Mai abbastanza parole per Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri (photo: Melina Mulas)

Li ho percepiti, durante il debutto del nuovo “rito sonoro” di Mariangela Gualtieri, in tutta la loro imperscrutabilità, quei misteriosi congegni neuropsichici che ci fanno restare incantati all’ascolto sensoriale di parole dette in versi.

“Le giovani parole” della drammaturga (e molto altro, molto di più) di Teatro Valdoca, disposte in un lirismo piano e diretto, sono quelle che fanno rinascere ad ogni ri-lettura, o meglio ad ogni dire, qualcosa che giace morto e fissato per iscritto. Consumando le parole, indebolendo la sintassi, sospendendo l’ordine logico, il verso (il verbo) risuona a partire da quel sussurrar sacerdotale che è  trasporto intuitivo e fideistico verso la parola detta (annunciata?), nella spoliazione di qualsiasi congegno teso a creare “spettacolo”: né la tecnica tesa allo sbalordimento, né l’effetto finalizzato al virtuosismo. È in scena quel farsi sacro che è letteralmente sacrificare e sacrificarsi (allo spettacolo, al mondano, alla cronaca).

La forma si adegua al contenuto, ne è sua serva e padrona. Quella ripetuta confessione di inadeguatezza (“non esser degna di…”, “non lo so dire…”) non potrebbe sopportare l’arroganza di un tono diverso. Negare o minimizzare sé stessa per affermare gli altri (il tu amato, o il creato).

Nel teatro, quel “luogo” che (ancora forse) raduna i vivi e li nutre; la vocalità e la presenza scenica di Mariangela Gualtieri comunicano un’aura rara, carica di calore, pregna di una commozione che nasce dall’estrema semplicità (il riferimento più prossimo mi pare il curato di campagna di Robert Bresson, quello più ardito, ma paradossalmente più “contemporaneo”, quello dell’ultima “versione/vita” di Giovanni Lindo Ferretti).

Nessun esoterismo, nessun ermetismo, ma piuttosto la lode al “divino labirinto delle cause e degli effetti”, con attenzione amara e materna alle nuove generazioni (“Sermone ai cuccioli della mia specie”), con lo sguardo di chi osserva a distanza ma poi sa e vuole avvicinarsi. Un eloquio francescano (non a caso nel suo ringraziamento cita Francesco d’Assisi insieme a Whitman e Hopkins, campioni di un amore dai contorni divini tormentati e universali), un più ampio cantico delle creature nel quale l’umano è percepito come specie tra le altre.

Nel contatto con la natura viva, nello stupore pre-tecnologico e nell’intensità della sottigliezza, tra profondo amore e tenerezza, c’è la proposta concreta e diretta di un’alternativa poetica al nervosismo “interessato” del presente. Un gesto politico, ritorno agrodolce all’Arcadia armoniosa, senza sofisticazioni, lodando quella bellezza che è tanto il ricordo di un sogno quanto l’antidoto principe al disordine.

E all’interno di un tale rito orale, capace di generare momenti di sollievo, di perfetta quiete, di pura pace e gioia, si raggiunge quella attenzione plenaria dell’ascolto citata all’inizio, quel silenzioso rovello interiore di chi ascolta e metabolizza senza eccitazione esteriore. Testimoniando dell’applauso più lungo ed emozionante di cui abbia fatto esperienza in un teatro, un consenso meritato, per la facilità a ricondurre, con il suo versificare paratattico, a immagini concrete, per come, con umiltà e schiettezza, ci ricordi quanto possa essere prezioso esser(ci) senza la presunzione di aver(ci).

Le giovani parole
rito sonoro di e con: Mariangela Gualtieri
con la guida di Cesare Ronconi
cura del suono: Luca Fusconi
organizzazione: Elisa De Carli con Elisa Bello
amministrazione: Morena Cecchetti
produzione: Teatro Valdoca
con il sostegno di Comune di Cesena/Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il contributo di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena
durata: 50′
applausi del pubblico: 5′

Visto a Roma, Angelo Mai Altrove Occupato, il 17 maggio 2013
Prima nazionale


 

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