Edipo nella macchina scenica di Marcido Marcidorjs

Edipo re di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in un disegno di Renzo Francabandera
Edipo re - Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

Marco Isidori nell’Edipo Re (photo: piccoloteatro.org)

Dal buio emerge, con l’alzarsi delle luci, una struttura di imponente piramide a gradoni, decorata come quelle antiche; gigantesche illustrazioni colorate, quasi decorazioni sepolcrali, che allora erano in realtà specificazioni del contemporaneo.
Da questa piramide alta quasi nove metri si irraggiano pali d’acciaio da cui pendono enormi disegni in bianco e nero di animali infilzati. La tragica e colossale immagine davanti ai nostri occhi ammalia, è immanente, incombe. Diversi secondi passano, lasciando il pubblico in un meditativo silenzio, come davanti ad una meraviglia, la stessa che forse provava chi doveva arrivare in quelle antiche città dai bastioni megalitici: Argo, Tebe, Sparta.

Dall’interno della struttura, che di colpo si rivela, escono gli attori, a strappar via i drappi colorati, togliendole la carne, che rivela la sua fosforescente nudità, quasi un bunker militare, costituito di tre gradoni color giallo-evidenziatore, sporcato come da segni di matita a pastello.

In questo ambiente Marco Isidori dà casa al suo “Edipo Re”, andato in scena negli scorsi giorni al Piccolo Teatro Studio di Milano, prima che la maledizione lo porti al peregrinare di cui la mitologia ci ha serbato traccia.

Sofocle, tradotto dallo stesso regista, prende corpo e nuova vita, e i costumi di Daniela Dal Cin lo rivestono di un manto pop.

Nel libretto di sala, che riporta semplicemente la traduzione del tragico greco, leggiamo alcuni lemmi riportati con la maiuscola: Mago, Parole, Morte Assicurata, Giustizia. Divinità del mondo del mito, di cui evidentemente la messa in scena vuole farsi incarnazione, creazione primigenia, verbo che si fa carne.

Edipo ha una giacca da cui in distanza paiono sbucare aculei di color giallo e arancio fluorescente. Lo spettatore fruisce questa peculiarità irsuta, rimanendo nel dubbio se sia una corazza che deve proteggere l’eroe dannato o il presagio del suo futuro essere trafitto (inutile dire come tutto sia fatto con semplicissime mollette da bucato colorate: è proprio questo l’incanto cui Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa ci hanno abituato da anni).

Edipo re di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in un disegno di Renzo Francabandera

La struttura piramidale di Daniela Dal Cin in un disegno di Renzo Francabandera

Lo spettacolo dura un’ora e un quarto circa: un allestimento di calibro antico, non vecchio. Lo spettatore viene travolto dagli eventi che, pur essendo a tutti noti, vengono sviluppati con una capacità di creare attesa, testimoniando la potenza delle invenzioni registiche. Bellissima, fra le altre, quella di Maria Luisa Abate, storica componente del gruppo, che interpreta l’indovino Tiresia, che predice la sciagura all’incestuoso omicida con due mani gigantesche, emblema proprio della manipolazione vaticinatoria, o quella della Giocasta, farfalla dalle ali di metallo, prigioniera del fato in un volo immobile.
Filologico, nella sua funzione, il coro, i cui elementi indossano tutti una parrucca color cenere, che ricorda l’acconciatura sciolta e matura di Maria Luisa Abate: una sorta di tribù indiana, da cui la regia fa di volta in volta emergere questa o quella figura, modellandola come dalla plastilina, per poi schiacciarla di nuovo nell’impasto teatrale del gruppo e far correre la squadra verso la sequenza successiva, in un susseguirsi di movenze mai casuali, di evocazioni e invocazioni in cui voce e corpo sono fusione di significante e significato.

Il buio cieco in cui il sovrano resta a fine pièce, con i bulbi oculari insanguinati, in compagnia della sua invisibile maledizione, è forse un finale meno incisivo rispetto a tutto ciò che in precedenza si è assistito, ma nulla toglie all’ordito scenico, di impattante potenza.

La creazione di Marcido Marcidorjs ci è molto piaciuta: al di là del fatto che il recitativo possa pertenere ad un ambito da loro ormai ampiamente indagato, l’amalgama con la (ancora una volta) straordinaria scenografia di Daniela Dal Cin (che merita un premio), il recitato dell’Isidori che a tratti ricorda persino Carmelo Bene per tecnica vocale e movenze, le idee registiche dello stesso Isidori eseguite come sempre in sincrono perfetto dalla sua squadra, l’originalità delle coreografie fra teatro e performance, in dialogo costante con l’arte contemporanea (le braccia tese che sbucano dalla parete come quelle di Cattelan, giusto per citarne una), tutte queste cose insieme ne fanno un esito di particolarissimo pregio, che supera di slancio le approssimazioni sciatte che spesso siamo costretti a subire sui palcoscenici, per proiettare lo spettatore in una dimensione che è quella specifica del teatro, quella mitico-magica.

EDIPO RE
da Sofocle
traduzione, adattamento drammaturgico e regia: Marco Isidori
scena e costumi: Daniela Dal Cin
con: Marco Isidori, Lauretta Dal Cin, Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Stefano Re, Valentina Battistone, Virginia Mossi
produzione: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
in coproduzione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 5′ 42”

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 5 novembre 2012

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