Silenzi ad alto volume. Intervista a Francesca Pennini

La nostra nuova intervista riguardante il mondo della danza, rispetto alle difficoltà che sta passando in questo momento, vede protagonista Francesca Pennini, performer, coreografa, fondatrice e leader di CollettivO CineticO, uno degli ensemble più innovativi della danza italiana contemporanea.

CollettivO CineticO nasce nel 2007 e coinvolge oltre 50 artisti provenienti da discipline diverse.
La ricerca del collettivo indaga la natura dell’evento performativo con formati al contempo ludici e rigorosi che si muovono negli interstizi tra danza, teatro e arti visive. È compagnia residente del Teatro Comunale di Ferrara e ad oggi ha prodotto 51 creazioni, ricevendo numerosi premi tra cui il l’Ubu 2017 come Miglior Spettacolo di Danza per “Sylphidarium”.
I suoi lavori sono stati presentati in: Austria, Belgio, Bosnia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Serbia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Taiwan e via live streaming negli USA ed in Corea.

Come hai passato questi momenti di forzato isolamento rispetto al tuo lavoro?
Non mi sono sentita isolata dal mio lavoro, nonostante la mia identità – sia professionale che personale! – corrisponda a CollettivO CineticO, ovvero letteralmente all’opposto della condizione attuale che ci vuole “singolari” e “statici”.
La dimensione creativa, la riflessione artistica e il lavoro sul corpo mi hanno accompagnata costantemente.
Ho lavorato in modo diverso, con una grana e una qualità differente ma non compromessa.
Ho sofferto l’isolamento dalla moltitudine del gruppo di cinetici, che sono i miei compagni di lavoro e di vita, sono i miei migliori amici. Ho goduto molto, invece, della sospensione dal tritacarne del sistema lavorativo, con i suoi tempi accelerati e saturi.
E’ stato un tempo di scrittura, di immaginazione del futuro, di lavoro fisico molto profondo, di esperimenti quotidiani sul corpo con la possibilità di concedersi qualche pratica estrema (seppur tra le mura di casa), visto che non sarebbe andata a compromettere nessuna data imminente nella tournée.
Paradossalmente, in parallelo alla sofferenza per il fenomeno Covid e per tutti coloro che ne sono stati toccati in prima persona, ho sperimentato un grande senso di libertà. Il sollievo di qualcosa di latente che finalmente si confessa, la libertà dell’abbandono a qualcosa di più grande.

Come artista quali erano i meccanismi che trovavi più obsoleti e dannosi per il sostentamento della danza e per la sua diffusione? E in che modo li cambieresti?
Credo che siano legati alla logica dei grandi numeri, al consumismo spettacolare.
Vorrei che si abbandonasse l’attaccamento alla proprietà di debutti ed esclusive in onore di una maggiore sinergia fra i teatri, che permetta agli spettacoli di crescere e avere una vita più significativa (con teniture più lunghe, contesti diversi e nutrienti) e agli spettatori di avere più occasioni di vederli.
Il dover ragionare una programmazione nei termini algoritmici del decreto ministeriale impedisce di poter essere curatori e promotori della peculiarità di ogni pensiero artistico e, dunque, delle sue necessità e della sua fruizione talvolta molto specifica.
Questo comporta un altro pericolo: influenza la creazione stessa costringendo le ricerche meno allineate ad approssimarsi, a normalizzarsi verso formule riconoscibili, accettando magari troppi compromessi e compromettendo il pensiero stesso. Oppure, con un’energia opposta, a diventare atti di resistenza contro questo fenomeno, ma andando incontro ad uno stato di emarginazione e povertà.
La mia speranza è che la danza smetta di essere un’arte di nicchia per gli addetti ai lavori e venga portata al grande pubblico. Le istituzioni devono avere un ruolo fondamentale. Questo porterebbe nuovo ossigeno non solo come apertura a nuovo pubblico, ma anche come chiamata a nuovi interrogativi per gli artisti, altrimenti troppo spesso chiusi nel far dialogare le proprie opere con le inferenze condivise con la piccola cerchia di spettatori che si (ri)conoscono.
Spero che il “sisma sistemico” imposto dal virus possa essere occasione per tutti di approcciare la programmazione e la creazione con maggiore cura: tempi più lunghi, titoli a lunga conservazione (che non si bruciano con il debutto), cura degli spettatori e delle specificità, sostegno e riconoscimento della ricerca e non solo del “prodotto” spettacolare vendibile, investimento reale nella formazione (per spettatori, giovani, artisti, programmatori).
In generale vorrei un sistema meno competitivo, meno consumistico.
Il pensiero necessario e urgente sull’ecologia per il nostro pianeta abbraccia ogni aspetto, anche quello del sistema della danza e del teatro.
È necessario iniziare a ragionare in modo ecologico, ecosostenibile nei confronti delle performance e dei loro processi di produzione e “consumo”.
Si parte sbriciolando le ingessature burocratiche e avendo il coraggio, in ogni atto, su ogni scala e da parte di tutti, di portare avanti pratiche che siano di beneficio all’intero sistema.

