Dopo il debutto assoluto a Torinodanza Extra, lo spettacolo è arrivato a Parigi, al Théâtre des Abbesses
Sartre sosteneva che, se l’essere umano è libero dentro una situazione data e sceglie se stesso proprio attraverso quella situazione, allora il teatro deve mostrare «situazioni semplici e umane, e libertà che si scelgono».
È forse da qui che si può partire per guardare “Amazzoni” di Silvia Gribaudi: non dalla libertà come enunciazione astratta, ma dalla libertà come risposta concreta, come attrito, come esposizione.
Un corpo che entra in scena e deve decidere cosa fare di sé è già, in qualche modo, una dichiarazione. Ma nello spettacolo di Gribaudi questa dichiarazione non resta mai isolata: si misura subito con il contesto, con lo sguardo degli altri, con ciò che il mondo assegna, definisce, pretende.
Siamo a Parigi, al Théâtre des Abbesses, a cui si accede da una corte interna che ripara per un attimo dal disordine di Montmartre, ormai consegnata a un turismo in cerca di gelati, macarons e scorci instagrammabili, soprattutto in una delle prime giornate di sole dopo tanta pioggia. In sala, il pubblico è numeroso ed eterogeneo: giovani, bambini, anziani, molti italiani. Un pubblico non specialistico, vivo, che sembra rispondere bene a quella zona di confine in cui Gribaudi si muove da sempre: tra danza, parola, ironia, fragilità esibita e relazione diretta con chi guarda.
Le cinque interpreti (Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme e Vittoria Caneva), vestite di nero, entrano in scena con una grazia ferma, quasi trattenuta. Danno avvio a una danza che conserva molto dell’improvvisazione, non nel senso dell’indeterminatezza, ma di una qualità del presente: ogni gesto sembra nascere lì, dentro una necessità immediata. Ognuna abita lo spazio secondo una propria traiettoria, come se portasse con sé un discorso autonomo, una voce distinta, un modo personale di affermare la propria presenza.
Il richiamo alle Amazzoni attraversa lo spettacolo in modo evidente, ma non illustrativo. Le guerriere dell’immaginario antico, donne che combattevano con le armi per difendere la propria libertà, diventano piuttosto una figura di passaggio, una lente attraverso cui leggere il presente. Le Amazzoni contemporanee non sono eroine lontane, né simboli da monumentalizzare. Sono donne immerse nella complessità del quotidiano, ancora costrette a difendere la propria identità, il proprio desiderio, il diritto a esistere fuori dalle definizioni imposte.
La battaglia, allora, non si svolge più su un campo di guerra, ma dentro i ruoli sociali, gli stereotipi, le forme di manipolazione, le difficoltà materiali che continuano a condizionare la libertà femminile. È qui che lo spettacolo trova una delle sue tensioni più vive: quando la dimensione mitica incontra quella biografica. Sara Sguotti, ad esempio, porta in scena la propria esperienza di madre di un bambino piccolo e insieme di attrice e danzatrice. Non un tema aggiunto dall’esterno, ma una condizione concreta, quotidiana, in cui la libertà smette di essere un principio generale e diventa qualcosa da organizzare, negoziare, difendere, reinventare ogni giorno.

Passandosi il microfono, le interpreti trasformano la scena in uno spazio di parola, ma anche di scelta. C’è chi lo cerca per dare forma a ciò che preme dentro, chi lo usa per nominare la propria guerra personale, e chi invece decide di non parlare. Anche il silenzio, in questo contesto, non è assenza: è una forma di posizione. Non tutte devono dire tutto, non tutte devono esporsi nello stesso modo, non tutte devono trasformare la propria libertà in confessione.
Emergono così le etichette che troppo spesso vengono appiccicate alle donne quando provano semplicemente a essere se stesse: strega, algida, glaciale, pazza, isterica. Parole che sembrano innocue solo perché sono state ripetute troppo a lungo, ma che funzionano come piccoli dispositivi di controllo. Servono a ridurre una complessità, a trasformare un gesto di autonomia in una colpa, una differenza in un eccesso, una resistenza in deviazione. In quel passaggio il microfono assume un valore ambiguo e necessario: non è soltanto amplificazione della voce, ma possibilità di decidere se esporsi o sottrarsi, se dire o tacere, senza che nessuna delle due scelte perda forza.
