Sarah Kane, Ofelia e il gioco dell’immedesimazione

Ofelia 4e48

Ofelia 4e48 (photo: Stefano Vaja)

Siamo tutte un po’ Ofelia. Ma ci sentiamo tutte, a volte, un po’ Sarah Kane?
Del resto, se “Ofelia 4e48” è liberamente tratto da “4:48 Psycosis” di Sarah Kane, anche noi, spettatrici e spettatori, possiamo permetterci qualche libertà interpretativa nei confronti di questa “Ofelia qualunque”, una ragazza che si presenta con un bel tailleur, “se la tira” un po’, per poi capire che è meglio ritirarsi nell’autoironia, e infine cedere, disillusa, all’autodistruzione.

Una “visione” particolarmente originale che, per un’ora e un quarto, si diverte a provocare e ci tiene svegli (evviva!): è quella andata in scena nei giorni scorsi al Teatro della Contraddizione di Milano, ed elaborata da Stefano Cenci, regista e autore con Elisa Lolli, elastica interprete dello spettacolo definito “commedia romantica con suicidio”.

In effetti, un gioco al massacro, macabro quanto basta, ma non abbastanza funereo: non a caso, “abbiamo cominciato a giocare con un testo, non propriamente leggero e dilettevole – si legge nelle note di regia –, ma ci è sembrato il punto di partenza più adeguato in quel momento, vuoi per soddisfare il nostro gusto del macabro, vuoi perché è un testo così complicato da sembrare impossibile […] E’ nato così il nostro Ofelia, appunto, in quattro e quattr’otto”.
La reazione a un’idea data e a un impulso naturale/artistico, insomma. Ecco perché non è del tutto sbagliato lasciarsi andare a questo gioco, contagioso e stimolante, fino quasi al perturbante: “Quest’Ofelia vive lo stesso turbamento di Sarah Kane, e forse non è l’unica…” vien quasi da pensare.

La lotta tra natura e contingente, desiderio e controllo, tensione passionale e lucida disillusione, è la sintesi del dramma, vero e vissuto da Sarah Kane nel 1999, ma accessibile e sentito da una ventottenne di oggi. Drammatica fu “l’uscita di scena” dell’autrice inglese, realistico in modo inquietante il suo ultimo testo/testamento “4:48 Psycosis”, e altrettanto metateatrale è l’adattamento proposto da Cenci e Lolli, entrambi presenti in scena, che giocano complici nei loro stessi ruoli di attrice e regista.

A reggere il (loro) gioco, la scena così strutturata: centrata nel palcoscenico e frontale rispetto alla platea, la zona di Ofelia, entro i confini di una pedana rettangolare, e appena rialzata e connotata dalla scenografia. Ma la posizione è in realtà di “finto primo piano”: l’azione dell’interprete si svolge infatti come una scena riprodotta all’interno di una cornice, delineata dalla presenza in scena del regista, che coordina i movimenti di Ofelia.
Defilato rispetto a lei, seduto alla consolle, come se fosse nella cabina di regia ma allo stesso tempo ben visibile alla platea, anche se di spalle, è lui in primo piano: a un metro dalla prima fila del pubblico, muove i fili di Ofelia, rivolgendole direttamente domande o stimolandola con la musica. E Ofelia risponde, obbedisce e scatta, passa da un impeto all’altro, nervosa e rigida, ma mai del tutto marionetta, anzi si trasforma continuamente e si mette in gioco, è autocritica e spietata nel rispondere agli stimoli, lei stessa si pone delle domande che, per riflesso, ricadono in platea.
E noi stiamo al gioco, ci crediamo, ci lasciamo mescolare dalle domande e riusciamo persino a toccare certi pensieri che confondono, mettono in dubbio, in crisi. In pratica, seguiamo il percorso dell’interprete, arrivata in scena ordinata come una reginetta, e alla fine disperata e sdrucita, nel suo stesso caos che la fagocita, e la fa annegare.

Così, da una visione precisamente contenuta di cornice metateatrale, i limiti della scena saltano e il caos arriva, denso, fino in platea. Eppure, al suo ingresso, Ofelia/Sarah/Elisa ci aveva avvisato che “ogni pensiero è abolito, benvenuti nel teatro della spensieratezza […] questo spettacolo non c’entra nulla con voi, non esiste motivo di emozionarsi”.
Eppure “Ofelia 4e48” è uno spettacolo che emoziona, coinvolge, a partire dal continuo scambio creato sul palco tra Ofelia/Sarah e il suo regista/demiurgo.
Nonostante certi slanci della protagonista, o le pose bizzarrre ed estreme sembrino a volte ingiustificate, per non dire incomprensibili, ciò che attira è proprio la libertà nell’autoironia di questa figura, che si autodefinisce “Ofelia da due soldi, Ofelia senza pretese, Ofelia in quattro e quattr’otto”. Appunto.

OFELIA 4e48
di Stefano Cenci
con Elisa Lolli
durata: 1h 16′
applausi del pubblico: 1′ 58”

Visto a Milano, Teatro della Contraddizione, il 12 febbraio 2012

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