Risate di gioia: l’inno al teatro delle Belle Bandiere

Elena Bucci e Marco Sgrosso
Elena Bucci e Marco Sgrosso

Elena Bucci e Marco Sgrosso firmano regia e interpretazione di un atto d’amore teatrale, fra polvere, fantasmi e pura meraviglia

C’è un teatro impolverato, con il sipario stropicciato e le funi a vista. Ci sono poltrone vuote, legno consumato, odore di scena. E ci sono due attori. Soli.

Con “Risate di gioia”, Elena Bucci e Marco Sgrosso entrano al Teatro Comunale di Ceglie Messapica (BR) come si entra in un tempio abbandonato, con rispetto, curiosità e un senso quasi infantile di stupore. Ne esce uno spettacolo che è dichiaratamente un omaggio, un’invocazione, una dichiarazione d’amore per il teatro e per chi lo ha abitato prima di noi.

È esplicito il riferimento al film “Risate di gioia” di Mario Monicelli, del 1960. Lì i due figuranti squattrinati, Tortorella e Umberto, interpretati da Anna Magnani e Totò, vagavano nella Roma di Capodanno come superstiti dello spettacolo, legati da una miseria condivisa e da un’arte che non salva ma tiene in vita. Anche qui incontriamo due figure affini: attori senza protezione, senza rete, che si aggrappano alla scena come a una necessità vitale. Il teatro non è ambizione. È sopravvivenza.

La breve sinossi potrebbe fermarsi qui. Due attori entrano in un teatro vuoto e vengono attraversati dai suoi fantasmi. Ma sarebbe riduttivo. Perché ciò che accade sulla scena è un continuo slittamento tra piani: memoria e presente, farsa e malinconia, rigore e gioco. È un viaggio dentro la storia del teatro, ma anche dentro il mestiere dell’attore, con le sue ossessioni, le sue paure, la sua irriducibile fragilità.

Bucci e Sgrosso recitano a voce nuda, senza microfoni, cercando un contatto diretto, essenziale, quasi primitivo con il pubblico. Lei ha una voce stridula, nervosa, capace di vibrare e graffiare. Lui alterna toni stentorei a improvvisi cedimenti, fino al fiato corto, al suono che si spegne. È un dialogo fatto di contrasti, incastri perfetti, tempi comici e drammatici scanditi con precisione quasi musicale.

La scena è popolata da spiriti. Macchinisti, suggeritori smarriti nella buca, lucisti, attori di compagnia. Un mondo affollato di presenze invisibili. Si evocano Gustavo Modena, Adelaide Ristori, Eduardo Scarpetta. Si attraversano la Commedia dell’Arte, il café chantant, la rivista, la farsa. Si passa da un registro all’altro con una leggerezza solo apparente, perché sotto c’è sempre lo smarrimento. La paura del vuoto. Il terrore dell’oblio.

Le luci di Max Mugnai sono tenui, delicate come carezze. Non mostrano, non spiegano. Scavano. Guardano dentro. Cercano l’abisso e il volo. Anche la musica e i suoni (Raffaele Basse) partecipano a questo movimento sotterraneo, accompagnando senza mai sovrastare. Tutto concorre a creare un universo onirico, sospeso, in cui lo spettatore si sente stregato, incantato, trascinato altrove.

La forza dello spettacolo sta soprattutto negli interpreti. Bucci e Sgrosso sono superlativi. Tengono la scena con una padronanza totale. Si intersecano come meccanismi di un orologio svizzero. Si sostengono e si provocano. È una perfezione tecnica che conosciamo bene, ma qui si arricchisce di qualcosa in più: la capacità di sporcare il testo, di sporcarsi. Di lasciare entrare l’imprevisto, il tremito, l’errore possibile. Ed è lì che lo spettacolo respira di più.
C’è un senso di danza, a tratti innaturale, a tratti lievissima. I corpi sembrano galleggiare sul palcoscenico, che è pienamente nelle loro mani. La quarta parete cade senza clamore. Il contatto con il pubblico è costante, diretto, quasi confidenziale. È artigianato ineffabile, fatto di mestiere, ascolto, tempo condiviso.

Eppure, proprio in questo slancio amoroso verso il teatro, si annida anche un’insidia. “Risate di gioia” sembra innamorarsi dei propri finali. Ce n’è uno, poi un altro, poi un altro ancora. Un gioco di matrioske che rischia l’avvitamento. Alcune sequenze si dilungano oltre il necessario, perdendo parte dell’energia e della magia iniziale. Il rischio è quello di un compiacimento affettuoso, che non compromette la qualità complessiva ma ne attenua l’urgenza.

Anche la densità dei riferimenti, per quanto affascinante, può risultare a tratti ridondante. Lo spettatore è chiamato a un ascolto attento, continuo, senza pause di alleggerimento reale. È una scelta consapevole, ma che non sempre paga fino in fondo.

Resta, però, un dato incontestabile. “Risate di gioia” è uno spettacolo vero, viscerale. Perché ricorda che il teatro è fatto di corpi, voci, memoria e fallimento. Che l’arte non promette salvezza, ma rimanda continuamente una resa. Che recitare, come amare, non si può definire. Si può solo attraversare.
E quando le luci si abbassano, resta addosso quella sensazione rara. Di aver assistito non solo a uno spettacolo, ma a un gesto. Fragile. Ostinato. Profondamente umano.

RISATE DI GIOIA
storie di gente di teatro
da un’idea di Elena Bucci
drammaturgia sonora e cura del suono Raffaele Basse
disegno luci Max Mugnai
drammaturgia, scene, costumi, interpretazione, regia Elena Bucci e Marco Sgrosso
produzione Le Belle Bandiere

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Ceglie Messapica (BR), Teatro Comunale, il 5 febbraio 2026

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