Di crisi, pinguini e quotidianità. Deflorian e Tagliarini si raccontano

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in scena

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in scena

Daria è una donna dai tratti delicati che comunica, sia in scena che fuori, grande sensibilità ma anche fermezza; Antonio è allegro e carico di energie, nonostante, credo, abbia fame, ed aspetti di uscire dal teatro per mangiare.

Incontro Daria Deflorian e Antonio Tagliarini alla fine dello spettacolo “Reality”, in scena al Théâtre de L’Usine di Ginevra a fine gennaio.
I miei ospiti sono gentilissimi e molto chiacchieroni, come loro stessi amano definirsi, e questo mi facilita il compito visto che ho preparato poche domande; preferisco infatti che l’intervista si incammini verso riflessioni e considerazioni del momento.

Cominciamo a parlare mentre Daria addenta un panino e beve una birra. C’è una atmosfera del “ci siamo già incontrati da qualche parte”. L’Usine è il posto perfetto per una conversazione, è l’unico spazio “alternativo” nella austera Ginevra. Il piccolo foyer quadrato, dall’arredamento un po’ kitsch, un po’ Parigi anni Trenta, ti fa sentire come a casa.
Ci sediamo in sala: Daria tra le poltrone della prima fila, Antonio ed io su due sedie di legno dello spettacolo.

Reality

Reality

Reality” ha debuttato nel 2012 e racconta la storia di Janina Turek, casalinga polacca, incinta, che all’età di vent’anni, mentre sta per entrare in casa, dopo aver saputo che il marito è stato preso dalla Gestapo (siamo nel 1943), attardandosi sullo zerbino mentre ha già le chiavi di casa in mano per aprire, decide che scriverà per tutta la sua vita un diario.
Ne scriverà alla fine 748, annotando una quotidianità fatta di colazioni, pranzi, cene, visite non annunciate, regali fatti e ricevuti, scrivendo, come viene sottolineato più volte nello spettacolo, solo fatti e realtà, e nessuna emozione.

Prima di tutto vorrei sapere come sono andate le repliche in Svizzera: che sensazioni avete avuto?
Daria: Molto buone, il pubblico sembrava che stesse con noi.
Antonio: Nonostante lo spettacolo avesse i sopratitoli, il pubblico ha partecipato, ha riso, ha capito.

Che idea vi siete fatti di Janina Turek? E quale è stata in questi anni la reazione del pubblico a una storia così particolare, al limite dell’ossessione?
Daria: Di Janina spaventa la malattia perché siamo stati abituati alla “normalizzazione” della vita, l’estrosità ormai è passata di moda.
Antonio: …e quindi anche l’essere artisti.
Daria: Della vita di Janina colpisce il dissolversi della vita stessa, in questo suo annotare in maniera ossessiva tutto.
Antonio: Ma d’altro canto tutto quello che Janina ha annotato rappresenta anche la complessità di una vita, tutto il quotidiano.

Come è nata l’idea di fare uno spettacolo su di lei?
Daria: Leggemmo un lungo articolo su Repubblica nel quale si parlava di Mariusz Szczygiel, un giornalista polacco molto conosciuto in patria e molto amato dal direttore di Repubblica. Szczygiel aveva letto i diari di Janina e ne raccontava la storia in un reportage. In passato si era già fatto molto apprezzare con il libro “Gottland” (Nottetempo, 2010), diventato un vero e proprio best seller in Polonia. La storia di Janina ci incuriosì moltissimo. Szczygiel era un giornalista che si occupava molto di storia, di microstoria, degli ultimi…
Antonio: Quando ebbe modo di consultare i diari, andò subito a cercare alcune date fondamentali per la storia della Polonia: il 13 dicembre 1981, per esempio… [con l’introduzione della legge marziale il governo comunista della Repubblica Popolare Polacca limitò drasticamente la vita quotidiana nel tentativo di schiacciare l’opposizione politica, guidata dal movimento di Solidarnosc, ndr].
Daria: I diari di Janina coprono un periodo molto ampio, che va dal nazismo alla caduta del muro di Berlino!
Antonio: Quindi non c’erano solo date esistenziali. Tuttavia non volevamo fare uno spettacolo storico, per questo con Daria abbiamo deciso di citare solo alcune date importanti.

Siete riusciti a consultare i diari?
Daria: Sì, siamo andati in Polonia, abbiamo fatto una residenza lì perché volevamo superare lo sguardo di  Szczygiel; e abbiamo letto diversi diari grazie all’aiuto di una traduttrice.
Antonio (sorride): Prendevamo l’autobus e andavamo nella casa. La figlia Ewa, colei che aveva ritrovato i diari e che probabilmente avrà avuto uno shock alla scoperta (nessuno infatti sapeva che Janina scrivesse un diario), insomma la figlia, alle nostre richieste, ci prendeva i diari e poi ce li mostrava. C’è voluto un sacco di tempo per leggerli.
Daria: C’erano delle lunghissime liste di nomi e di oggetti.
Antonio: C’erano sottolineature, le somme ogni mese, e poi ogni anno per ogni categoria (33 in tutto), e tutto ciò non aveva nessuno scopo artistico. Era fuori da ogni logica. Janina però tutto quello che ha scritto lo ha lasciato…
Daria: In fondo penso che lei volesse che fosse trovato, altrimenti avrebbe potuto bruciare tutti i diari.
Antonio: E noi, con lo spettacolo, abbiamo portato fuori questo segreto.
Daria: In “Reality” abbiamo raccontato fatti veri e fatti immaginati, perché non volevamo parlare solo di elenchi. Penso che così non ci sia stato un tradimento di Janina, perché ad un certo punto diciamo cosa è vero e cosa è immaginato. Il teatro, secondo noi, deve dare una tridimensionalità al racconto.

