Il sacro segno dei mostri di Danio Manfredini

Il sacro segno dei mostri
Il sacro segno dei mostri

photo: Pino Le Pera

C’è un gusto particolare, misterioso, in qualche modo perverso nel raccontare e veder raccontare la diversità. Potremmo dire che in fondo ogni racconto che si rispetti è l’espressione di una diversità, la presentazione accurata, più o meno pudica, di un’individualità che ci tiene a restare tale e nello stesso tempo a far sapere che esiste, ad aprire delle porte. E sono, a volte, porte dolorose. Si aprono su scenari spesso angosciosi, desolati e desolanti, di certo imprevedibili.

Il sacro segno dei mostri” è l’enigmatico titolo del lavoro di Danio Manfredini datato 2007, uno spettacolo che, di scena in scena, non fa che scavare a fondo in una sofferenza ma, ancor di più, negli abissi del concetto di diversità. L’individualità messa in scena da Manfredini, che elabora la propria esperienza come insegnante di pittura negli ospedali psichiatrici, è un’individualità corale, di gruppo, di cerchio. Quello osservato dall’artista è un corpo organico composto da innumerevoli disperazioni, frammentate ciascuna in altrettante innumerevoli individualità. Le menti e i corpi in azione, divorati da quella diversità, si aggregano come particelle a formare una barricata di sofferenza, spesso loro malgrado.
Questo golem di dolore ci apre le porte della comprensione, ci trascina là dove non vorremmo mai sostare per più di pochi minuti e ci inchioda invece a quelle pareti bianche per più di un’ora e mezza. Facciamo da testimoni oculari, impotenti, a una tragedia statica, che continua a compiersi nel proprio girare a vuoto, nello scontrarsi ostinato con quelle stesse quattro pareti e nella risposta implacabile dell’imbottitura che impedisce a quegli individui di farsi ancora più male.

L’entrata in scena del personaggio che tutti chiameranno, appunto, Danio, lo vede attraversare il proscenio da un ingresso all’altro, andando a strimpellare un malinconico motivo alla chitarra. Mentre cerchiamo di capacitarci della giovinezza della sua pelle e della fissità del suo sguardo, scopriamo l’illusione: indossa una maschera perfetta. Una pallida protesi facciale, scudo contro commozione e contro orrore. Ricorda un po’, la maschera, quel becco pieno di erbe officinali che i dottori della peste si appendevano a naso e bocca per evitare il contagio. Ecco come Manfredini attraverserà i quadri smunti di una disperazione continua. E noi con lui. Avrà tempo di occuparsi dei pazienti, dall’alcolista alla ninfomane, dal tossico alla maniacodepressiva, avrà modo di accudirli, di annuire, di scuotere il capo, finanche di voltar loro le spalle e abbandonarli, “troppo occupato con il teatro”. Ma Danio non avrà mai la possibilità di parlare. Forse proprio perché di fronte a scene simili è giusto che la parola venga a mancare, è giusto che ad esprimersi sia solo la presenza, la testimonianza, l’esserci.


Manfredini interpreta con grande maestria due dei pazienti, uno dei quali, una vecchia in sedia a rotelle, strappa davvero il cuore nelle sue ironiche telefonate che si perdono nel nulla. Quella della linea che si interrompe, che si spezza, appare dunque una metafora chiara, un filo conduttore crudele che non risparmia nessuno. Se alcuni quadri viaggiano sull’onda dell’eccesso che, pur fedele alla realtà, a teatro suona troppo violento, la maggior parte utilizza con generosità lo spazio e scandisce alla perfezione il dilatarsi inarrestabile del tempo interno di quelle individualità fratturate. Tedio puro, inerzia del vivere, pungolata proprio dalla consapevolezza di quella diversità. Diversità, dunque, mai devianza. Manfredini guarda alla follia come a una mutata condizione psicofisica, più come a un cerchio che si espande e si restringe che come a una linea tangenziale. I matti di Manfredini sono individui nudi che ripetono all’infinito un rituale dettato da un istinto casuale, sono allora davvero mostri segnati a fuoco da quel sacro rituale, schiavi di una sensibilità amplificata, ruvidi e allo stesso tempo fragili. Delicati e imprevedibili. A modo loro inavvicinabili.

Nell’epilogo riposa una stretta di amarezza, quando si assiste alla partenza del Danio mascherato, che finirà per abbandonare i propri malati sconfitto e in qualche strano modo scandalizzato da quella loro nudità. Poi, davanti ai nostri occhi, la fine si riallaccia al principio. Ancora una volta l’ingresso a tagliare il proscenio, ancora una volta la chitarra. Gli stessi vestiti ma il volto libero da quello schermo di pudore: la cera della maschera si è sciolta e adesso Danio può mostrare un’espressione. La più triste che si possa immaginare, che neppure il lungo applauso del pubblico riuscirà a rasserenare.

IL SACRO SEGNO DEI MOSTRI
ideato e diretto da Danio Manfredini
produzione: ERT/Emilia Romagna Teatro Fondazione – CTB Teatro Stabile di Brescia – Théâtre de la Place, Liegi – Mittelfest 2007
con: Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Sampieri
luci: Maurizio Viani
durata: 1 h 25’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Roma, Teatro India, il 31 marzo 2009

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