Marco Baliani: da queste prime mille repliche in avanti

Marco Baliani

Marco Baliani (photo: marcobaliani.it)

Ecco ancora una volta Marco Baliani, seduto su una sedia, illuminato da una luce, che davanti ad un pubblico racconta. Racconta con le parole e con i gesti, rendendo visibile l’invisibile, stavolta non con una storia di cavalli e di sopraffazione, ma regalando al suo pubblico, che lo ascolta per più di un’ora e mezza, il suo modo di approcciare il mondo: regala così a chi ascolta il nuovo spettacolo “Ho cavalcato in groppa ad una sedia”, tratto dall’omonimo libro, una vera e propria galoppata intorno ai modi con cui nasce l’opera d’arte, insomma “in quali e quante forme può avvenire l’atto del narrare”.

Lo fa per celebrare i ventuno anni, ci si consenta il gioco di riferimenti, del suo cavallo di battaglia, “Kohlhaas”, e le mille repliche che tra poco verranno celebrate a Genova.

Lo fa ritornando indietro nel tempo, attraverso una sorta di diario di viaggio di vent’anni di incontri, emozioni, progetti: dalla scoperta della narrazione all’esperienza del teatro di strada con i ragazzi di Nairobi, sino agli spettacoli per celebrare l’Unità d’Italia e all’incontro con Stefano Accorsi, con cui ha appena terminato un progetto dove si è divertito a riscrivere in rima alcuni brani dell’Orlando Furioso.

“In Tracce, la mia precedente conferenza-spettacolo, il tema era lo stupore e l’incantamento, ora invece ragiono con il pubblico sul miracolo della creazione” si racconta.
Conosco Marco da più di trent’anni, ossia dall’esperienza di Ruotalibera, con cui ha creato alcuni dei capolavori del teatro-ragazzi italiano; l’ho seguito poi nella scoperta delle possibilità della narrazione accompagnandolo anche con una moto scassata a raccontare fiabe nelle scuole delle periferie della nostra città. Memorabili quei giorni, dove il narrare nelle scuole davanti agli occhi stupefatti di migliaia di ragazzi era un esercizio continuo di creazione di meraviglie per un’arte che, pur perdendosi nella notte dei tempi, era caduta in disuso.

“Il motivo per cui ho cominciato, più di venti anni fa, a trasformare l’atto teatrale in una narrazione, era la ricerca di un linguaggio che mi permettesse di descrivere il mondo in una forma complessa, che uscisse dai consueti canoni teatrali della rappresentazione, ma più ancora che rimettesse in gioco il modo di percepire la scena da parte dello spettatore. Quando racconto costringo a spostare la percezione dall’occhio all’orecchio, a privilegiare l’ascolto sulla visibilità della parola che deve in  ultima analisi rendere visibile l’invisibile”.

Purtroppo dopo di lui la narrazione è diventata una moda, con migliaia di epigoni troppe volte impreparati ad affrontare una prova in apparenza così semplice ma in realtà complessissima, che ha in qualche modo distrutto le potenzialità di questa forma unica della scena.

La copertina del libro 	Ho cavalcato in groppa ad una sedia. Con DVD

La copertina del libro pubblicato nel 2010

“Ho cavalcato in groppa ad una sedia” si compone di letture tratte dall’omonimo suo libro, inframmezzate da racconti, digressioni, riflessioni. Il tema, come anticipato, è il meccanismo che porta alla creazione di un’opera d’arte e, nel caso specifico, l’arte del raccontar storie.
“La narrazione non può partire da un testo scritto e detto a memoria – prosegue Baliani – La scrittura per sua natura è diversa dall’oralità, le parole della narrazione orale sono per me l’espansione del corpo, parole e gestualità devono essere in simbiosi”.

Baliani non ha metodologie sicure per descrivere come si arriva ad impossessarsi dei meccanismi per creare un’opera d’arte, si limita a narrare a voce alta le sue esperienze, a ragionare con il pubblico sugli allenamenti che ha intrapreso in questi anni  per rendere visibile l’invisibile. E così ci narra anche delle paure e delle difficoltà che ha via via incontrato, della fortificatrice esperienza vissuta con i ragazzi di Nairobi, dove anche uno scambio di abbracci  risultava essere profondamente significante; e poi ancora della reciproca offerta di racconti durante i numerosi laboratori, sino agli incontri casuali con gente comune dotata però di meravigliose possibilità nascoste.

“L’importante per me che narro è mantenermi sempre in uno stato di fibrillazione creativa, osservando da vicino la realtà non con i soli occhi ma con tutti i sensi, che devono essere continuamente stimolati. In questo modo l’approccio alla creazione è continuamente sollecitato, e per far questo cerco sempre lo straniamento della realtà, anche brusco”.
A questo proposito, durante la nostra chiacchierata casalinga post-spettacolo, gli faccio sentire “Oblivion Soave” dall’Incoronazione di Poppea di Monteverdi. Qui una balia, per far addormentare Poppea, canta una sublime ninna nanna: ma non è una donna anziana a cantare bensì un enorme controtenore di colore, eppure il risultato proprio per questo risulta ancora più incredibilmente meraviglioso.
“Ecco è precisamente questo che volevo dire”. E poi continua: “Ora mi interessa meno narrare storie finite, voglio sperimentare nuove possibilità con il video, nuove possibilità del rapporto tra corpo e voce”. “Progetti futuri?” lo incalzo. “A dicembre farò una regia all’Auditorium di Roma per un’operina per bambini di Marco Betta tratta da “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Buzzati, mentre da Rizzoli uscirà il mio nuovo libro “Il ritardo di Ginepro”.

Pieno di vitalità Marco Baliani, splendido sessantenne che naviga verso nuovi orizzonti, mentre il pubblico del Teatro San Teodoro di Cantù gli tributa il solito trionfo.

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