Il direttore artistico Valentino Ligorio: soglie creative nel cuore dell’entroterra pugliese, per coltivare teatro, giovani e comunità
Ci sono nomi che contengono già un gesto, un’idea, un presagio. “Fori”, ad esempio, è uno di quei nomi che restano, anche quando si chiude la locandina. È il titolo scelto per una rassegna teatrale che si è affacciata, con coraggio e visione, nella campagna pugliese. Fori Festival – Creatività Giovanile e Rigenerazione Territoriale inaugura la sua prima edizione a San Vito dei Normanni, nel cuore dell’entroterra brindisino, dal 14 settembre al 19 ottobre 2025.
La parola “fori” evoca passaggi, paesaggi, fessure, crepe. Evoca lo spazio che si apre, talvolta per caso, e diventa soglia. Proprio in un territorio segnato da fratture – culturali, agricole, generazionali – il Fori Festival si propone come qualcosa che nasce dalle crepe, e per le crepe. Un foro nella tessitura del presente, da cui far filtrare visioni, linguaggi, teatro, desiderio.
San Vito dei Normanni non è una città di teatro, almeno non nel senso tradizionale. È una cittadina con un passato contadino e uno sguardo che spesso si perde nella distanza: quella dalle città, dai circuiti culturali, dalle scene ufficiali. Un luogo attraversato dai danni della Xylella, che ha mutilato milioni di ulivi e con loro un’intera identità visiva, agricola, affettiva.
Ed è proprio qui, fra alberi resistenti e campi svuotati, che è nato uno spazio nuovo: il TEX Teatro dell’ExFadda. Un teatro cresciuto lentamente all’interno di un ex stabilimento enologico riattivato come hub culturale e sociale. Un luogo nato – o meglio, rinato – in epoca pandemica, quando il concetto stesso di spazio collettivo sembrava evaporare. Un atto di ostinazione poetica, verrebbe da dire.
«L’Ex Fadda nacque come sogno – racconta Valentino Ligorio, direttore artistico del festival – E il Tex è nato come rilancio, qualificazione e specificazione artistica di questo sogno. Quale posto migliore per far nascere il Fori Festival?». Ligorio ricorda come, a partire dal 2018, la squadra che oggi anima il progetto abbia investito ogni energia nel recupero dello stabilimento: «Abbiamo completato la ristrutturazione di questo spazio trasformandolo in uno dei centri di innovazione sociale a matrice culturale più significativi in Italia».
Il Fori Festival è il primo grande evento che ne rivendica la vocazione: diventare un cuore pulsante di produzione artistica giovane, inclusiva, plurale.
A guidare questa visione è proprio Ligorio, attore, regista, animatore culturale, affiancato da Barbara Carulli e Gabriele Cavallo. La sua direzione artistica è il motore instancabile di Fori. Non solo perché ne cura la programmazione, ma perché ne incarna lo spirito: un’idea di teatro come tessitura, relazione, costruzione collettiva. Ligorio non parla del “festival” come vetrina o rassegna, ma come gesto politico e poetico, capace di prendere forma fra i margini, tra i “fuori”, fra le rotture. «Fori per noi ha almeno quattro sensi: È un insieme di piazze (dal latino); è spiraglio, fessura (in italiano); significa “fuori” (in dialetto sanvitese); ed è anche “per me”, in inglese. Fori rappresenta la possibilità di aprire spiragli in un territorio che si occupa poco dei suoi giovani e, insieme a loro, contribuire a far uscire – f(u)ori – l’entroterra brindisino dalla sua marginalità culturale».
Ligorio racconta il TEX come un laboratorio di comunità, più che un palcoscenico. Il teatro non è solo ciò che si vede, ma ciò che si costruisce, giorno dopo giorno, con artisti, abitanti, allievi, sogni, sbavature. Non a caso, ha spesso definito sé stesso “un artigiano del dreaming”. E questo Fori Festival è un sogno fatto spazio, programma, incontro.
Fori non è una semplice sequenza di spettacoli. È una piattaforma. Un organismo. Una narrazione condivisa che si sviluppa lungo cinque settimane e si articola in tre anime principali: residenze artistiche, spettacoli dal vivo ed eventi speciali.
Le residenze sono il cuore silenzioso del progetto. A partire da metà agosto, il TEX sta accogliendo giovani artisti under 35, selezionati per lavorare a nuove creazioni, attraversando linguaggi diversi. Ne fanno parte nomi come Giulia Vittoria Cavallo, Sara Montanaro, Mattia Carlucci, Slammals, Orchestra Mycelium, Barbara Carulli e Sara Capanna. Accanto a loro, maestri più affermati sono chiamati non a occupare la scena, ma ad accompagnare, tramandare, aprire il campo. Il lavoro in studio si manifesta poi negli spettacoli, che restituiscono l’anima plurale del festival.
