Perdutamente. Dall’India variazioni e distrazioni sul tema della perdita

Perdutamente 2012E lì perdutamente/ qualcuno che ti sfugga/ o che salga su.
Per intanto qualche vento/ qualche tentativo fa.

Perdersi non è facile. Applicare al proprio percorso il vettore della perdita in un tempo in cui già tutto sembra sfuggire di mano, nello sgretolio lento e inesorabile della ripetizione con varianti.
E non lo è nemmeno rilanciare a sé e in direzione di altri ganci e temi da vocabolario sentimentale personalissimo, per quanto universale e universalmente condivisibile possa esserne l’esperienza e l’abitudine all’uso.

Siamo ancora in grado di perderci? Come, quando, dove, perché e cosa ho perso, io? E tu?
Sono queste, forse, le domande che hanno accomunato le attese di chi ha vagabondato fino a ieri tra le sale del Teatro India di Roma, come ospite o come residente del progetto Perdutamente (di cui avevamo già parlato qui). Domande che vagano a loro volta dalla superficie degli specchi nei “Bagni rossi”, installazione realizzata dal teatrodelleapparizioni con risposte echeggiante da ogni membro di Perdutamente, per espandersi dal foyer fin dentro le sale.
Tutti spazi occupati da viandanti della perdita dai ruoli giustapposti, personaggi perduti ma tutti autoriali, seppur con-fusi nei loro incipit o proprio per merito di questa fusione, o negli abbozzi e nei discorsi, in citazioni o omaggi suggeriti, o forse solo immaginati da chi scrive. Scarti, tentativi, prove di ciò che sarà o che forse non potrà mai essere in altro luogo.

Siamo arrivati al “cantiere nel cantiere” India all’inizio di questo percorso, giusto in tempo per la quinta puntata del progetto “Nollywood” dell’Accademia degli Artefatti, dedicato a Federica Santoro, di Fattore K.
Il ciclo di “Nollywood”, programmato per coinvolgere tutte le 18 compagnie chiamate come artisti residenti all’India, è stato uno degli appuntamenti quotidiani delle giornate romane.

All’interno di questa serie di ritratti a perdita d’identità, quello della Santoro, presente all’India per “Divertimento” – insieme ai musicisti e performer Luca Tilli e Sebi Tramontana – è un “Io non sono così (in privato)” dedicato all’anonimato.  

Il format dello spettacolo degli Artefatti, come abbiamo modo di intuire dal prologo e come poi riscontreremo il giorno successivo nella puntata dedicata a Andrea Baracco, è scandito in modo tale da riuscire a intrappolare nelle proprie maglie, anche solo per un attimo d’urto o di riconoscimento, qualsiasi biografia: il pretesto di una breve intervista, la dichiarazione di un’urgenza da parte dell’intervistato, il tutto corredato da un eventuale rimando musicale. E dunque, che il gioco della colonizzazione del pensiero abbia inizio! Coi suoi riti – la bandiera che porta il nome del soggetto in questione innalzata in cima a una montagnetta simbolica a un lato della scena – e i suoi miti (cinema, game soccer o silenzi per quartetti d’archi, per esempio).

Nollywood però sembra voler fuoriuscire dal tracciato dell’operazione metateatrale fine a se stessa per candidarsi a possibile luogo di collegamento e discussione tra le compagnie residenti all’India, e ovviamente fra le loro drammaturgie. Un fil rouge irriverente sì, ma pur sempre gentile sia con l’urgenza anonima della Santoro che con la ricercata onestà di Baraccolandia. Un omaggio che però non esita a mettere in discussione il senso di aspirazioni dichiarate e di decisi presupposti teorici, a ribaltarne e a sconvolgerne i moti fino a spazientirne il loro legittimo proprietario. O a coinvolgere sulla scena e nel gioco ulteriori travestimenti, tanti e persi momentaneamente dentro il pensiero di un unico e molteplice solo: come nel caso della puntata dedicata a Baracco, che ha visto in scena anche la Nazionale Zombi capitanata da Daniele Timpano e Elvira Frosini.