Rewind

Rewind. L’omaggio a Pina Bausch

Parliamo adesso un po’ di voi. Intanto dove vi siete incontrati e perché avete deciso di lavorare assieme.
Antonio: Ci siamo incontrati nel 2005 in “Attempts on her life/ Attentati alla vita di lei” con la regia di Fabrizio Arcuri, Accademia degli Artefatti.
Daria: Era un periodo in cui avevamo già imparato a stare da soli; ci ha legato la confidenza che siamo riusciti ad instaurare tra di noi, e questo c’è anche in scena: in scena spesso siamo Daria e Antonio. E poi ci ha legato anche la passione che entrambi avevamo per Pina Bausch. Avevamo avuto la possibilità di lavorare al Rialto, a Roma, prendendoci tutto il tempo necessario…
Antonio: Da “Rewind” (2008), spettacolo omaggio a Pina Bausch, è stato il pubblico a riconoscerci come coppia teatrale, forse perché negli anni abbiamo avuto la capacità di “parlarci” di fronte al pubblico.
Daria: La morte di Pina Bausch, nel 2009, aiutò senza volerlo il nostro spettacolo, il pubblico aveva il desiderio di ricordarla.
Antonio: I nostri lavori, fino ad adesso, sono stati sempre molto pensati, scritti con attenzione, ma in scena cerchiamo di essere noi, senza banalizzarci.

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” è il vostro ultimo lavoro, andato in scena al Palladium di Roma lo scorso novembre. Dai diari a un biglietto…

Daria: Sì, lì parliamo della crisi economica. Quattro pensionate greche si suicidano e, prima di morire, scrivono questo biglietto, che dà poi il titolo allo spettacolo. Qui la morte è vista come un fatto secondario. Quello che ci interessava era la potenza del no! Perché ci hanno abituato alla necessità di essere sempre positivi, felici. E, a proposito di questo, mi aveva colpito molto il libro di Han Byung-Chul, “La società della stanchezza” (Nottetempo 2012), e l’idea della necessità di mettere anche il negativo…
Antonio: Il suicidio delle quattro pensionate greche non è solo un fallimento ma anche un atto politico. Vanno via ma lasciano un biglietto. Certo c’è il suicidio…
Daria: Ma noi vogliamo sottolineare piuttosto l’atto di protesta…
Antonio: …e la necessità di non piangersi addosso.      

Di questi tempi si parla molto di crisi economica e tantissimo dei pensionati, ma i toni, soprattutto in televisione, sono quelli della retorica. Non si fa in effetti alcuno sforzo per capire realmente come vivono gli ultimi; voi cosa pensate di aver detto di originale nello spettacolo?
Daria: Queste quattro donne muoiono in una casa dignitosissima, pulita, ordinata. Loro non sono la disperazione. La disperazione è piuttosto nei fatti. Per queste quattro donne il bene del futuro è più importante, loro si pongono il problema per quelli che verranno, si preoccupano del futuro del mondo.
Antonio: In un momento così delicato, cerchiamo ancora nel passato delle risposte, sebbene il modello sia crollato e occorrano altre soluzioni. Ecco perché prevale in tutti un senso di grande impotenza
Daria: In generale non riusciamo ad essere reattivi nel lavoro, e quindi siamo oggettivamente impotenti davanti alla crisi.

Anche in questo spettacolo protagoniste sono delle donne: dopo Janina e i suoi diari, delle pensionate che scrivono un unico biglietto. C’è un nesso?

Daria: No, o almeno non è voluto.
Antonio: Il femminile è la parte emozionale, la parte intima; nel femminile emerge di più la potenza del quotidiano.

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in scenaC’è una tematica ricorrente in tutti i vostri lavori?
Daria: La ricchezza della minorità. Il grande fatto, il grande evento storico visto dal punto di vista dell’ultimo. Anche il fatto minore, secondo noi, deve avere il suo spazio sul palcoscenico. Le quattro pensionate che si tolgono la vita sono il centro del nostro lavoro, così come Janina.
Antonio: Il nostro lavoro si nutre di incontri e di folgorazioni…
Daria: E’ il caso di Herzog, regista, scrittore e attore tedesco. Antonio ed io parliamo spesso di lui, facciamo spesso riferimento al suo cinema; Herzog parla di se stesso, ma è sempre il mondo che gli interessa. Per noi è un maestro. Amiamo molto il suo tentativo di sfuggire alla trama, di non essere concettuale, perché essere concettuali è la tomba della comunicazione.
Antonio: Per esempio, nell’installazione di “rzeczy/cose” siamo partiti dagli oggetti del quotidiano, gli oggetti che raccolgono la memoria, 300 oggetti; e nell’installazione Janina è solo citata, invece ad un certo punto parliamo di Herzog e di un suo documentario al Polo Sud…
Daria: L’esodo dei pinguini. Capita spesso che uno dei pinguini si giri dalla parte opposta e, anche se lo riporti nel gruppo, se ne rivà nell’altra direzione. Questo pinguino per noi è un po’ Janina…
Antonio: …e un po’ come l’artista. Per il pinguino però, stare fuori dal gruppo vorrà dire andare incontro ad una morte certa.  
 

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