Senza prigioni, senza processi. Ascanio Celestini pro patria

Ascanio Celestini in Pro patria

Ascanio Celestini in Pro patria (photo: ascaniocelestini.it)

Per veder scorrere sul Tevere le teste dei nobili combattevano Carlo Pisacane e Goffredo Mameli; per riscattare l’orgoglio del padre riparatore di mobili, costretto a entrare dalla porta di servizio nelle case dei ricchi clienti, ha combattutto pochi decenni fa l’ergastolano che ci parla dal palcoscenico. E in fondo, dice ancora il protagonista di “Pro patria”, pure i partigiani imbracciarono le armi per scacciare i padroni.

È il legame ideale tracciato dal testo di Ascanio Celestini –  autore e interprete di questo monologo molto denso – fra i tre momenti indicati come tappe rappresentative dei tentativi, tutti abortiti, di rinascita e liberazione nazionale. Non uno ma tre risorgimenti, espressioni di un’idea intimamente legata alla lotta (armata) di classe: lo scontro tra repubblicani e monarchici nella seconda metà dell’800, la resistenza antifascista e il terrorismo rosso degli anni ’70.

Il teorema vacilla sotto il peso delle distanze storiche e culturali, ed è una fortuna che il Giuseppe Mazzini scelto dal personaggio come interlocutore per lo sviluppo di uno strambo “discorso sulla controvertigine” resti muto, perché forse il cospiratore vestito di nero non amerebbe essere chiamato padre dei proletari armati del ventesimo secolo, lui che ammoniva di non affidare «a una classe sola la grand’opera di una rigenerazione nazionale».

La “controvertigine” messa dal protagonista al centro della propria riflessione è quella spinta inconscia che fa desiderare di lanciarsi nel vuoto quando ci s’affaccia da una grande altezza. Una voglia di sperimentare l’ignoto, di volare ma anche, banalmente e crudelemente, il desiderio di suicidarsi quando troppo s’è tentato e nulla è stato come si sperava. O quando l’esperienza del carcere (e i rivoluzionari risorgimentali ne sapevano qualcosa) è così atroce da preferire la morte.

Il testo di Celestini disegna una somiglianza tra la condizione del carcerato –  un senzanome  costretto in una cella di due metri per due, senza più dignità umana e senza identità, perché un detenuto ‘è’  il reato che ha commesso – e quella del proprio essere attore d’un teatro orgogliosamente fatto di piccoli spazi, con solo una sedia al centro, di un’espressività fisica e facciale che non vuole raccontare emozioni ma preferisce assecondare lo sviluppo di un pensiero.

Qui il pensiero è particolarmente duro e le risate del pubblico, sempre attento e concentrato sugli articolati percorsi tipici della lingua di Celestini, spuntano più timide del solito: sono pochi i momenti accattivanti, quelli in cui ci si può permettere di sorridere e sentirsi rassicurati. Il Risorgimento è un passato remoto coperto da troppo disinteresse e sul quale è difficile maturare quell’opinione concreta e personale indispensabile per salire con l’autore al livello dell’ironia e giocarci senza paura.

La diffusa ignoranza sugli anni di Mazzini permette a Celestini d’innalzarsi come portatore di luce sui fatti eroici della brevissima Repubblica Romana che voleva governare “senza prigioni, senza processi”, dirigendo così  il ‘discorso’ come vuole, saltando continuamente dall’Italia di ieri a quella di oggi e conducendo il pubblico alla dolorosa conclusione.
Siamo un Paese nato nelle carceri, afferma Celestini. E da un carcere con la porta chiusa si esce solo abbracciando la controvertigine per saltar dalla finestra.

Pro Patria. Senza prigioni, senza processi
di e con Ascanio Celestini
suono di Andrea Pesce
durata: 1h 55′
applausi: 1′ 40”

Visto a Grottammare (AP), Teatro delle Energie, il 3 marzo 2012

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