Le opere di misericordia ci appartengono ancora? Davide Iodice le indaga partendo da un dormitorio

Mettersi nei panni degli altri

Mettersi nei panni degli altri

Porgere uno sguardo sulla vita reale delle persone ospitate nel dormitorio di Napoli è come entrare in un luogo simile al purgatorio: le stanze vuote con i letti fatti ci lasciano intravedere storie che pian piano andremo a conoscere.
All’ingresso, al piano terra, un ascensore ci aspetta e un clown sorridente ci invita a salire.

“Dopo ‘La fabbrica dei sogni‘ (2010) – ci racconta il regista Davide Iodice – sono sempre rimasto in contatto con le persone che avevo conosciuto; è nata una amicizia e un rapporto di solidarietà, sono diventati compagni di viaggio. Così, quando il mio viaggio teatrale ed esistenziale (per me la stessa cosa) mi ha nuovamente spinto a una indagine con i mezzi del teatro, ma fuori dal teatro, per un progetto sulle sette opere di misericordia, mi è parso chiaro che uno di quei luoghi-senso dovesse essere ancora il dormitorio pubblico con i suoi provvisori abitanti, vecchi e nuovi… Ne “La fabbrica dei sogni” il tema e le modalità compositive erano diverse: lì i sogni, qui l’identità perduta; lì un linguaggio scenico anche violentemente visionario, qui una discesa nelle intimità, in una fragilità che ancora permane”.


“Mettersi nei panni degli altri”, presentato al Napoli Teatro Festival Italia, è solo il primo movimento di altre tappe che faranno parte delle sette opere di misericordia; il regista ha infatti già avviato il lavoro per “Ospitare i pellegrini” con una classe di italiano per migranti, e “Visitare i carcerati – visitare gli ammalati” all’interno dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli.

Non c’è finzione per il regista, il teatro è tutto fatto di verità: “Per me il teatro o è sempre sociale o non è teatro. Il teatro nasce come momento di massima condivisione e problematizzazione dell’ambito sociale che lo accoglie; era così nel teatro greco, era così in quello shakespeariano…”.

Una figura dal volto bianco ci accompagna all’ultimo piano con in mano uno scatola con la scritta “fragile”: fragile come le anime che in poco tempo veniamo a conoscere, attraverso i corridoi che separano i vari piani; è come un tragitto nelle memorie reali, a cui Iodice rende giustizia definendo, spazio dopo spazio, quei vissuti malinconici ed introversi, legati ad episodi traumatici come la scomparsa della propria moglie, un gesto di violenza, la perdita della propria infanzia…

Gli attori accompagnano le azioni con fare sommesso e tragicamente contenuto, solo gli occhi parlano, come ad invitarci ad inabissarci nelle voci interiori di quei fanciulli, amanti, figli, mogli e fattucchiere. “Con Tiziano Fario, mio collaboratore storico, autore di maschere, scene e costumi dello spettacolo abbiamo inteso operare un viraggio molto lieve di quella realtà, lasciandola pressoché intatta. Allo stesso tempo, quasi didascalicamente, ho voluto che fosse dichiarata la funzione attorale. Ho chiesto agli attori Vincenza Pastore, Raffaella Gardon, Davide Compagnone, Pier Di Tanno di assumere quella funzione di Pharmakon che sta all’origine della funzione scenica. Per far questo era necessario un annullamento della propria soggettività, messa maieuticamente a servizio dell’emersione del profondo degli ‘ospiti’ e del processo identificativo del pubblico“.

E’ intenso calarsi nelle storie dei protagonisti: ogni storia è diversa dall’altra, ognuna ha un proprio calore o freddezza, ogni persona ha perso qualcosa di sé, degli altri, qualcuno di importante nella propria vita.
Iodice sembra volerci dire che il destino incombe sulla vita dell’uomo senza che questi possa rendersene conto; così, improvvisamente, ci si trova senza più quelle sicurezze elementari su cui basava la propria esistenza.
Attraverso una carta si scopre il destino, attraverso il canto di un bambino il desiderio di un’infanzia perduta, con il volo di una farfalla si anela alla libertà, attraverso una corsa si raggiunge l’ultimo traguardo verso la collettività.
In un cerchio finale manteniamo tutti insieme un filo rosso – traguardo della vita cui ogni uomo anèla, ascoltando le ultime note di un canto che dice “e far le cose che dovevo fare quando le dovevo fare…”.

Chiedo a Iodice come immagina il futuro dei protagonisti del suo lavoro: “Il futuro dei nostri compagni di viaggio sarà né più né meno quello che questo Paese intende promuovere per i suoi cittadini, e in primo luogo per quelli più fragili. Nessuna proclamata ripresa è possibile nessuna accelerazione sensata se non si colma la fortissima diseguaglianza sociale che ancora permane”.

Possiamo dire che il teatro è un percorso dell’anima? “Non so dove stia l’anima, né che forma abbia; io chiamo anima la relazione vitale che ci lega. Se c’è l’anima per me è collettiva, e il teatro è il luogo per eccellenza della collettività, è il luogo dove sperimentare la relazione vitale che può ancora definirci umani. La dico con Neiwiller: “Né un dio, né un’idea potranno salvarci, ma soltanto una relazione vitale”.

METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI – VESTIRE GLI IGNUDI
Primo movimento del progetto di ricerca e creazione Che senso ha se solo tu ti salvi, liberamente ispirato a Le Sette opere di Misericordia di Caravaggio
drammaturgia e regia davide iodice
con antonio buono, davide compagnone, luciano d’aniello, maria di dato, giuseppe del giudice, pier giuseppe di tanno, raffaella gardon, ciro leva, bruno limoni, osvaldo mazzeca, vincenza pastore, peppe scognamiglio, giovanni villani
collaborazione generale luigi del prato
spazio scenico, maschere e costumi tiziano fario
coproduzione interno 5, teatro stabile di napoli
in collaborazione con centro di prima accoglienza comune di napoli, scarp de tenis – napoli, binario della solidarietà – napoli

durata: 1h

Visto a Napoli, centro di prima accoglienza (ex dormitorio pubblico), il 12 giugno 2014
Prima assoluta
 

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