Don Giovanni. La giocosa energia di un antimoralista

Robert Carsen (photo: teatroallascala.org)|Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)|Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)|Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)
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Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)
Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano – Teatro alla Scala)
Assai difficile è l’impresa di chi si appresta a far vivere ai nostri curiosi lettori, amanti di teatro, la versione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart che ha inaugurato la stagione della Scala.
Difficile perchè ormai si è detto di tutto e di più sia sull’immortale capolavoro del genio salisburghese, sia su questa versione diretta da Daniel Barenboim con la regia del canadese Robert Carsen e le scene realizzate da Michael Levine.
Ma il vostro appassionato melomane, qui in veste di umile recensore, trova nelle opere di Mozart alcune delle ragioni che rendono la vita meno crudele. In particolare “Così fan tutte”, “Nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, composte tutte e tre su libretto del veneto Lorenzo Da Ponte, hanno sempre rappresentato per il sottoscritto una specie di alfabeto emozionale, accompagnandolo durante tutta la vita.

“Don Giovanni” (“Il dissoluto punito, o sia il Don Giovanni”) venne composta tra il marzo e l’ottobre del 1787, quando Mozart aveva 31 anni.
Fu commissionata dall’imperatore Giuseppe II ma non andò tuttavia in scena, come di consuetudine, per la prima volta a Vienna, bensì al Teatro degli Stati di Praga il 29 ottobre 1787 riscuotendo un elevatissimo successo. Dopo il debutto praghese, l’opera venne rappresentata poi con alcune modifiche (l’aggiunta delle arie “Dalla sua pace” per il ruolo di Don Ottavio, “Mi tradì” per il ruolo di Donna Elvira”, il duetto “Per queste tue belle manine” eseguito da Leporello e Zerlina e la soppressione della scena ultima del II atto) nel mese di maggio dell’anno successivo, al Burgtheater di Vienna, senza però fregiarsi del medesimo successo (il pubblico qui era più conservatore e forse l’argomento non fu tra i più graditi).


Da Ponte, personaggio veramente straordinario – finì la sua vita nientemeno che a New York (consigliamo di leggere la sua autobiografia, non certo “Io Don Giovanni”, l’orrendo film di Saura) – per la stesura dell’opera si ispirò a diverse fonti, fra cui un libretto di Giovanni Bertati, intitolato “Don Juan Tenorio”, ossia “Il convitato di pietra” e poi, ovviamente, ai due precedenti più illustri: il dramma in versi dell’anno 1630 dello spagnolo Tirso de Molina, da cui attinse i connotati più intimamente moralistici, e l’omonimo capolavoro di Molière che fornì alla trama il senso del gioco, con i travestimenti e i capovolgimenti di scena. E’ dalla perfetta mescolanza di questi due elementi che Don Giovanni viene definito dramma giocoso.

Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)
Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano – Teatro alla Scala)
L’ opera si svolge a Siviglia nel XVI secolo e inizia con l’uccisione, da parte del nobile Don Giovanni, del vecchio Commendatore, accorso in difesa dell’onore della figlia Donna Anna. Don Ottavio, promesso sposo della donna, giura di scoprire l’assassino.
Intanto si stanno svolgendo i festeggiamenti per le nozze di due popolani: Masetto e Zerlina. Don Giovanni, ovviamente, tenta di sedurre la sposa (“Là ci darem la mano”…) ma Elvira sottrae Zerlina alle mire del focoso ammaliatore (è il momento, questo, del sublime quartetto “Non ti fidar, o misera”).
Anna riconosce dalla voce che Don Giovanni è l’assassino di suo padre e, con Ottavio ed Elvira, si dirige alla casa del seduttore, dove si sta svolgendo la festa organizzata “in onore” di Zerlina, nel frattempo perdonata da Masetto. Qui Don Giovanni tenta ancora una volta di sedurre la ragazza ma, pur incolpando Leporello, viene smascherato e su di lui viene invocata la vendetta del cielo. E’ questo il finale travolgente del primo atto, che vede per la prima volta tutti i personaggi insieme in scena: uno dei vertici della musica operistica, un caos organizzato che, poco a poco, si espande e turbina con tre orchestre in palcoscenico che attaccano, una dopo l’altra, tre danze diverse. Il culmine viene raggiunto quando Ottavio, Anna e Elvira, soccorrendo Zerlina, si tolgono le maschere accusando Don Giovanni in fuga (“Trema trema scellerato”).

