L’Inferno di Roberto Castello: invitante, scatenato, vuoto

Inferno (photo: Giovanni Chiarot)
Inferno (photo: Giovanni Chiarot)

Uscendo dalla sala A del Teatro India di Roma dopo “Inferno” di Roberto Castello, rallentati nella fila che defluisce, noto un oggetto abbandonato sul palco che fatico lì per lì a riconoscere; lo metto a fuoco: è un boccaglio azzurro, di quelli per le piccole immersioni estive, di fronte alla spiaggia.
Non so se nella casualità di un incontro con un oggetto, che per qualche misteriosa ragione rimane impresso, si possa leggere l’insistenza di un correlativo; se di un lavoro esplosivo, spavaldo nell’accumulazione e nel virtuosismo del gesto danzato eppur concettualmente nitido, la persistenza di un oggetto possa dare, seppur aleatoriamente, conto.

Sull’inscindibilità dei concetti di teatro e danza, sull’inadeguatezza della parcellizzazione della vita del palco oggi sarebbero in pochi a nutrire seri dubbi, almeno dal punto di vista degli statuti: chi potrebbe, per esempio, relegare a una o all’altra delle antiche forme o tassonomie il lavoro di artisti come Greta Francolini, Silvia Gribaudi e persino Fabiana Iacozzilli del recente “Una cosa enorme“, al di là delle divisioni di comodo utili alle programmazioni di festival e rassegne?
Ma Castello di questa convinzione teorica ha fatto anche applicazione poetica e politica, come ci ricorda Danila Blasi nel suo contributo all’opera collettanea “Nel migliore dei mondi possibili”, curato da Valentina Valentini, Valeria Vannucci e Chiara Pirri Valentini, edito da Ephemeria nell’ambito della collana diretta da Eugenia Casini Ropa, e presentata in occasione dell’esordio di “Inferno” a Romaeuropa Festival il 13 novembre scorso.

Castello infatti, sin dall’inizio della sua carriera di coreografo in proprio, dopo l’avventura con Sosta Palmizi e l’ormai mitica esperienza veneziana con Carolyn Carlson, chiamata dall’80 all’84 alla guida della compagnia Teatro e Danza La Fenice di Venezia, deve aver creduto in una sfumatura dei confini. L’anno era il 1991, quello del suo “Enciclopedia”, e addirittura da allora faceva sua la definizione che la stessa Casini Ropa aveva appena dato della danza d’autore contemporanea: «Tutto ciò che attiene alle capacità espressive del corpo umano, ivi compresa la voce».

Se così è – poiché l’uso della voce, la rinuncia alla danza come movimento esclusivo ed escludente, la traduzione in descrizione verbale di un atto coreografico, la “lezione spettacolo”, le creazioni site-specific o di danza urbana hanno caratterizzato più momenti della lunga carriera di Castello – questa presenza in scena, il boccaglio di plastica azzurra, è tanto per cominciare allegra ed entusiasta apertura ai props del teatro, alla loro materia “sporca”. Ma non basta.

“Inferno”, realizzato in collaborazione con Alessandra Moretti, a dispetto del nome non si lega alla prolifica serie dei lavori che affollano il settimo centenario dantesco.
Lo spettacolo ha una forma a scene separate. Ciascuna affronta, cita, smonta uno stile, una temperie della danza e persino del ballo: dal balletto classico al teatro-danza più storicamente determinato di Carlson e Bausch, al balletto televisivo, alla disco music, al rockabilly al “latinoamericano”. Nulla veramente accade che si possa raccontare, se si esclude l’ingresso di una compunta guida museale che si spettina alla seduzione inattesa del ritmo.

