Il teatro di figura in Italia. Ne parliamo con Gigio Brunello – 1^ parte

Gigio Brunello
Gigio Brunello

Gigio Brunello in ‘Vite senza fine’

Il teatro d’animazione (o teatro di figura come viene oggi comunemente denominato), ossia quel teatro dei burattini, dei pupazzi, delle marionette e degli oggetti, vive ancora in Italia un grande fraintendimento, essendo confinato nell’immaginario di tanti come teatro per bambini, nuocendo così all’immagine sia del teatro ragazzi sia del teatro di figura.

Il teatro di figura è un linguaggio autonomo, di grandissimo livello quando è praticato bene, che affonda le sue radici in una tradizione millenaria oltre ad aver fatto parte in maniera preponderante anche nelle avanguardie storiche dell’arte.
Come si è detto in Italia (in Germania, Belgio, Austria, Francia… ciò non avviene) è inteso soprattutto come spettacolo adatto esclusivamente ai bambini e lo sforzo di affrancarlo da questo luogo comune è molto difficile.

Rimane dunque complicato anche programmare stagioni di teatro di figura serali, nonostante ultimamente a Milano, il Teatro Verdi abbia ospitato If festival internazionale teatro di Immagine e Figura organizzato dal Teatro del Buratto, che è così riuscito in qualche modo a rompere questo schema privo di senso.

Più facile sembra essere la vita per i festival, e negli ultimi anni sono nate diverse iniziative grazie a organismi che credono nel teatro di figura per adulti. Ricordiamo, tra questi, il C.t.a. di Gorizia con i suoi festival e i premi Puppet&Music e Beckett&Music, ma anche l’Istituto per i beni marionettistici e il teatro popolare di Torino condotto da Giovanni Moretti e Alfonso Cipolla, il Festival Incanti, organizzato sempre a Torino da Contoluce, e Immagini dall’Interno di Teatro Alegre a Pinerolo (TO), insieme allo storico Arrivano dal mare di Cervia, percorso artistico – tra gli altri – di Claudio Cinelli e Teatrino Giullare.

Gigio Brunello

Gigio Brunello

L’artista che però, più di ogni altro, ha condotto e sta conducendo in Italia un autonomo e autorevolissimo cammino all’interno del teatro di figura per renderlo spettacolo teatrale a tutti gli effetti è il veneto Gigio Brunello, fondatore del Teatro della Marignana.
Brunello dal 1978 svolge attività di teatro come burattinaio, attore e autore di commedie.
Il suo estro di teatrante fuori dagli schemi gli fa amare subito il conterraneo Goldoni (“Arlecchino servitore di due padroni”, 1986, e più avanti “Il bugiardo”, 1994, con Paolo Papparotto, altro burattinaio anomalo). Gli spettacoli sono spesso scritti e diretti con Giulio Molnar, ecclettico autore e regista magiaro che lo accompagnerà sempre anche nel percorso successivo.
Nel 2002 nasce il primo capolavoro “Macbeth all’improvviso”, dramma in due atti per burattini liberamente tratto da William Shakespeare, ma dove ancora Goldoni è ancora presente. La baracca diviene uno spazio vuoto dove solo l’immaginazione è al potere. Il burattinaio si scusa con il pubblico: il Macbeth non andrà in scena a causa di contrattempi dovuti alla costruzione dei nuovi burattini. Al posto della tragedia ci sarà una commedia, che si servirà delle maschere della Commedia dell’Arte e della stessa baracca ideata per il Macbeth. Lo spettacolo va avanti con continui cambi di registro con interscambi tra burattinaio e burattini.
Anche la nuova commedia “L’emigrante geloso”, un inedito di Carlo Goldoni, si interseca con il Macbeth: i burattini diventano attori in carne ed ossa e il teatro nel teatro crea spaesamenti di pura raffinatezza scenica.

