Sport. Il corpo alla prova di Gruppo Nanou

Sport - Gruppo Nanou

Rhuena Bracci in Sport

Qui non c’è nessuno che vince, pur se di battaglia si tratta.
L’evoluzione aerea di un corpo coinvolto in una mise en espace teatrale viene prima dello sport (manca il fattore agonistico) e aldilà del circo (manca quell’ostentazione gioiosa, quel tragico trionfalismo dell’obbligo a divertire).

L’ultima produzione del Gruppo Nanou – confluenza coreografica di linguaggi diversi (corpo, suono, immagine), che per ammissione fondante ha nell’evanescente materialità del corpo/suono-oggetto-luce il perno e la leva della propria azione-riflessione, è un’ulteriore indagine in/di un luogo di quotidianità e intimità: quel campo plurivoco e ambiguo indicato come preferito dalla ricerca della compagnia ravennate fin dagli esordi.

Quello che è di solito un momento privato, riservato, il tempo delle prove, dell’allenamento, delle ripetizioni con la loro durata dilatata e con il disinteresse verso uno sguardo esterno, ovvero ciò che di solito accade senza l’ingombro di un pubblico, è trasferito in contesto spettacolare, esaltandone ed enfatizzandone la ritualità da officiare: ci sono le dinamiche di preparazione – gesto – riposo/pausa, paura di non farcela, paura di saper ripartire, lotta contro l’esitazione. C’è la tranquillità di andare incontro alla possibilità dell’errore.

Rispetto all’immaginario standard della ginnastica artistica, Rhuena Bracci è un’atleta appesantita negli anni e nelle fibre. Il corpo non ha la leggerezza di quand’era “competitiva”, ma non meno di prima anche adesso può esibirne l’ebbrezza balistica di carne e nervi, logoramento muscolare, peripezie della mente sotto stress.

Il corpo, nel suo prezioso minimale sfiancamento, in cerca di una persistente impossibile stabilità, tra virtuosismo elastico, volteggiar di membra per aria, piacere del gesto che traccia percorsi aerei, si giova dell’essere senza agonismo, forse perché in lotta con quel sé stesso che è da sempre il nemico più grande (si veda quel finale tirare pugni al proprio fantasma nell’aria).  

Quando la testa ha capito cosa fare, a volte il corpo non ce la fa più. E viceversa, il corpo arriva dove la testa non ne saprà mai niente.
Tra indecisioni decisive e fermezza categorica degli impulsi psico-motori, è in scena l’esibizione di una pratica intima, singolare, silenziosa, solitaria. Lo sfiancamento è solo sfiorato, percepito come qualcosa che è sul punto d’arrivare se solo durasse un po’ di più (la sospensione sulla sbarra, così come il corpo/spettacolo in sé). Non si eccede, ma si accarezza il limite (citando le note di regia: tentativo di demolizione del disegno per afferrare la necessità e la resa dell’atleta).

Il corpo in movimento è gestito con cura coreografica in un fuoriuscire e rientrare dai corridoi di luce, segnati a terra dalle impronte in gesso di mani e piedi nudi. Il silenzio è rotto da una bolgia sonora che ricorda quella d’uno stadio in collettivo subbuglio, sinistro coro/corpo/massa in movimento elettroacustico.
Poi c’è la palpitazione più sottile ed elettronica che accompagna la pratica di prova – la concentrazione (e la concertazione delle varie parti tende a creare una nuova armonia).

Quando Rhuena si “esibisce” alle sbarre, lo scheletro di un cubo che dalla prospettiva della platea perde la terza dimensione fa sì che il corpo letteralmente si inquadri a porzioni cangianti, in parte dentro, in parte fuori la “cornice”.

Potenza degli arti inferiori, allevati nella routine e prevalenza su tutto il resto della fascinazione estetica in quella zona franca della pratica performativa, prima che di quel corpo se ne faccia un idolo, un culto macchiato di fanatismo, prima che una fazione soggettivizzi il gesto atletico, impossessandosene come fattore identitario, a seconda del proprio interesse di parte.

L’intensità, o meglio la ricerca di una qualche verità, è nella fase di prove che trova i suoi scampoli di luce. Le incertezze si enfatizzano quando è la perfezione che si cerca e si ricerca, tra equilibrio e s-padroneggiamento del proprio baricentro, in tempi calibrati, aspettando l’errore, temendo la stessa perfezione.

Se si risale alla probabile radice etimologica di sport, ci si accorge dell’intricato groviglio che può nascere con la pratica teatrale: uscir fuori, deportare e deportarsi altrove, o più banalmente svagarsi, sospendersi per un certo frangente spazio-temporale dallo status di “cittadini – animali sociali”. L’orizzonte concreto e insieme speculativo dell’opera sta forse qui, in un appartarsi che è quel celebre “lavorarsi”, lavorare con/su/per sé stessi.

Sport
di Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci
con: Rhuena Bracci
suono: Roberto Rettura
scene in collaborazione con Città di Ebla
cura: Chiara Pirri
un ringraziamento particolare a Fabio Sajiz
produzione: L’Officina-atelier marseillais de production (Marsiglia, Francia)
co-produzione: L’animal a l’esquena e Crap’s (Spagna), Indisciplinarte (Italia), El Teatro (Tunisia), Haraka (Egitto) Miniatures Officinae received the support of the European Commission within the program Culture “Cooperation with the Third countries”.
con il contributo di MIBAC, Founds Roberto Cimetta, Regione Emilia-Romagna Assessorato alla Cultura
con il sostegno di Città di Ebla, PimOff
durata: 25′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Angelo Mai Altrove Occupato, il 6 aprile 2013


 

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