La partitura dello spettacolo nasce dall’incontro tra la musica elettronica di Matteo Franceschini e il movimento delle interpreti, trattate quasi come voci: presenze fisiche, sonore, emotive, capaci di generare ritmo, materia, tensione. Non c’è una separazione netta tra suono e corpo. La composizione sembra costruirsi proprio nel punto in cui la musica attraversa le danzatrici e i loro gesti diventano a loro volta emissione, respiro, segno sonoro.
Le voci si sovrappongono, si trasformano, si moltiplicano. L’elaborazione elettronica le dilata, le spezza, le ricompone, fino a farle diventare corpo acustico, vibrazione, memoria, attraversamento emotivo. La musica costruisce così un paesaggio stratificato, polifonico, a tratti rituale, in cui la ripetizione non è mai solo meccanismo, ma insistenza, resistenza, possibile metamorfosi.
Dentro questo spazio sonoro si muovono queste interpreti dalla forte presenza scenica. La loro diversità fisica, emotiva e biografica aggiunge profondità alla composizione: ognuna porta in scena un’energia distinta, una memoria del corpo, una qualità percettiva che arricchisce la dimensione corale senza cancellarne le singolarità. È proprio questa pluralità a impedire allo spettacolo di chiudersi in un’immagine compatta della femminilità. Le Amazzoni di Gribaudi non diventano mai un blocco unico, un manifesto semplificato, una figura collettiva pacificata. Restano diverse, mobili, a volte dissonanti.
Le luci di Luca Serafini non si limitano a illuminare l’azione, ma disegnano spazi instabili: zone di esposizione e di riparo, territori di potere, soglie intime, attraversamenti in cui i corpi sembrano di volta in volta affermarsi, cercarsi, resistere. Lo spazio scenico non diventa mai semplicemente un luogo da occupare, ma un campo di forze in cui la presenza va continuamente ridefinita.
La firma di Silvia Gribaudi resta riconoscibile nella ricerca sul corpo, nell’ironia, nella capacità di disinnescare la retorica attraverso il contatto diretto con il pubblico. Eppure Amazzoni sembra segnare anche uno spostamento. Il fatto che la coreografa non sia in scena modifica inevitabilmente il centro del lavoro: non c’è più una presenza magnetica attorno a cui si organizza il dispositivo performativo, ma una coralità affidata interamente alle cinque interpreti. Questo apre una scrittura diversa, meno frontale, più sospesa, forse più poetica.
Non tutto appare ancora perfettamente assestato. Lo spettacolo ha debuttato da poco a Torino e alcuni passaggi potranno trovare, nel tempo, una maggiore precisione interna. Ma questa forma ancora in movimento non è necessariamente un limite: appartiene, in fondo, alla natura stessa del lavoro. “Amazzoni” non cerca una libertà risolta, compatta, proclamata una volta per tutte. La osserva mentre accade, mentre inciampa, mentre si espone, mentre cambia forma.
Ed è forse qui che lo spettacolo trova il suo punto più interessante: nel mostrare la libertà non come conquista definitiva, ma come pratica imperfetta. Qualcosa che non si possiede, ma si tenta. Qualcosa che ogni corpo deve ogni volta rinegoziare con il mondo, con gli altri, con la propria storia. Una battaglia senza armi, ma non per questo meno reale.
Amazzoni
Concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
assistente alla coreografia Francesco Dalmasso
consulenza artistica Matteo Maffesanti
creative producer Mauro Danesi
comunicazione Chiara Fabene
ufficio stampa Simona Nordera
amministrazione Claudia Casalini / Zebra
produzione Associazione Culturale Zebra (IT)
coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)
durata: 60′
Visto a Parigi, Théâtre de la Ville – Les Abbesses, il 23 maggio 2026