Nel teatro di Brunello l’animatore convive e colloquia con i suoi burattini che amano, soffrono, si meravigliano e muoiono come tutti gli esseri umani.
In “Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli – dialogo tra Gesù Nazareno e Pinocchio incarcerati”, del 2005, è un dialogo struggente ambientato in una piccola prigione, dove i due protagonisti discutono sulla loro situazione di carcerati rendendo omaggio ai perseguitati a causa della giustizia. La prigione si frantuma attraverso una drammaturgia ispirata e di grande poetica immaginazione.
Pinocchio non conosce Gesù e lo interroga: “Basterebbe ci fosse qui la Fata Turchina. Lei può trasformare queste sbarre in gambi di girasole e il chiavistello in un’anguilla viva […] che ci credi te nei miracoli?”. Ed è proprio così: lo spazio si dilata in un gioco teatrale di rara lievità e finezza che racconta di un mondo dolente pieno di dignità.

Ne “La Carota”, forse l’opera più intrigante di Brunello, ci si accorge come anche i burattini possano avere un’infanzia, ammalarsi e avere problemi psicanalitici, il tutto in uno spettacolo di grande fascino e suggestione.
Al capezzale di Arlecchino morente, arrivano le altre maschere e ognuna, nell’attesa che faccia testamento, metterà a nudo un aspetto di sé inconfessabile: il dottor Balanzone ammetterà che non si è mai laureato e Brighella riconoscerà di avergli rubato da sotto il letto il foglio delle battute che fanno ridere. Ma il segreto più grande lo svelerà Colombina a un Arlecchino finalmente resuscitato, davanti alla grande luna che sale sul sipario stellato.

Gigio BrunelloIn “Vite senza fine” (2007) la baracca non esiste più, e su alcuni tavoli rivive un paese con i suoi abitanti, il villaggio San Marco degli operai di Porto Marghera e del Petrolchimico.
Ecco allora comparire le case, la chiesa, il fiume e una fabbrica sotterranea. Ma non solo, attraverso statuine si muovono anche gli abitanti del paese: l’operaio, il prete, il postino, l’infermiera, il cane, lo studente. Brunello racconta con passione ed ironia un mondo che forse non c’è più, dove la manualità era tutto (e lo spettacolo è tutto manuale), attraverso un meccanismo di narrazione e una drammaturgia che, annullando sapientemente il bozzettismo e la retorica, incastra le varie storie, svelando le variegate possibilità del “sapere operaio” con tutta la creatività, la forza sociale e civile che esso contiene.

L’ultimo spettacolo di Brunello è “La leggenda di Coniglio volante” (2009) agito sulla scena da Alberto De Bastioni e Salvador Puche. La creazione, che ha vinto anche dei premi (Puppet&Music, Eolo Awards), è l’ultimo tassello dell’artista veneto per un teatro di burattini slegato dagli stereotipi, un teatro quindi dove l’umanità entra prepotentemente nella materia inerte di cui sono fatti i protagonisti, per creare una drammaturgia viva e palpitante. Poche parole si scambiano i burattini, è solo la voce del nipote di Coniglio volante, Ginetto, a rievocare da dietro una finestra le avventure del nonno, a narrare di come il nostro artista del circo nazionale d’Ungheria, campione di permanenza in volo, sia stato sparato in cielo tornando poco dopo sulla terra, confuso tra fiocchi di neve.
La storia è infatti ambientata in un circo ma non il solito circo dei burattini. Anche qui, come  sempre negli spettacoli di Gigio, i burattini ancora una volta vivono e soffrono tra orsi scappati, amori impossibili e nevicate estive, in un clima surreale di grande incanto.

— fine prima parte —

Mario Bianchi, a cui si deve questo approfondimento in due puntate, è autore, regista, critico e direttore di Eolo, il sito ufficiale del teatro ragazzi italiano. Ma anche fondatore e direttore artistico del Teatro Città Murata – Centro di Produzione Diffusione e Documentazione di Teatro per le Nuove Generazioni.

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