La scalata Antonveneta. Eugenio de’ Giorgi nel diluvio universale

Eugenio de' Giorgi
Eugenio de' Giorgi

Eugenio de’ Giorgi

Riempì le pagine dei giornali per mesi e mesi: la scalata alla Banca Antonveneta da parte di Gianpiero Fiorani e dei suoi soci risale poi solo a pochi anni fa, tra 2004 e 2005. A ripercorrere questa moderna storia italiana è Eugenio de’ Giorgi, che ha appena terminato, al Teatro Olmetto di Milano, le repliche di “Previsioni meteo: diluvio universale”, spettacolo prodotto dall’Associazione teatrale Duende.

De’ Giorgi, direttore artistico del Teatro Olmetto, grazie al suo personalissimo stile che strizza l’occhio alla Commedia dell’Arte e al teatro di Dario Fo, è autore ed interprete del testo. Il risultato dei suoi giochi verbali, dei movimenti in scena e del lavoro sui personaggi è uno spettacolo divertente, ben orchestrato, in cui l’artista conferma lo schema “didascalia + interpretazione” per sviluppare le differenti scene e mostrare al pubblico un teatro semplice, diretto, apparentemente leggero ma profondamente contemporaneo.

Senza fronzoli scenografici e coreografici, de’ Giorgi entra in scena vestito di bianco. Ci resterà più di un’ora e mezza, interpretando tutti i personaggi, per narrare ciò che molti non sanno o non hanno capito. Ecco la forza del teatro dell’affabulatore de’ Giorgi: arrivare dove giornali, politici ed intellettuali spesso fanno fatica ad arrivare.

Dopo “Venezia 1516. Affittasi monolocale zona ghetto”, la storia del ghetto di Venezia e quindi della segregazione e della persecuzione degli ebrei, de’ Giorgi ci regala un altro spettacolo “necessario”: un teatro di impegno civile che sconfina dal teatro di narrazione classico e prende una piega nuova e originale, quella della risata consapevole. Un teatro che, per sua natura, deve necessariamente aprirsi ed arrivare a un pubblico sempre maggiore.

La scelta di mettere in scena la scalata ad Antonveneta è certamente un’operazione originale nel panorama teatrale nazionale. Come nasce questo spettacolo?

La prima idea è nata nel 2005, quando si viveva quotidianamente il caso Antonveneta. Un amico che lavorava ‘all’interno’ mi raccontava ogni giorno ciò che succedeva. Io ero in scena nelle Marche con “Lo Sghignazzo di Arlecchino” e pensai che questi personaggi fossero ben più grotteschi e ridicoli di Arlecchino. Mi venne in mente l’Arlecchino anarchico di Dario Fo e pensai che sarebbe stato molto interessante, un giorno, portarlo in scena. Nel 2007, quando del caso Antonveneta non si parlava più, ho poi deciso di realizzare il mio progetto. L’ho messo in cartellone per questa stagione: un’occasione allettante per consolidare la mia tradizione legata alla commedia dell’arte come teatro di piazza, la piazza che diventa luogo di denuncia. Ho pensato che fosse un piacere ma anche un dovere rappresentare questa storia; però volevo farlo in maniera nuova, diversa, estrapolando alcune vicende e raccontandole in modo semplice. Il Gianpy (Fiorani, il protagonista), Ricucci, Coppola, Gnutti sono realmente personaggi da commedia dell’arte, che non hanno bisogno di imitazioni.

Come hai lavorato sul testo?
Per un anno ho raccolto materiale stampa, basandomi su confessioni di avvocati, giudici e persone coinvolte nella vicenda, e lavorando sul libro “Capitalismo di rapina”, che mi ha aiutato a ricostruire i personaggi della storia. Poi ho diviso il testo in cinque parti, che rappresentano i momenti salienti del caso Antonveneta. Prima di ogni parte c’è una presentazione ‘in stile tragedia greca’, ossia un racconto per presentare l’opera ed aiutare il pubblico ad entrare nella storia, dato che si tratta di argomenti ostili ad una platea teatrale. Si parla della prima convention di Genova del 2003, della richiesta dell’aumento di capitale ai soci per la terza volta in quattro anni, del “patto Sciacchetrà”, della legge sull’italianità delle banche, dei politici. Una realtà che, purtroppo, penso non sia ancora finita.

Che tipo di pubblico viene a vederti, e come reagisce?
C’è un pubblico giovane, principalmente la fascia tra i 30 e i 40 anni, forse sono proprio quelli che lavorano in banca. Questo per me è importante, perché credo che i ventenni siano un po’ lontani dal tema, mentre gli anziani ne sono coscienti ma forse in modo un po’ ‘assopito’. I trenta/quarantenni, invece, ridono e si arrabbiano, ed è esattamente questo ciò che mi aspettavo dal pubblico di questo spettacolo. Viene tanta gente anche da fuori Milano, soprattutto dalle zone dei protagonisti della vicenda: Roma, Lodi, Brescia… Sento il pubblico appassionato alla storia, così mi fermo a dialogare, mi chiedono se è davvero così che funzionava. Rispondo che, purtroppo, è anche peggio.

L’uscita dello spettacolo ha suscitato interesse sulla stampa nazionale ma, curiosamente, solo sulle pagine economiche. La critica teatrale non è stata molto attenta. Secondo te da cosa dipende?
Sono rimasto perplesso. Il testo interessa (tanto che viene presentato sui giornali) ma poi, per qualche motivo che non mi spiego, c’è un fermarsi prima di vederlo. La critica teatrale non ha assistito allo spettacolo, e questo mi fa pensare: si denuncia, si fa teatro in un certo modo, si lavora sodo, eppure… Probabilmente il teatro vive gli stessi problemi delle banche. Forse c’è qualcosa di strano anche nel teatro. Questo è ancor più anomalo se si pensa che il testo sta muovendo anche un certo interesse internazionale. In Inghilterra lo vogliono tradurre e portare in scena, perché rappresenta anche il mondo bancario inglese. Antonveneta è la scalata occulta ad opera di Fiorani e dei suoi amici, ma guardando la crisi delle banche e quella economica mondiale diventa un tema universale e tristemente attuale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Per quanto riguarda il mio teatro sto lavorando su due fronti: da un lato, attraverso il progetto “Deus Ex Machina”, sul non facile rapporto fra le tre grandi religioni monoteiste, quindi sul dialogo e sui conflitti inter-religiosi. Dopo la messa in scena di “Venezia 1516. Affittasi monolocale in zona ghetto”, il progetto sta continuando con uno spettacolo sulla battaglia di Lepanto e sul conflitto musulmano/cristiano, e con un terzo spettacolo sulla figura di Papa Giovanni. L’altra strada che intendo percorrere è quella del “j’accuse”, inaugurato con questo spettacolo su Antonveneta. Il teatro civile è un genere che mi interessa molto e ci sono altri casi di denuncia interessanti. Temi che, così come la trilogia sulle religioni, ritengo decisamente attuali.

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