Il concerto macabro di Marthaler al Piccolo

Marthaler Glaube Liebe Hoffnung

Glaube Liebe Hoffnung

Avevamo già evidenziato, in questa stagione milanese, quanto la riproposta di due capolavori del teatro americano novecentesco come “Lo Zoo di vetro” di Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Miller facesse emergere l’esigenza del teatro – testimone assoluto e specchio del mondo in cui viviamo – di parlare, oggi in tempi di crisi, ancora, del lavoro come problema centrale degli esseri umani.

La conferma ci è venuta anche dal Piccolo di Milano con la visione di “Glaube Liebe Hoffnung” (“Fede, Amore, Speranza”), scritto nel 1932 dal drammaturgo austro-ungherese Ödön von Horváth, e messo in scena nel 2012 da uno dei maestri indiscussi del teatro contemporaneo, lo svizzero Christoph Marthaler. A dimostrazione di ciò è da notare poi come il testo sia stato proposto da poco in una nuova produzione anche da Walter Le Moli a Parma.

Il testo, che ha come sottotitolo “A Little Dance of Death in cinque immagini”, mette in scena un fatto di cronaca narrato a Von Horvath dal giornalista Lukas Kristl: il suicidio della giovane Elisabeth che, per sopravvivere alla crisi spaventosa in cui si dibatteva in quegli anni la Germania, vende il proprio corpo in “nuda proprietà”, in cambio di 150 marchi, all’istituto di Anatomia.
La scelta le serve per aprire un’attività commerciale per la vendita di corsetti, ma soprattutto per pagare una multa, essendo lei stata trovata sprovvista di un regolare permesso di vendita, fatto che in qualche modo la rende sgradita agli occhi di tutti.

E’ una vera e propria discesa agli inferi, quella narrata in “Fede amore e speranza”, nella quale fede, amore e speranza non vi abitano certamente, un’epopea costellata invece di burocrati inetti, pieni di preconcetti e sordi ad ogni richiamo di umanità, dove anche il corteggiamento sincero di un poliziotto per la giovane donna in difficoltà viene considerato disdicevole.

Per sottolineare ancor di più la follia di una società condannata, pochi anni dopo, al disfacimento nazista, il regista raddoppia i personaggi. Così, sulla scena, si muovono per sfuggire al loro destino due Elisabeth, che tentano di resistere ai doppi assalti di figure meschine che alla fine si riducono non a ruoli con vere e proprie identità, ma a icone senza spessore ed umanità. Elisabeth morirà, e dal canale in cui si è gettata non riemergerà solo il cadavere di una donna, né due, ma addirittura cinque saranno i corpi che ricopriranno la scena.    

Marthaler conduce lo spettacolo per oltre tre ore come un vero e proprio concerto, sommesso e afasico, scosso solo da qualche solitario sconquasso.
A dirigerlo un direttore d’orchestra, eccellente pianista, che conduce in sintonia con il coro degli attori l’evolversi della vicenda, e in cui anche i brani più frizzanti vengono sempre indirizzati inevitabilmente verso la marcia funebre di Chopin. Pur tuttavia sarà proprio il direttore d’orchestra, prima di andarsene, a decantare l’idea di una nuova Arcadia, dove Glaube, Liebe, Hoffnung potranno, forse, regnare.

Il tutto è trasmesso non come ci si aspetterebbe, con i toni di una tragedia, ma con le fattezze di un rito monotono, melanconico, a volte perfino leggero ma senza colore, dove ogni sentimento è raramente espresso con forza emotiva, per di più ambientato in una scenografia cambiata a vista,  sempre scialba e disadorna, tra muri beige e mobili d’antan. A ciò concorrono anche i costumi di Sarah Schittek e le luci opache di Andreas Hofer e Johannes Zotz.

Marthaler Glaube Liebe Hoffnung

Glaube Liebe Hoffnung

Tre ore di spettacolo, con queste scelte e per di più in tedesco (con sovratitoli in italiano), mettono senz’altro a dura prova lo spettatore, anche perché la drammaturgia di Malte Ubenauf e Stefanie Carp aggiunge al testo di Von Horvath suggestioni non sempre facili da amalgamare, anche se aiutano a renderlo in qualche modo profetico.
Encomiabili tutti gli attori, che seguono egregiamente i dettami del regista in quello che, anche per loro, è un tour de force di tutto rispetto. 

Glaube Liebe Hoffnung
di Ödön von Horváth
regia: Christoph Marthaler
con: Olivia Grigolli, Sasha Rau, Ueli Jäggi, Jean-Pierre Cornu, Ulrich Voß, Bettina Stucky, Irm Hermann, Josef Ostendorf, Thomas Wodianka, Clemens Sienknecht
scene: Anna Viebrock
costumi: Sarah Schittek
luci: Phoenix (Andreas Hofer), Johannes Zotz
musiche: Clemens Sienknecht, Christoph Marthaler, Martin Schütz
suono: Klaus Dobbrick
collaborazione alla regia: Gerhard Alt
drammaturgia: Malte Ubenauf, Stefanie Carp
coproduzione: Volksbühne am Rosa Luxemburg Platz – Wiener Festwochen, Schauspielhaus Zürich, Théâtre National de l’Odéon, Paris e Théâtres de la Ville de Luxembourg

spettacolo in tedesco sovratitolato in italiano
Sopratitoli a cura di Prescott Studio

durata: 3h 20′ con intervallo

Visto a Milano, Piccolo Teatro Strehler, l’11 aprile 2014


 

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