Nel secondo atto, dopo altri inganni perpetrati dal protagonista, Don Giovanni si rifugia in un cimitero, dove invita a cena la statua del Commendatore, il quale, inaspettatamente, giunge per davvero alla sua tavola. Invano, prima Donna Elvira poi la statua del Commendatore lo invitano a pentirsi (“Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste” dove si è soliti ravvisare il primo esempio di serie dodecafonica della storia), ma Don Giovanni non acconsente, difendendo sino all’ultimo la sua “umanità” (“Viva le donne, viva il buon vino, sostegno e gloria all’ umanità”), e viene così inghiottito tra le fiamme. E’ un momento, questo, che, per la sua complessità, pone un vero e proprio confine fra la musica precedente e quella che dovrà ancora essere composta.
“Questo è il fin di chi fa mal” cantano tutti i comprimari alla fine dell’opera, dopo che Zerlina e Masetto, finalmente, stanno per sposarsi. Donna Anna e Don Ottavio progettano la loro unione (ma noi speriamo sempre che la donna si accorga di quanto sia insulso il suo fidanzato, anche se Mozart gli affida due meravigliose arie: “Dalla sua pace” e “Il mio tesoro intanto”), Donna Elvira annuncia di volersi ritirare in un convento e Leporello va all’osteria, a “cercar padron miglior”.

Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano - Teatro alla Scala)
Don Giovanni (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano – Teatro alla Scala)
Abbiamo segnalato solo alcuni momenti topici di questo capolavoro assoluto che ha come protagonista un baritono (anche se molti bassi ci si sono cimentati, il nostro preferito delle molteplici versioni che possediamo è appunto un basso, Cesare Siepi, con la direzione di Josef Krips) a cui sono affidati stranamente solo due momenti solisti (“Fin che dal vino” e la serenata “Deh vieni alla finestra”).

Nella perfezione assoluta di un libretto, che consente a Mozart di toccare tutta la gamma dei sentimenti umani, sta la grandezza di quest’opera che ben si colloca agli albori del Romanticismo. Ogni carattere approfondito ed elevato a paradigma della lotta tra il bene ed il male connaturata però alla gioia incommensurabile di vivere intensamente ogni momento della propria vita. Gioia, pianto, gelosia, disillusione, amore, gioco, follia, inferno e paradiso si alternano in un perfetto incastro che ne fanno una creazione perfetta, assolutamente unica nel suo genere.

Ma veniamo alla versione vista alla Scala in una delle repliche di gennaio (rimane in scena ancora fino a sabato 14): il  cast è differente rispetto alla prima, tranne Peter Mattei che ha interpretato ancora egregiamente in tutte le sue sfumature il personaggio di Don Giovanni. Noi, ovviamente, da buoni fans, abbiamo seguito anche la registrazione televisiva della serata inaugurale del 7 dicembre dove, in generale, le interpretazioni ci erano sembrate migliori, dalla Donna Anna di Anna Netrebko alla
 Donna Elvira di Barbara Frittoli. Ci ha convinto invece molto di più l’Ottavio di John Osborn che, nella replica a cui abbiamo assistito, ha pennellato alla grande le due meravigliose arie di Ottavio, mentre Karl Heinz Steffens ha sostituito egregiamente Daniel Barenboim alla direzione d’orchestra.