Di segno completamente opposto è il lavoro in cui entriamo, letteralmente, poco dopo: la sala adibita alle due installazioni performative di Opera, “Eco”.
Nel teatro del suo percorso per immagini, Vincenzo Schino stavolta ci ha lasciato entrare nel buio, senza una strada da seguire se non quella di una luce gocciolante e riflettente su una lastra deposta a terra. Dalla lastra appaiono e scompaiono ancora i visi degli artisti dell’India ma appaiono e scompaiono anche i nostri sensi, completamente occupati a tentare di distinguere tra percezioni e significanti, tra fantasmi da decodificare eppur già conformati sulla superficie di una pozzanghera bugiarda, come solo sa essere la memoria. Fin tanto che la luce non si trasforma in un presagio e alla pari di un epigramma sensibile si sposta attorno a noi, girandoci le spalle e nascondendosi di sottecchi nel cuore sotterraneo di una marionetta a forma umana. Un nucleo di fili danzanti che s’illuminerà dall’interno, invitandoci a spiarne il trucco, l’inganno, la maschera, l’innocente e memorabile magia.

Uscendo da questo mondo ci ritroviamo nel foyer e di lì a poco rientriamo in sala assieme al gruppo coordinato da MK. Li avevamo intravisti, una dozzina tra uomini e donne di diverse età e corporature, muoversi nel loro spazio aeroporto/agenzia viaggi. Ora entrano guidati da una hostess; questo mentre Michele Di Stefano invita a guardarli come ad un oggetto coreografico che sta ancora prendendo forma, e che a noi sembra cercare anche un proprio spazio, d’appartenenza e d’esistenza.
Nella generazione casuale ma volontaria rispetto al movimento di ogni singolo a cui assistiamo, “Clima” ci appare come uno studio sul calibro, sulle distanze, sugli squilibri di volta in volta indotti o imposti da una poetica frammentata, senza ritocchi. Immediata in quanto casuale, ma anche definitiva nella propria casualità. Un lavoro sul linguaggio coreografico sì, ma anche e forse soprattutto sul senso stesso di un discorso in movimento. Un senso che sembra perdersi e ritrovarsi continuamente nell’equilibrio, nel calibro di gesti almeno apparentemente sconnessi e slegati gli uni dagli altri, come particelle impazzite e sfuggite al proprio nucleo e appunto in attesa di stabilizzarsi in una nuova configurazione.  

La performance ha una durata di 10 minuti e a seguirla è uno studio su una storia indicibile, perché mutila della sacralità di senso da cui proviene, oltre che della sua tragicità momentanea seppur romanzata. Così intima e al tempo stesso così decisamente politica, ma non solo. Irriducibile al gesto del suicidio condiviso di quattro pensionate greche narrato nel giallo di Markaris, ma evidentemente tentata a nome loro, ma non solo loro.

Ci riferiamo di nuovo a “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Deflorian/Tagliarini & Monica Piseddu, di cui Klp vi aveva già parlato, e dell’adattamento extra-spettacolare dell’incipit de “L’esattore”.
Vodka e sonniferi: queste le armi usate dalle donne per togliersi la vita, prodotti comuni e insospettabili ma dalla lenta capacità corrosiva, quasi invisibili anche a lato di una piccola installazione (prolungamento dello spettacolo) posta a un angolo del foyer dell’India.
Sullo sfondo una Grecia in recessione economica, il taglio delle pensioni, una mutua inesistente e in primo piano l’immagine di un significante: le quattro carte d’identità sul tavolo da pranzo in salotto, una a fianco all’altra, nel muto squarcio di quattro vite come tante altre. Come le nostre d’altronde.
O forse no?

L’inizio dello spettacolo dichiara la propria stessa inadeguatezza ad affrontare il tema, perfino a parlarne, denunciandone seppur ironicamente la necessità. E questi meccanismi si perpetuano fino alla fine, confondendo volutamente lo spettatore nel miscuglio delle vite, dei problemi e delle preoccupazioni più che verosimili dei tre attori. Ed è forse questo il tiro più pericoloso che il trio Deflorian/Tagliarini/Piseddu fa al proprio pubblico, ingannarlo dopo avergli fatto accettare la finzione, confondere il vero con il verosimile, dichiarare l’inadeguatezza del verosimile rispetto a un verosimile originario, facendogli sentire lo scarto tra la realtà e la finzione, ma soprattutto suggerire alcune possibili sfumature tra i due livelli. Tra una finzione resa eterna e una realtà rimasta estemporanea e problematica, appunto come la nostra stessa posizione tra i due estremi.
 

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