Tutto su mia madre: da Almodóvar alla scena di Muscato

Tutto su mia madre

Elisabetta Pozzi e Alvia Reale in Tutto su mia madre (photo: elfo.org)

La miglior regia a Cannes di Pedro Almodóvar nel ’99, personaggi e “pezzi” indimenticabili (come il monologo del transessuale Agrado sull’autenticità del silicone che la riempie), diventati ormai icone, e tanti altri elementi fanno di “Tutto su mia madre” un’opera “intoccabile”. Forse troppo, ma forse anche no.
Lo dimostra la versione teatrale che il drammaturgo anglo-australiano Samuel Adamson adattò nel 2007 per l’Old Vic Theatre di Londra, e che oggi è in scena (fino al 4 marzo) al teatro Elfo Puccini di Milano, diretto da Leo Muscato e prodotto dalla Fondazione Teatro Due.

Partiamo dalla fine, ossia dal giudizio, più che positivo, di uno spettacolo che, prima di tutto, dimostra che ancora il teatro può mantenere il suo senso, autentico e originale, per l’uomo: «La comunione d’un pubblico con uno spettacolo vivente» secondo Silvio D’Amico; non la proiezione in movimento di immagini confezionate ad arte e poi trasmesse, ma pensieri vivi, domande e risposte, che rimbalzano dal palco alla platea, e così prendono, danno, restituiscono vita.

Sono pensieri mai astratti, semmai estratti da situazioni reali, o comunque realistiche, nonostante la forte metateatralità originaria sin già dal film. Per riassumere la nota trama, basta dire che protagonista è la passione, non solo come sofferenza e disperazione, ma proprio il patire, che significa provare dolore, ma è anche sinonimo di sopportare: per esempio, con una risata liberatoria.

L’ironia consapevole e mai fine a se stessa, come unico modo possibile per continuare a sognare e capire, identifica la scelta di vita dei personaggi originariamente dipinti dall’autore spagnolo: principalmente donne, tutte fuori dai soliti confini, extra-ordinarie, spesso rappresentate da figure altrettanto esagerate, ma allo stesso tempo estremamente umili. La loro evoluzione arriva dall’incontro con l’altra: dal primo diffidente sguardo, attraverso uno scambio più intimo, e più o meno casuale, voluto o costretto, così da prendere coscienza di se stesse e arrivare al “perdono”, di sé come dell’altro, riuscendo a non giudicare, ma semplicemente a vivere. Con leggerezza.

La stessa dote che contraddistingue la messa in scena di Muscato, essenziale, pulita e ri-pulita dai pezzi “cult” della pellicola, nonostante riesca a mantenere l’originalità del film: dare nuovo significato, positivo e costruttivo, alla trasgressione, vista non più come comportamento squilibrato conseguente a un disturbo, ma come identità primitiva e naturale, umana. Ecco così legittimato il famoso messaggio sull’autenticità del transessuale Agrado, senza bisogno di tagliarlo/incollarlo com’è nel film, ma frammentando il monologo in diverse “uscite” che si inseriscono come cornice-contrappunto nelle altre storie. Questa scelta, oltre a dare continuità alla storia, tira fuori la persona, il cuore, dal personaggio teatrale interpretato da Eva Robbin’s: e così Agrado, spontaneo e autoironico sempre, mostra la propria natura, e ci convince della sua autenticità. Un ribaltamento di “concetto” che funziona per tutti i personaggi. A partire da Huma Rojo che, pur difendendo la sua figura di attrice “divina”, non resiste: sposta la maschera e mostra che, dietro la caricatura, è una donna come tutte, un’anima in pena.

L’interpretazione delle attrici dirette da Muscato è un grande punto di forza dello spettacolo: danno parola a personaggi extra-ordinari che vivono passioni estreme in vite ai margini, storie fortemente drammatiche, e quindi ad alto rischio “effetto melodrammatico” se non fossero sapientemente dosate.
A partire dalle bravissime Alvia Reale ed Elisabetta Pozzi (Manuela), tutto il cast riesce perfettamente a “stare al gioco”, caricando ma con parsimonia, resistendo alla tentazione “telenovela” (dove in due personaggi riescono a concentrarsi le maggiori disgrazie dell’umanità intera).

A differenza del film, in cui i personaggi maschili hanno poco spessore, i due attori qui, anche se per motivi diversi, sono entrambi degni di nota: Alberto Fasoli, perché abilissimo nel trasformarsi da dottore, a secondo dottore, a vanitoso direttore di scena (o mancata prima donna), e Alberto Onofrietti, nel delicato ruolo di Esteban prima e di Lola nel finale, perché forse è l’unico personaggio che si stacca dal suo omologo del film. E funziona.
Come da copione, il figlio di Manuela è in scena dall’inizio, ma poi ci rimane come “presenza”. Non solo un fantasma nel senso più letterale del termine, ma immagine-monito, per Manuela e le altre madri, dando alla scena un’immagine al tempo stesso reale e onirica. Il personaggio di Esteban “sempre presente”, permette di rappresentare anche suo padre Lola, per riflesso ma opposto: entrambi rappresentano una vita “tronca”, e sono “ombre” per gli altri personaggi. Esteban a causa di un incidente mortale, Lola perché non ha il coraggio.

A rendere questa versione teatrale di “Tutto su mia madre” personale e delicata, ma anche rispettosa del “genitore cinematografico”, contribuiscono altre soluzioni sceniche apportate dalla visione firmata da Muscato: Gianluca Falaschi nel vestire i personaggi rende omaggio al gusto per il colore proprio di Almodóvar; Alessandro Verazzi li esaltata grazie a luci mai protagoniste ma fondamentali alla scena; e la scenografia di Antonio Panzuto, che si dimostra trasformista e disposta al gioco “meta teatrale” almeno quanto il resto dei personaggi.

Tutto ciò è tanto quanto basta allo spettatore per sospendere momentaneamente l’incredulità, godere di oltre due ore passate fra disgrazie indicibili e risate e, allo stesso tempo, riflettere.

Tutto su mia madre
testo teatrale: Samuel Adamson basato sul film di Pedro Almodóvar
con: Elisabetta Pozzi, Alvia Reale, Eva Robin’s, Paola Di Meglio, Alberto Fasoli, Silvia Giulia Mendola, Giovanna Mangiù, Alberto Onofrietti
scene: Antonio Panzuto
costumi: Gianluca Falaschi
luci: Alessandro Verazzi
suono: Daniele D’Angelo
assistente alla regia: Laura Cleri
regia: Leo Muscato
produzione: Fondazione Teatro Due – Teatro Stabile del Veneto
durata: 2h 45’
applausi: 2’ 34”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 25 febbraio 2012

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