Come vedi lo stato di salute della danza in Italia?
La mia diagnosi è: portatore sano! Qualcosa che all’apparenza funziona, ma che in realtà cova il virus in seno e lo propaga.
Sono da sempre ottimista sugli artisti italiani, invece. Mi sembra che la ricerca in Italia abbia grande valore, ma che questo non necessariamente corrisponda in termini di successo numerico all’interno del sistema.

Photo: Marco Davolio

Photo: Marco Davolio

Si parla tanto di streaming. Pensi che la danza proposta in questo modo ne sia danneggiata?
Lo streaming non è un problema in sé. Penso sia interessante indagare i fenomeni legati a queste possibilità tecnologiche e che, per molti artisti, possa diventare un forte stimolo.
Al tempo stesso non è necessariamente parte della vocazione di ogni poetica e di ogni ricerca. E questo va rispettato. Credo sia sbagliato dare per scontato che la danza e il teatro debbano avvenire esclusivamente “in presenza”. Lo credo a partire dal fatto che si tratta di un carattere fondamentale.
Proprio perché fondante può essere indagato anche nella sua sottrazione, non prescindendo da esso, ma articolandone le possibilità, la voragine della sua mancanza, l’illusione.
Sono convinta del fatto che il problema della danza proposta in streaming stia nel fatto che non viene problematizzato a sufficienza il medium, che viene dato per scontato. Senza un pensiero su questa visione alternativa, senza creare un problema, aspettandosi che basti puntare una camera fissa senza relazionarsi con l’assenza della presenza, si rischia di uccidere la danza: le viene tolta l’anima e rimane solo l’apparenza.
Lo streaming deve diventare soggetto della ricerca: bisogna chiedersi cosa significa in questa dimensione guardare, essere, muoversi, gestire il tempo e l’attenzione dello spettatore, far vacillare la sua intoccabilità.
Solo da una consapevolezza e discussione del mezzo si può iniziare a pensare alla danza in streaming, rendendola irriconoscibile, reinventandola come qualcosa di diverso e non come il surrogato liofilizzato di ciò che conosciamo e di cui saremo sempre nostalgici.
Al di là delle riflessioni creative, sento il fenomeno danza-in-streaming minaccioso per come viene gestito a livello di sistema.
Sospetto che esista una possibile crepa etica e politica, e che sia necessario stare attenti alle conseguenze di alcune scelte nate per convenienza facile, pensare alla tutela delle creazioni e degli artisti oltre che alla qualità della fruizione degli spettatori e delle conseguenze economiche sul sistema teatrale.
Anche i programmatori devono inventare e ricercare nuovi “come”. Spero non corrano all’assalto del “fare comunque”, del “fare nonostante”, “fare troppo”. Quella è roba del passato, adesso si può dire.

Per te la danza è spettacolo totale?
Assolutamente sì… Non sento di appartenere al sistema della danza. Credo di ospitare la danza e di esserne ospite, talvolta in modi un po’ abusivi!
Per me la danza non corrisponde ad un codice, né ad un linguaggio, né ad un curriculum degli interpreti. Non è nemmeno costretta ad occuparsi di corpi umani… Neppure necessariamente di corpi vivi.
L’etichetta “danza”, per me, è principalmente un invito per lo spettatore a orientare la sua l’attenzione affinché il corpo appaia.
La danza è sempre teatro, il teatro è sempre anche danza. Per me fare danza significa prendere una posizione (una posizione mobile, ovvero dichiarare, ma non dogmatizzare) su una certa condizione dei corpi vivi, del corpo di chi fa e di chi guarda, dell’essere in presenza nel mondo.
Ci sono infiniti modi di pensare la danza e mi sembra che sia proprio in questa discriminante che si fa il segno, la firma, di un autore.
C’è la creazione di danza che chiama ad una regia e ad una drammaturgia o la danza che coincide con una pratica, che diluisce la sua narrazione nella scrittura stessa del gesto.
Per me anche l’intero fenomeno visivo e sonoro della scena è corpo della danza. Il corpo dello spettatore, il movimento della sua attenzione e la narrazione dei suoi pensieri sono parte della danza.
Ho la presunzione – assolutamente di parte – di pensare che per le sue possibilità la danza possa esplorare, disegnare ed ospitare mondi più ampi e meno riconoscibili rispetto ad altre arti.

In che modo, in una tua nuova creazione, esprimeresti le suggestioni che la situazione odierna ti suggerisce?
Ci ho riflettuto molto, meravigliata e un po’ scettica del fatto che la ricerca che stavamo già portando avanti prima che si scatenasse la pandemia fosse già così in linea con quello che è accaduto.
Penso che sia spontaneo iniziare a filtrare e a leggere il mondo con le nuove lenti che questo periodo ci ha imposto e regalato.
Le parole chiave che mi suggerisce sono: microscopico / immobilità / resistenza / telepatia / mutazione / distanza / interconnessione / silenzio / ribaltamento.
A partire dalla condizione odierna vorrei che le nuove creazioni fossero un’occasione per ripensare il senso di connessione e proiezione nella distanza; vorrei che fossero dei microscopi in grado di aprire la voragine del dettaglio e della vibrazione dei corpi immobili, e al contempo dei cannocchiali in grado di scorgere il lontanissimo da sé, in termini geografici e identitari.

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