Teatro Due propone un rinnovato gioco delle parti fra maschile e femminile partendo dall’opera di Astrea, prima autrice “professionista” delle lettere anglosassoni
Quanto ci mancava uno spettacolo come quelli di una volta, di lunga durata ed appassionante, con tanti ottimi attori e attrici professionisti giovani, entusiasti della loro arte, agghindati con costumi d’epoca e maschere che ci immettessero in un mondo pieno d’avventure esilaranti, tra amori beffardi, duelli, inganni e trasformazioni.
Il Teatro Due di Parma ha allestito infatti uno spettacolo secentesco scritto (in tempi non certo favorevoli) da una donna: “L’avventuriero” (The Rover), dell’inglese Aphra Behn, nota con il nome d’arte di Astrea.
Aphra Behn fu una figura curiosa e poliedrica, forse spia al soldo del Re d’Inghilterra, una donna dalla vita avventurosa, passata tra amori e propaganda politica; ma anche traduttrice di opere scientifiche e autrice: fu una delle prime donne che possiamo nominare con quest’appellativo.
Astrea ci ha lasciato oltre quaranta opere tra commedie, tragedie, romanzi e poesie composti tra il 1670 e il 1689. Fu riscoperta solo nel ‘900, ovviamente da due letterate, Vita Sackville-West, la prima a ricostruirne la biografia nel 1927, e Virginia Woolf, che le dedicò un capitolo de “Una stanza tutta per sé”.

Il Teatro Due, oltre che a proporre lo spettacolo, messo in scena con la regia di Giacomo Giuntini e la nuova scattante traduzione di Luca Scarlini, le ha meritoriamente dedicato un focus, con un convegno e la pubblicazione delle sue opere.
La sua arte, tra l’altro, si situa in un periodo ben preciso dello stato inglese che, dopo vent’anni di guerra civile e di chiusura dei luoghi di spettacolo, dopo la parentesi repubblicana e puritana di Cromwell, tentava di aprirsi di nuovo al teatro, con la presenza in scena di componenti femminili, prima precluse.
La composita trama de “L’avventuriero” si svolge intorno alla metà del XVII secolo a Napoli, durante il Carnevale. Qua arrivano quattro gentiluomini inglesi in cerca di avventure amorose: Willmore, l’avventuriero (Stefano Guerrieri), Belvile, l’innamorato di Florinda (Luca Cicolella), Frederick (Luca Nucera) e Blunt (Massimiliano Aceti). Della partita è anche un aristocratico spagnolo (Massimiliano Sbarsi), in ansia per il futuro delle sue due figlie.
Da Padova, intanto, arriva nella città partenopea a vendere care le sue grazie la famosa cortigiana Angelica Bianca (Valentina Baci), mentre Lucetta (Irene Paloma Jona) è alla ricerca di qualche stupidotto da irretire, aiutata da Philippo (Nicola Lo Russo).
Al centro della fluttuante trama si muovono le figlie del gentiluomo spagnolo: Florinda (Diletta Masetti), decisa ad accasarsi, e Hellena (Lucia Lavia), vero focus esplosivo del tutto, destinata al convento ma intenzionata a “rovinarsi la vocazione” attraverso un vero sentimento, peraltro assai difficile da trovare.
Tutto ciò avviene molto vicino ai nostri occhi, su uno spazio scenico in cui agiscono i 18 fra attori e attrici (alcuni dei quali avevamo già apprezzato in “Diciassette cavallini” di Rafael Spregelburd, sul quale Teatro Due ha realizzato un altro approfondimento), sorretti dagli splendidi e sgargianti costumi realizzati da Andrea Sorrentino.

Il nostro sguardo si muove in un continuo susseguirsi di entrate e fughe, con l’ausilio anche di un ponte da cui ci si può affacciare, all’interno di uno spazio racchiuso ai quattro lati da platee colme di spettatori, che seguono lo spettacolo da diverse prospettive, anche grazie alle significanti luci di Luca Bronzo. E’ uno spazio libero da orpelli, in cui le parole – intrise di felice musicalità – giocano con i sentimenti, accendendo speranze ed illusioni, sorrette da una recitazione spigliata ed appagante, che rende il teatro vivido vincitore.
Il tema dell’intreccio amoroso e del rapporto tra uomo e donna si sviluppa in un susseguirsi di duelli (curati dal maestro d’armi Renzo Musumeci Greco), scherzi piccanti, fraintendimenti mascherati in cui le donne, finalmente, possono condurre il gioco a loro piacimento, senza bisogno di dipendere da nessuno, libere di esternare il proprio amore sincero o anche solo il desiderio, senza essere considerate “di malaffare”.
E se l’ultima scena pare condurci verso un lieto finale, in cui due coppie celebrano le loro nozze, il melanconico monologo che Giuntini affida al personaggio di Hellena, novella sposa nel suo sontuoso ma ingombrante vestito, ci fa comprendere come non è tutto oro ciò che luccica, e come ancora oggi vi sia molto da ripensare in tal senso.
Perché vedere lo spettacolo? Perché i protagonisti sono tutte e tutti giovani che si misurano con un testo anticipatore costruito molto bene e godibilissimo. Una boccata d’ossigeno che ci lascia qualche speranza per il futuro del teatro.
L’AVVENTURIERO
di Aphra Behn
traduzione Luca Scarlini
con (in o.a.) Massimiliano Aceti, Valentina Banci, Cristina Cattellani, Luca Cicolella, Laura Cleri, Rosario D’Aniello, Davide Gagliardini, Viviana Giustino, Stefano Guerrieri, Irene Paloma Jona, Francesco Lanfranchi, Lucia Lavia, Nicola Lorusso, Diletta Masetti, Luca Nucera, Salvo Pappalardo, Giovanna Chiara Pasini, Massimiliano Sbarsi
maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
costumi Andrea Sorrentino
luci Luca Bronzo
assistente alla regia Francesco Lanfranchi
regia Giacomo Giuntini
produzione Fondazione Teatro Due
durata:
1° tempo 1h 40′
2° tempo 1h
Visto a Parma, Spazio Bignardi, il 1° marzo 2026
