Diciassette cavallini: il mito di Cassandra nel teatro di Spregelburd

Diciassette Cavallini di Rafael Spregelburd
Diciassette Cavallini di Rafael Spregelburd

Il testo è arrivato finalista ai Premi Ubu 2025

Impresa ardua, ma affascinante, raccontare “Diciassette cavallini”, a cui abbiamo assistito nella piccola sala-palco del LAC di Lugano, a stretto contatto con gli attori. Lo spettacolo è dell’argentino Rafael Spregelburd, non solo celebrato regista ma anche autore, traduttore e attore per teatro e cinema, “teatrista” come lui ama definirsi.
Ardua ed affascinante quest’impresa perché lo spettacolo mette decisamente a dura prova, nei modi e nei significati proposti, tra mito e contemporaneità, l’attenzione e la concentrazione dello spettatore, in una performance di tre ore dedicata al mito di Cassandra (divisa in due parti nettamente distinte fra loro) realizzata distruggendo le forme costituite che conosciamo dell’atto teatrale.

Lo spettacolo prende vita in seno ad un bellissimo progetto della Fondazione Teatro Due di Parma, dedicato nel novembre 2024, alla sua prima edizione, proprio a Spregelburd: “Le Giornate d’Autore” erano nate all’interno del percorso “Arcipelaghi” del Reggio Parma Festival con la collaborazione di Florian Borchmeyer, direttore del FIND Festival alla Schaubühne di Berlino. L’approfondimento dell’arte e dell’immaginario dell’artista argentino era allora composto da altri due lavori (“Pundonor” e “Inferno”) insieme a “Diciassette Cavallini”, per l’occasione offerto all’interpretazione dell’ensemble stabile di attrici e attori dello stesso teatro emiliano, riproposto poi in tournée in questa stagione.

Ph: Andrea Morgillo
Ph: Andrea Morgillo

“Diciassette cavallini” si concentra – come abbiamo anticipato – sul mito di Cassandra, la famosa sacerdotessa che voleva uscire dalla condanna inflittale dal dio Apollo, infuriato per il rifiuto della giovane a “giacere” con lui: la condanna è quella di non essere creduta per le sventure che predice, e che poi puntualmente accadono.

Alberto Astorri, Valentina Banci, Laura Cleri, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi e Pavel Zelinskiy, protagonisti in una performance di notevole impegno interpretativo, si muovono in una scena ingombra all’inverosimile di oggetti, in cui primeggiano orologi di tutte le fogge, essendo per molti versi lo spettacolo una riflessione anche sul tempo, e dove emerge un grande cavallo formato da palloni di plastica, che rimanda a quello di Troia in cui entrarono i 17 greci che fecero capitolare, con un inganno, la città dopo dieci anni di assedio, e a cui si rifà il titolo dello spettacolo.

Il mito di Cassandra viene affrontato in due tempi diametralmente opposti. Una Cassandra contemporanea afferma di poter prevedere le disgrazie future, mentre il suo psicanalista cerca di smontare ogni sua certezza. Ma chi ha ragione?
E’ questo, a grandi linee, ciò che accade nella prima parte dello spettacolo, che si intitola “L’Oracolo invertito”, un primo tempo che si può definire apollineo, sia per il ruolo fondamentale che ha il dio Apollo nella costruzione del mito di Cassandra, sia perché convenzionale in termini drammaturgici.
In questo primo atto vediamo quindi una moderna Cassadra sul lettino di Antonio, il suo psicanalista, che vuole uscire dalla condanna di non essere mai creduta per le sventure che predice. Della partita fanno anche parte un altro paziente (Boris), lo psicologo Gerardo, amante dello psicanalista, il “fantasma” del saggista e romanziere inglese Robert Graves, famoso studioso dei miti greci, e due attori della Silvio D’Amico, scelti per aiutare i pazienti a disinnescare le patologie dei pazienti.
Davanti a noi il tempo inizia piano piano ad ingarbugliarsi, complice il paradosso, e alla fine ci accorgeremo che quello che credevamo di aver visto non era esattamente ciò che era accaduto nella realtà, con i ruoli di Cassandra e dello psicanalista che, nel momento più cruciale, risulteranno invertiti.

La seconda parte invece, dal titolo “I diciassette cavallini”, è “dionisiaca”, poiché dominata dal delirio dettato dal dio Dioniso.
Qui gli attori, con gli stessi elementi del primo tempo, costruiscono un gioco che si sviluppa al rovescio e in cui vanno all’indietro, dal futuro al passato. Lo spettatore vedrà quindi prima gli effetti, per poi ricostruire, a ritroso, le cause. La realtà viene ancora più frantumata, tempo e spazio vengono annullati, con la ripetizione accentuata delle azioni.
I sette encomiabili attori e attrici, che hanno condiviso il lavoro con Spregelburd per diverso tempo, in un turbinio di visioni iniziano a riavvolgere su sé stessi battute e movimenti, costruendo ben 17 moduli di azioni che vengono poi costruiti e alternati fra loro, senza un vero e preciso ordine, ma nel pieno rispetto di un visione del mondo governata dal Caos, che tutto crea, distrugge e trasforma, a suo piacimento e all’infinito.

Ph: Andrea Morgillo
Ph: Andrea Morgillo

In questo caos di azioni e ripetizioni, riusciamo ad intendere due storie che si intrecciano tra loro, quella di Zoraide, madre malata terminale che non vuole lasciare il suo patrimonio al figlio nullafacente Eleno, con la presenza di un notaio che deve redigere il testamento della riottosa donna; e quella in cui sono protagonisti l’agente Merenda, amante di Imene, che vengono sorpresi a letto dal marito Ugo, con anche la presenza di un piacente idraulico.
Su tutto aleggiano le voci di Cassandra e di Robert Graves, che entrano poeticamente nei miti legati alla sacerdotessa, e che ascoltiamo spinti da nuove suggestioni, nonostante il caos che davanti a noi continua a rinnovarsi.

Si capirà quindi come sia difficile, per lo spettatore, districarsi in questo guazzabuglio di segni e visioni, spesso ripetuti, in cui il mito della profetessa viene scandito in mille rivoli, senza consequenzialità di spazio e tempo. Ad ognuno il compito di captarne il personale significato e la legittima fine.
E’, quella proposta da Spregelburd, anche un’indagine sulla realtà non lineare, per confrontarsi con tutti gli eventi catastrofici che ogni giorno si scontrano con l’apparente unidirezionalità della nostra vita.

Si esce quindi dallo spettacolo ubriachi ma consapevoli che, di quelle storie a cui abbiamo assistito, non riusciremo a comprendere il vero compimento, come del resto accade talvolta nella nostra vita, che ci si para davanti senza una giusta, reale, continuità.
Nonostante la fatica per le tre ore di uno spettacolo così caotico, l’artista argentino riesce a condurci nei meandri del mistero del tempo, che tutto avvolge, tutto crea e tutto distrugge.

DICIASSETTE CAVALLINI
scritto e diretto da Rafael Spregelburd
traduzione di Manuela Cherubini
con Roberto Abbati, Valentina Banci, Laura Cleri, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Pavel Zelinskiy
scene Alberto Favretto
costumi Giada Masi
luci Luca Bronzo
musiche Alessandro Nidi
fonica Andrea Romanini
produzione Fondazione Teatro Due

durata: L’oracolo invertito 1h 35′ – I diciassette cavallini 1h 15′

Visto a Lugano, LAC, il 6 dicembre 2025

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