“Diversi. Quando il limite si fa panorama”: il teatro cambia la grammatica dello sguardo

I racconti del merlo (ph: Giovanni William Palmisano)
I racconti del merlo (ph: Giovanni William Palmisano)

Tra gli eventi della rassegna, lo spettacolo con Francesco Stefanizzi “I racconti del merlo”

C’è una linea sottile, a Trepuzzi (LE), che un progetto sceglie di attraversare. Lo fa attraverso uno dei mezzi più radicali: il teatro. “Diversi. Quando il limite si fa panorama” non è una semplice rassegna, ma una dichiarazione poetica e politica.
Nasce nello spazio BLABLABLA – auditorium e biblioteca per ragazzi – cuore pulsante di pratiche culturali contemporanee e nodo di una rete che unisce artisti, educatori, istituzioni e comunità nel segno della molteplicità. Qui la diversità assume un significato pieno e concreto. Dal latino divertere (“volgersi altrove”, “prendere un’altra direzione”), il termine suggerisce un’idea generativa: ciò che è diverso non separa, ma apre possibilità. La diversità diventa quindi una risorsa, perché introduce prospettive nuove e favorisce l’incontro e la crescita reciproca.

L’iniziativa è promossa dal Comune di Trepuzzi e da BLABLABLA, in collaborazione con Factory Compagnia Transadriatica, realtà di riferimento nel teatro contemporaneo e per l’infanzia, insieme a una rete articolata di partner pubblici e progettuali attivi nei Teatri del Nord Salento. Un sistema sostenuto dall’Unione Europea che connette territori, artisti e pubblico in un processo continuo di creazione e cittadinanza attiva. Al centro, la visione artistica di Tonio De Nitto, regista e direttore capace di coniugare ricerca estetica e responsabilità sociale.

BLABLABLA non è solo uno spazio, ma un dispositivo culturale: un laboratorio permanente in cui teatro, pedagogia e comunità si intrecciano. Qui si costruiscono immaginari, si lavora sull’infanzia e sui linguaggi, si affrontano le differenze. È un luogo dinamico, mai neutro, che produce senso e stimola pensiero critico.
In questo contesto si inserisce “Diversi”. L’approccio è chiaro: non si limita ad affrontare disabilità, tematiche LGBTQ+ o altre forme di diversità, ma le assume come chiave di lettura del reale. Il limite diventa punto di osservazione privilegiato, lente interpretativa, soglia. Il teatro, in questo processo, non si limita a rappresentare: trasforma.
Le traiettorie espressive sono molteplici. Il teatro espone i corpi, li mette in relazione, costruisce fiducia, riduce le distanze e attiva empatia. Accoglie le fragilità e le rende visibili, trasformandole in risorse. Ridefinisce lo sguardo, sposta il centro, amplia il possibile. Insegna a osservare, ad ascoltare, a sentire. Costruisce comunità e genera trasformazione.
Il programma degli spettacoli riflette questa tensione.

Tra i lavori più significativi, “I racconti del merlo” si distingue come un prezioso esempio (ancora in fieri) di drammaturgia e interpretazione. Diretto da Tonio De Nitto e interpretato da Francesco Stefanizzi, lo spettacolo si colloca tra letteratura e scena, ispirandosi all’immaginario di Oscar Wilde e traducendolo in una narrazione teatrale fatta di parola, musica e immagini.
Stefanizzi è solo in scena, ma la sua presenza è molteplice. Il corpo si fa veicolo di personaggi, voci e atmosfere. La recitazione è precisa ed elegante, capace di muoversi tra ironia e malinconia. L’attore abita la scena. Guida così il pubblico in un percorso emotivo stratificato, in cui ognuna delle due storie diventa occasione per interrogare diversità, bellezza e vulnerabilità.
Qui emerge chiaramente la poetica di Factory: una compagnia che affronta la disabilità non come tema, ma come pratica artistica. Non come elemento marginale, ma come centro del processo creativo.

I racconti del merlo (ph: Giovanni William Palmisano)
I racconti del merlo (ph: Giovanni William Palmisano)

Lo stesso approccio attraversa “Il brutto anatroccolo”, altra tappa significativa del suo percorso: una riscrittura che evita la retorica e restituisce la differenza come identità complessa. Anche in lavori come “(H)amleto”, De Nitto insiste su questo principio: la scena non consola, ma rivela. E proprio in questa rivelazione costruisce consapevolezza.
Gli attori coinvolti nei progetti di Factory sono portatori di esperienza. Corpi consapevoli, capaci di trasformare il vissuto in linguaggio scenico attraverso un lavoro condiviso e spesso laboratoriale. Non rappresentano la fragilità: la traducono in espressione.

Questa prospettiva è emersa anche nel talk del 28 marzo, momento centrale di confronto che ha ampliato il discorso oltre la scena. Nadia Lauricella, influencer e attivista, ha offerto una testimonianza diretta e incisiva, capace di mettere in discussione la narrazione dominante della disabilità. Accanto a lei, il poeta Cristian Fiorita, lo sportivo Adriano Bolognese, il doppiatore Ivan Sederino, Federica Lupo (responsabile della Rete Economia Civile “Sale della Terra”) e Gianluca Calò (presidente dell’associazione ODV Giubbe Verdi) hanno posto l’attenzione sul tema della rappresentazione: come raccontiamo i corpi? Quali immagini produciamo? Quali parole utilizziamo?
Il messaggio è chiaro: non basta includere, è necessario ridefinire i codici. In questo processo, il teatro si conferma uno strumento privilegiato.

Tra i momenti performativi, significativa la presenza di Danilo MI e Federica Colì. La loro azione scenica si concentra sul gesto, la relazione e l’ascolto. Un movimento sobrio, essenziale, che lascia emergere la verità dei corpi. Proprio per questo, profondamente incisivo.
Alla tre giorni (27-29 marzo) hanno partecipato anche l’attivista della comunità transgender Francesco Cicconetti, la violinista H.E.R. e la compagnia ZeroMeccanico Teatro.
L’intero progetto restituisce una visione precisa: l’identità non è un ostacolo da superare, ma uno spazio di possibilità. Una materia da esplorare, un elemento attivo capace di generare nuove forme di percezione.
Il teatro, ancora una volta, si conferma un linguaggio potente perché agisce nel presente, coinvolge il corpo e crea comunità reali, anche se temporanee. Costringe a guardare.
A Trepuzzi, con “Diversi”, il teatro non solo racconta il mondo, ma lo riscrive. E suggerisce una consapevolezza essenziale: il panorama non è fuori da noi, ma nello sguardo che scegliamo di allenare.

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