«Chi attraversa Fori vive un’esperienza di nascita», continua Ligorio. «Non so descriverla esattamente perché quando nasce qualcosa di nuovo, lo si aspetta: è lui a decidere cosa essere. Noi siamo come delle gestanti in procinto del parto, e il pubblico è chiamato a gestire e gestare con noi questo processo. Il primo pubblico arrivato è variegato: adolescenti, abbonati, famiglie, giovani curiosi. Tutti stanno iniziando a capire che qui sta succedendo qualcosa».
Ci sono anteprime e produzioni originali, con contaminazioni tra generi: dalla drammaturgia contemporanea di “Icara” (Teatro Menzati), “Afferrare Marla!” (Cartocci Sonori e Artifragili) e “Casa Lella” (Giovanna Malaponti con Claudia Ligorio e Alice Tempesta), alla danza di “Try not to try” (Company Blu) e “Homing” (Marta Bevilacqua). Fino al circo poetico di “Cordes” (Sara Montanaro), alla parola performativa del poetry slam e al teatro corale di “MS” di Mycelium Ensemble.
Gli eventi speciali, infine, sono luoghi di formazione e confronto: laboratori, masterclass e assemblee. Tra questi, progetti come “Searching for Europa” di Giulio De Leo. Qui, il confine tra artista e spettatore sfuma: si impara, si partecipa, si discute.
Una presenza fondamentale in questa edizione è quella dell’AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore. Alcuni spettacoli in cartellone sono micro-saggi e monologhi degli allievi: momenti di alta intensità, in cui il percorso formativo diventa atto teatrale. L’AMA, con sede a Lecce, è una realtà che da anni forma giovani attori nel Sud Italia, con un’attenzione speciale al lavoro corporeo, vocale, all’incontro tra tradizione e ricerca. Il legame tra Fori e AMA è naturale: entrambi operano in contesti non metropolitani, entrambi cercano di tenere aperti i passaggi tra formazione e produzione, entrambi credono che il talento non abbia geografia.
Guardando Fori da lontano, si potrebbe pensare a un piccolo festival, una rassegna minore in un paese minore. Osservandolo da vicino, si capisce invece che è l’inizio di qualcosa. Una costellazione nuova nel cielo teatrale del Sud. Un gesto che non si limita a “portare il teatro” dove non c’è, ma che costruisce le condizioni perché il teatro possa nascere da dentro: dalle persone, dai luoghi, dai bisogni.

«La provincia brindisina è oggi al 106° posto in Italia per cultura e tempo libero, e ultima per qualità della vita dei giovani», sottolinea Ligorio, citando i dati del Sole 24 Ore. «In questo contesto, Fori è una risposta a un’urgenza: dare spazio alla creatività delle nuove generazioni come protagonisti, non solo come pubblico. Il brindisino è rimasto ai margini delle grandi progettualità dello spettacolo dal vivo, e Fori vuole diventare un centro, non geografico ma simbolico, di produzione, formazione, trasformazione».
In un territorio ferito dagli abbandoni, dalle difficoltà economiche, dalle cicatrici ambientali, il festival si propone come atto di rigenerazione. Non una soluzione miracolosa, ma una pratica costante: accogliere, formare, sperimentare, restituire. Significa costruire relazioni tra artisti e abitanti, tra istituzioni e giovani, tra maestri e apprendisti. Significa restare – o tornare – dove spesso si è costretti ad andare via.
La programmazione è intensa e disseminata. Molti spettatori arrivano da fuori. Alcuni per la prima volta entrano in un teatro. E se questa edizione è ancora una scommessa, già si guarda al futuro, aspirando a diventare un appuntamento fisso, un luogo di riferimento per le nuove generazioni teatrali del Mediterraneo. I presupposti ci sono: la visione, le reti, la passione.
Fori non è solo un acronimo, né una trovata linguistica. È una parola che invita al passaggio. Una fenditura nel presente, una soglia da cui guardare altrove. In un Sud spesso descritto come “fuori dai giri”, questo festival risponde con una proposta chiara: abitare il fuori come spazio creativo, fertile, necessario. Tra ulivi sopravvissuti, comunità che resistono e giovani che credono ancora nel potere della scena. E forse è proprio nelle fessure che, come diceva Leonard Cohen, entra la luce.
