Dix, Massini e Rubini al Festival di Teatro Antico di Veleia 2026

Stefano Massini (ph: Gianfranco Negri)
Stefano Massini (ph: Gianfranco Negri)

Dalla destrutturazione del sesto libro dell’Iliade al viaggio biografico nella figura del librettista Illica, fino alla rilettura del “Flauto magico” di Mozart, il classico trova un dialogo col presente

La fisionomia del Festival di Teatro Antico di Veleia risponde a una logica progettuale consolidata, che cerca di guardare oltre rispetto alla semplice ospitalità di una serie di spettacoli da inserire in cartellone. Il nucleo della manifestazione è definito da un preciso intento della direttrice artistica Paola Pedrazzini: sollecitare gli artisti alla produzione di opere originali e prime nazionali create su misura. Questo vincolo trasforma il festival in una sorta di laboratorio drammaturgico in cui il mito e il repertorio classico non vengono semplicemente replicati, ma decostruiti e riscritti per dialogare con le tensioni del presente.
L’efficacia di questa operazione si misura sul piano dei testi proposti, sulla gestione delle collaborazioni artistiche e sulle reazioni alle specificità logistiche e strutturali delle diverse location collocate nel territorio piacentino.

Il lavoro analitico svolto sui testi e sulla messinscena emerge con chiarezza esaminando, dopo aver visto il debutto della “Medea” di Leonardo Lidi, altri tre degli appuntamenti principali del cartellone, ciascuno rappresentativo di un diverso codice espressivo e di una differente modalità di ricezione critica.

Nel caso di Gioele Dix, impegnato in “Ettore e Andromaca, che non volevano la guerra”, la drammaturgia si concentra sulla destrutturazione del sesto libro dell’Iliade. Dix isola il nucleo intimo del dialogo tra i due coniugi sulle mura di Troia per disinnescare la retorica monumentale dell’epica bellica. L’operazione critica si gioca sull’alternanza dei registri: l’attore e regista inserisce scarti ironici e inserti leggeri all’interno del rigore filologico del racconto. Questo espediente non depotenzia la tragedia, ma serve a evidenziare le costanti antropologiche e psicologiche della vulnerabilità umana di fronte alle logiche del conflitto, offrendo al pubblico una chiave di lettura immediata e priva di accademismi.

Gioele Dix (ph: Gianfranco Negri)
Gioele Dix (ph: Gianfranco Negri)

Lo spettacolo di Stefano Massini, “Vissi d’arte. Luigi Illica tra mito, musica e scena”, affronta invece un’indagine di tipo documentaristico e biografico.
Massini adotta la formula del teatro di narrazione per esplorare la figura del librettista Luigi Illica, analizzando come i codici e le strutture formali della classicità si siano sedimentati e trasfigurati nel melodramma ottocentesco. Il focus critico si sposta continuamente dalla ricostruzione biografica alla riflessione meta teatrale: l’autore mette a nudo i meccanismi di costruzione della narrazione popolare contemporanea, dimostrando come le griglie formali di una biografia di valore rimangano lo strumento sotterraneo più efficace per codificare la realtà e le sue contraddizioni.

L’operazione più complessa sotto il profilo strutturale e organizzativo è rappresentata dal progetto che ha visto Sergio Rubini come voce narrante per “Il flauto magico”.
Lo spettacolo non si configura come una semplice riduzione verbale accompagnata da un sottofondo sonoro, ma come una sinergia totale tra parola, canto lirico e partitura strumentale. La voce recitante di Rubini si inserisce direttamente nei tempi d’azione dettati dallo spartito mozartiano, che vede la collaborazione musicale della Filarmonica Arturo Toscanini. Il testo agisce come una guida all’interno dell’universo filosofico e iniziatico dell’opera, misurando l’efficacia della messinscena sul perfetto equilibrio acustico e temporale tra la recitazione dell’attore e la risposta dell’orchestra e della voce dal vivo.

Rubini con l'Orchestra (ph: Gianfranco Negri)
Rubini con l’Orchestra (ph: Gianfranco Negri)

Un elemento aggiuntivo determinante per la ricezione degli spettacoli è, come anticipato, la frammentazione dello spazio scenico attraverso una geografia diffusa che coinvolge diversi siti storici e borghi d’arte della Val d’Ara; una scelta logistica che impone soluzioni registiche differenti a seconda delle caratteristiche ambientali e architettoniche.
L’area archeologica di Veleia Romana, ad esempio, impone un condizionamento visivo assoluto. La presenza dei resti monumentali costringe la messinscena a lavorare per sottrazione: l’assenza di quinte e sovrastrutture tradizionali delega l’impatto dello spettacolo alla pura interazione tra la parola dell’attore, il disegno delle luci artificiali e l’oscurità naturale del sito. È una cornice che amplifica la sacralità del testo, ma richiede anche un controllo rigoroso dei volumi e dei movimenti, come dimostrato dall’allestimento asciutto del lavoro di Gioele Dix.

Il quadro muta radicalmente quando il festival si sposta nei borghi storici di Vigoleno e Castell’Arquato. Nella piazza monumentale di Castell’Arquato, lo spazio urbano medievale sostituisce la linearità dello scavo archeologico, modificando il patto teatrale con lo spettatore. Sotto il profilo acustico e visivo, la verticalità delle architetture del borgo e la pietra medievale offrono una risposta differente alla diffusione del suono. Questa caratteristica si rivela funzionale alla gestione della complessa macchina scenica e logistica richiesta dall’orchestra della Toscanini per lo spettacolo di Rubini, trasformando temporaneamente lo spazio cittadino in un palcoscenico monumentale dove il pubblico non è più isolato nella contemplazione dell’antico, ma è inserito in una dinamica comunitaria urbana e partecipativa.

Quest’ultima edizione del festival ha così messo in luce come il legame con la classicità possa evitare il rischio della pura celebrazione museale. Attraverso lo stimolo a una produzione originale e il confronto diretto con spazi non convenzionali, la rassegna evidenzia la capacità della drammaturgia contemporanea di abitare i luoghi della memoria senza farsi schiacciare dal loro peso storico.

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