Il corpo acquisiva una grazia e felicità sorprendente e incantevole. E c’era il canto, e i suoi versi. È avvenuta un’epidemia benefica, che ci ha sorpreso per primi, e con noi tutti i testimoni presenti. Quell’epidemia benefica che è di Artaud, quella peste violenta, capace di sublimare, perché in quel tipo di crudeltà ci può essere invece gioia, grazia, felicità. Il teatro vive di entrambe le facce, con Dioniso. Dal tragico, come può essere stata la sorte di Majakovskij, grazie alla bellezza dei suoi versi e della sua energia, riscoprire un’adolescenza gioiosa. Del resto, la bellezza è politica…
Dallo sferisterio dove abbiamo iniziato, siamo usciti, finendo per invadere le strade di Santarcangelo. Come poi è successo anche a Venezia. Perché così è questa eresia, un luogo dove il pubblico, un “semi-pubblico”, entrava, usciva, partecipando e coinvolgendosi. Con il teatro capace così di fuoriuscire dalle sue forme preordinate.

E’ questa allora la vera ‘eresia’?
Credo che l’eresia vera sia quella di far parlare tra loro generazioni diverse. È un miracolo, ci si ascolta, ci si pone l’uno all’altro, per l’altro. Il teatro è il nostro piccolo strumento per arrivare a questo: se non è questa un’arte povera ma nobile, capace di mostrarti ciò che è caduto e sta in un angolo, cosa lo è? Il teatro è una roccia incendiaria. E la calamita può essere l’immagine precisa di ciò che è avvenuto a Santarcangelo: le persone, non essendo spettatori, ma testimoni, partecipavano tutti i giorni; e mi è venuto spontaneo dire loro “scendete, venite con noi, se vi va”.
E da 200 che eravamo mi son trovato con un coro di 400, con genitori, adulti che rivolgevano i versi di Majakovskij alle stelle. Ed è stato naturale uscire dallo sferisterio, creare una lunga ‘promenade’, una processione per la città di Santarcangelo: uscire fuori. Il teatro è fuori quando sa che deve uscire fuori. A volte si è troppo concentrati al dettaglio, alla disciplina. Se non tracima all’interno della società, il teatro non ha senso.

Input di cui il teatro avrebbe forse sempre più bisogno, quando invece sembra a volte pretendere di “essere cercato”, col pubblico che ha difficoltà ad entrarvi…

Assolutamente, dovrebbe essere il teatro che dice al mondo: “Sono io ad avere bisogno di te”, e invece assistiamo sempre più a un vuoto di dovere cultuale. È nel Dna del teatro quello di essere “popolare”, del suo pubblico, del Popolo.

Pantani del Teatro delle Albe

Pantani. Sullo sfondo Dadina e Montanari (photo: Fagio)

Una blusa gialla, quella evocata da Majakovskij, che richiama un’altra maglia, e un altro eroe, tragico, perno su cui ruota il vostro nuovo spettacolo, “Pantani”.
Pantani vince il tour e va a Cesenatico in maglietta gialla e pantaloni neri [come nei versi di Majakovskij, ndr]. Abbiamo trovato questa coincidenza che fa parte di quegli strani giochi spiazzanti del destino, che legano figure impossibili da relazionare. E la figura del Pirata è di molto uno spirito simile a quello di Majakovskij.
Giovane analfabeta qual era, aveva nel suo modo di vincere e correre in bicicletta lampi poetici.

“Pantani” si radica e ha presupposti profondissimi in questa società. In un lungo lavoro di ricerca che l’ha preceduto.
È stata una sartoria di due anni e mezzo di documentazione, in cui abbiamo incontrato tante persone che lo avevano conosciuto, a partire dai genitori. Io, che non ero appassionato di Pantani, mi sono ritrovato in questa immersione a incontrare un fratello, una persona che con la bicicletta era capace di creare bellezza. È questo che manca oggi al ciclismo, la bellezza. E Pantani aveva la capacità di incendiare l’immaginazione, la fantasia delle persone: uno che attacca 50 metri dal traguardo, che sfida montagne, se stesso…
Andiamo al teatro e al cinema se c’è qualcuno che ci incendia. Ci si appassiona allo sport perché in quel momento storico ci fa infiammare lo scarto della bellezza.

Pantani (photo: Claire Pasquier)

Pantani (photo: Claire Pasquier)

In quella parola, “Pantani”, che nasconde plurimi significati…
Sono i fanghi della nostra Repubblica. Trent’anni della nostra vita sociale caduta in tanti “Pantani”. In una struttura, quella dello spettacolo, che è de-genere, non appartenendo a nessun genere. Ne accavalla invece, essendo una romanza, un’inchiesta giornalistica, con cori lirici, per un grande mito dello sport: un ragazzo di 34 anni che, nel sommo della gloria, ha dovuto vivere cinque anni di Via Crucis, prima del suo tragico epilogo.
Sono i genitori ad essere protagonisti, interpretati da Ermanna Montanari e Luigi Dadina. Si celebra così un rito della memoria, con 20 personaggi, che ruotano attorno a Tonina e Paolo. Persone umili, lei che ha fatto piadine tutta la vita, lui idraulico. Due persone, esseri umani, che appartengono a una Romagna popolare, più vera. Li ho incontrati, e ho sentito la loro volontà, la loro missione di ridare dignità al figlio, avvolto da una leggenda nera, dovendo subire l’onta di dannate memorie. Non lo si può più ricordare, è marchiato a fuoco ancora troppo caldo come un drogato, un dopato. Ma sono delle cose ben separate. Abbiamo cercato una giusta onorabilità a un campione, a una grande persona, che ha dovuto rivestire il ruolo del capro espiatorio. Si è riversata contro di lui una volontà ben precisa: immersi in questi “Pantani”, siamo tutti sporchi, e il guardare una singola vittima, aiuta a distogliere lo sguardo da quella inevitabile consapevolezza. È questo quello che cerchiamo di raccontare: quel 5 giugno 1999 non c’era nulla di casuale, in quel momento storico ben preciso, è stato colpito colui che aveva rubato la scena a calcio e Formula Uno. C’è dietro una situazione molto più complessa. È molto più semplice lapidare, cercare degli alibi, che riformarsi, con fatica, dal di dentro.
 

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