Abbiamo  notato, come del resto altri commentatori, che a questo Don Giovanni  è stata tolta l’aura mefistofelica che di solito lo contraddistingue, caricandolo soprattutto di energia. Un Don Giovanni che è il vero motore dell’azione: cosciente dei suoi mezzi, irridente, con in bocca una sigaretta che gli penzola sempre dalle labbra. Non dunque un Don Giovanni essenzialmente eroe del male ma un anti moralista capace di far sprofondare nell’abisso tutti gli altri comprimari, ben coscienti, chi più chi meno, di essere stati traditi. Nella regia di Carsen si nota efficacemente come tutte le donne in scena siano ben contente di essere avviate alla seduzione da Don Giovanni e come anche gli uomini, seppur loro malgrado, assecondino il suo gioco.
Per raccontare tutto questo, Carsen utilizza le armi del teatro nel teatro; fin dall’ouverture, quando Don Giovanni, entrato dalla platea, fa cadere il sipario di velluto rosso, mentre, con un bellissimo (e costosissimo, supponiamo) effetto, uno specchio riproduce la sala del teatro anche al di là del palcoscenico.
Un palcoscenico quasi sempre spoglio, fin dalla prima scena, dove Leporello, travestito da macchinista, mostra  solo un grande letto per delimitare la stanza di Donna Anna e dove l’abitazione di Don Giovanni è concentrata solamente in una spalliera su cui il nostro ripone i suoi abiti moderni (come, del resto, moderni sono anche quelli dei coprotagonisti) firmati da Brigitte Reiffenstuel. L’unica scena in costume è quella della festa che chiude il primo atto dove, ripredendo i velluti delle sedie della sala del Piermarini e con un chiaro, almeno per noi, riferimento all’orgia dell’ultimo film di Kubrick, tutti vestono settecentesche marsine rosse.

Don Giovanni osserva dal di fuori le sue malefatte, mentre si consumano sull’enorme palcoscenico della vita. Il Commendatore ci appare, sotto forma di statua, addirittura dal palco reale. Insomma, un gioco del dentro e del fuori che ci ha divertito e ha fornito una plausibile ed accattivante versione di questo capolavoro.

Robert Carsen (photo: teatroallascala.org)
Robert Carsen (photo: teatroallascala.org)

DON GIOVANNI
di Wolfgang Amadeus Mozart

Nuova produzione Teatro alla Scala

Dal 7 Dicembre 2011 al 14 Gennaio 2012

Durata spettacolo: 3 ore e 15 minuti

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

Direttore: Daniel Barenboim/Karl Heinz Steffens (gennaio 2012)
Regia: Robert Carsen
Scene: Michael Levine
Costumi: Brigitte Reiffenstuel
Luci: Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia: Philippe Giraudeau

Don Giovanni: Peter Mattei (7, 10, 13, 23, 28 dicembre; 4, 8, 12, 14 gennaio) – Ildebrando D’Arcangelo (16, 20 dicembre)
Il Commendatore: Kwangchul Youn (7, 10, 13, 16, 20, 23, 28 dicembre) – Alexander Tsymbalyuk (4, 8, 12, 14 gennaio)
Donna Anna: Anna Netrebko (7, 10, 13, 16 dicembre) – Tamar Iveri (20, 23, 28 dicembre; 4, 8, 12, 14 gennaio)
Don Ottavio: Giuseppe Filianoti (7, 10, 13, 16, 20, 23, 28 dicembre) – John Osborn (4, 8, 12, 14 gennaio)
Donna Elvira: Barbara Frittoli (7, 10, 13, 16, 20, 23, 28 dicembre) – Maria Agresta (4, 8, 12, 14 gennaio)
Leporello: Bryn Terfel (7, 10, 13, 16, 20 dicembre) – Ildebrando D’Arcangelo (23, 28 dicembre; 4, 8, 12, 14 gennaio)
Zerlina: Anna Prohaska (7, 10, 13, 16, 20, 23, 28 dicembre) – Ekaterina Sadovnikova (4, 8, 12, 14 gennaio)
Masetto: Štefan Kocán (7, 10, 13, 16, 20, 23, 28 dicembre) – Kostas Smoriginas (4, 8, 12, 14 gennaio)

Visto a Milano, Teatro alla Scala,  il 4 gennaio 2012

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  1. says: gianni musa

    io ho visto solo la ripresa televisiva: Abitualmente non sono propenso a attualizzazioni sceniche di un’opera, specie se si tratta di Mozart.
    Ma qui mi sono arreso alla ideazione voluta da Carlsen dove il”Don” viene fuori in tutta la sua personalità e le donne sono magnificamente caratterizzate, ciascuna in modo diverso. Fantastica l’idea registica del ballo teatro nel teatro, a volte già vista ma mai come in questa situazione.
    Per convincermi , mi sono rivisto il Don Giovanni di Strehler Muti che, dopo questa edizione appare datato e statico. Anche se un po’ troppo numerose le scene in platea e nei palchetti l’opera sarà ricordata per le innovazioni portate. Meditate, gente…

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