All’interno di ciascuna scena gli ingressi e le uscite sono vorticosi, in una sorta di zapping irrefrenabile (per riprendere la felice immagine di Margherita Dotta). Questa multi-danza-multi-linguaggio è citata con un fare così freddo, così chirurgico da divenire materia di esplorazione ed esperimento. È una variegata fauna gestuale che pone sé stessa, scena dopo scena, a un livello sempre superiore di auto-ostensione, di spettacolarizzazione impazzita e quasi sfuggita al controllo degli stessi corpi che dovrebbero incarnarla, e fin da subito rinuncia a rappresentare, a raccontare.
Quella forma, strappata alla manifestazione sincera, all’intima co-essenza del contenuto, spettacolarizza sé stessa e obbliga lo spettatore alla rinuncia alla partecipazione coinvolta, per relegarlo alla posizione di chi osserva un po’ spaurito, travolto dai virtuosismi eppure a disagio. Ciò è paradossale, poiché i corpi dei danzatori/ballerini guardano, chiamano, sorridono, invitano, invogliano con una tale smodata furia che anziché ingolosire divengono spaventosi, respingenti: i loro arti mulinanti, i bacini scatenati, le labbra protese, gli oggetti che portano in scena (boa di piume, copricapi… un boccaglio!) diventano particelle spaventose di quell’inferno della piacevolezza, dei lustrini e delle paillettes, del cliché del sorriso e del godimento, della seduzione, del corteggiamento, della simpatia e dell’ammiccamento, di un brutale coinvolgimento, di una mercificazione performativa violenta.

Le proiezioni sul fondale dello stesso Castello (ora una sala da museo naïf, ora un panorama artificiale che risponde a stimoli spesso imponderabili producendo un fuoco d’artificio, a cui rispondono scattando come relè i fusti di pochi alberi gommosi lì disseminati, mentre un frigorifero rosso passa come un asteroide in un cielo che attende solo la soddisfazione di un altro bisogno), persino quelle proiezioni non puntano a collaborare con la scena, sono un’ulteriore gesto di emersione di una forma ormai fine a sé stessa, senza spessore né necessità. Esattamente come le musiche (di Marco Zanotti in collaborazione con Andrea Taravelli), che sembrano rispondere all’automatismo intelligente di un algoritmo, tanto aderiscono agli stilemi e alle formule dei rispettivi generi.

L’ormai ricorrente ascesa del ballo al palco di uno spettacolo di danza non ha dunque con Roberto Castello finalità di costruzione di un repertorio di codici, com’era per il Salvo Lombardo di “Present Continous”, né di liberazione e incontro, come nel finale di “Lava Bubbles” di Roberto Zappalà allorché uscivamo dalla prima ondata Covid e all’aperto tornavamo a starci vicini, né è dispositivo partecipativo come quello di “Discobox” di Fabritia D’Intino.
Per il coreografo torinese, che ce l’ammannisce in termini più tradizionali, è radiografia politico-sociale dei nostri tempi.
Ecco perché di quella estroflessione delle formule, Castello non si accontenta; ecco perché, scena dopo scena, quelle formule sono punzecchiate, arricchite, eccitate, dopate, spinte alla frenesia, alla patologia schizofrenica, inzeppate di propaggini e interpolazioni non necessarie, caricate di una corrente che spinge i sei magnifici, impressionanti danzatori (Martina Auddino, Erica Bravini, Jacopo Buccino, Riccardo De Simone, Alessandra Moretti, Giselda Ranieri, Ilenia Romano) a livelli di cinèsi preoccupanti e talvolta francamente insostenibili. Quei sei corpi ci raccontano i nostri tempi, l’ansia di piacere, lo scollamento dei corpi dalle persone e dell’attività dal senso, la malattia, l’alienazione, l’asfissia che ne discende ripida e inesorabile (sarà per questo il boccaglio…?).

INFERNO
coreografia, regia, progetto video Roberto Castello
in collaborazione con Alessandra Moretti
danza Martina Auddino, Erica Bravini, Jacopo Buccino, Riccardo De Simone, Alessandra Moretti, Giselda Ranieri, Ilenia Romano
musica Marco Zanotti in collaborazione con Andrea Taravelli
fender rhodes Paolo Pee Wee Durante
luci Leonardo Badalassi
costumi Desirée Costanzo
consulenza 3D Enrico Nencini
mixaggio audio Stefano Giannotti
mastering audio Jambona Lab
un ringraziamento a Mohammad Botto e Genito Molava per il prezioso contributo
una coproduzione ALDES, CCN de Nantes nel quadro di ‘accueil-studio’, sostenuto da Ministère de la Culture / DRAC des pays de la Loire, Romaeuropa Festival, Théâtre des 13 vents CDN, Centre Dramatique National Montpellier, Palcoscenico Danza – Fondazione TPE
e con il sostegno della Rassegna RESISTERE E CREARE di Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, ARTEFICI.ResidenzeCreativeFvg / ArtistiAssociati
con il sostegno di MIC / Direzione Generale Spettacolo, REGIONE TOSCANA / Sistema Regionale dello Spettacolo

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro India, il 12 novembre 2021
Prima nazionale

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