Zona K torna “a casa” per la chiusura di Life 26

Summit Milano (ph: Luca Del Pia)
Summit Milano (ph: Luca Del Pia)

Juli Sando, Sophie Anna Veelenturf, Ontroerend Goed e Corpora tra gli artisti ospiti della seconda edizione del festival milanese

Ritorniamo dopo qualche giorno alla Fabbrica del Vapore per continuare a seguire alcuni degli eventi di Life di Zona K. Un festival che, a notare l’affluenza, si dimostra sempre più appuntamento cruciale nel panorama milanese, con prime italiane e visioni dal sapore decisamente internazionale.

Allo spazio Careof ci immergiamo nella mostra di Juli Sando, artista multidisciplinare che unisce poesia e politica attraverso una commistione di arti come mezzi espressivi. Nella mostra allestita per il festival, “On My Silver Screen”, Sando indaga il segno, il solco che resta al passaggio di eventi transitori. I messaggi che l’artista vuole trasmettere si nascondono in innumerevoli input: nei video c’è spazio per meta-narrazione, digressioni politiche, immagini filmiche evocative, acqua che scorre. Sulle lastre d’acciaio depositate a terra sono incise parole che si ripetono e riempiono di senso le immagini che attraversano gli schermi; ma le parole sono evidenti solo al riflesso della luce, sono incise con parsimonia, sottili, appena visibili nella penombra. E dalla penombra emergono anche i fogli di cera appesi alle pareti, sculture sospese come memorie rapprese.

Nel frattempo lo spazio si anima e si riempie in tempo per la prima rappresentazione della serata: “Swiping Right” dell’artista olandese Sophie Anna Veelenturf, che mette in scena un mockumentary teatrale basato su una ricerca personale, un’indagine sull’amore e le contrapposizioni politiche.
A partire dagli incontri avuti attraverso le classiche app di dating e dalla scelta o meno di incontrare persone che si dichiarano apertamente di pensiero opposto, l’artista indaga quanto il bisogno di essere amati possa far accettare determinate posizioni altrimenti inaccettabili, e quanto a lungo andare questo possa incrinare anche il sentimento.
Possono, in sostanza, due persone di diverse opinioni politiche intraprendere una relazione? E quanto queste posizioni possono compromettere, o coesistere, all’interno della relazione?

Swiping right (ph: Luca Del Pia)
Swiping right (ph: Luca Del Pia)

L’artista ha raccolto più di 80 ore di materiale audio, interviste a conoscenti, amici ed ex fidanzati che, in un modo o nell’altro, hanno avuto incontri o relazioni con persone dalle idee politiche completamente differenti.
Veelenturf decide di lavorare in italiano, con un rapporto diretto con il pubblico che semplifica la fruibilità dell’evento, soprattutto per le parti di dialoghi registrati, trasmessi in diretta e tradotti simultaneamente sullo schermo.
La scena è composta da pochi moduli di legno movibili, sui quali simula ora il tavolo di un ristorante a un primo incontro, ora un divano, ora un letto. L’attrice in scena dialoga con le voci registrate, e reagisce alle opinioni forti sull’immigrazione e sull’omosessualità che gli ex partner intervistati esprimono.
Il risultato è uno spettacolo divertente, una forma ibrida che dà forza al lavoro di pre-messinscena, quello di indagine, costruzione e ricerca, riportando in primo piano il percorso quotidiano dell’artista e non solo l’esibizione in sé.

Giusto quindici minuti di attesa nel foyer e si rientra per “Summit Milano“ del collettivo belga Ontroerend Goed.
In linea con il cuore del programma del festival, il lavoro presentato è un dispositivo scenico partecipato, in cui il pubblico non è passivamente accontentato, ma attivamente interpellato. Una volta entrati in sala si viene “invitati” a lasciare i propri smartphone in appositi locker sul palcoscenico, e a ritirare un accordo legale valido per la partecipazione all’evento, una manleva di responsabilità che poco dopo si viene invitati a firmare.

Ph: Luca Del Pia
Ph: Luca Del Pia

Uno spazio vuoto, “the stage”, una persona che lo attraversa, una persona a cui piace stare al buio seduta che guarda.
Il collettivo crea un momento condiviso tra realtà e finzione, giocando sulla dicotomia guardare-essere visti e sull’inversione dei ruoli, utilizzando un potentissimo effetto speciale: l’immaginazione. Invitano a più riprese gli spettatori a immaginare, ad usare la fantasia per vedere azioni sul palco che non ci sono, azioni drammatiche fuori dal palco, spazi altri.
L’atteggiamento è sempre leggero, ironico, quasi clownesco (un clown in effetti sulla scena appare pure), una leggerezza che conquista e riporta gli spettatori verso un’esperienza quasi di gioco infantile, con gli spazi che prendono vita attraverso l’immaginazione, la finzione che si mischia alla realtà, il gioco che diventa un affare serio, un Summit appunto.

Eppure, nonostante il titolo alluda a temi politici, la performance sembra quasi sorvolare sulla drammaticità del presente, quantomeno superficialmente. È un’esperienza divertente, ma che il giorno dopo assume la sua valenza politica, sia a partire dai contenuti (quel pollo che resta all’interno del cerchio, in assenza di presa di coscienza individuale, ci somiglia fin troppo, incastrati in routine lavorative automatizzate), ma soprattutto per l’importanza di spostare l’attenzione sulla riflessione individuale, sulla capacità di poter trasformare la realtà e sfruttare l’immaginazione a fini poetici e politici.
C’è anche tempo, alla fine, per un pizzico di meraviglia, con lo spazio scenico che prende vita per la prima volta, sempre con il supporto di immagini personali: lo sforzo immaginativo non rimane pura fruizione ma atto poetico condiviso.

Per gli ultimi due giorni di festival, Zona K torna a casa, nel suo spazio in zona Isola, per un progetto co-prodotto con il Piccolo Teatro. Questo ritorno a casa è condiviso con un pubblico in parte diverso delle serate precedenti: si ritrovano i volti del teatro giovane milanese, i volti tipici delle rassegne.

“Tradere” della compagnia Corpora – una realtà under 35 composta dalla regista Giulia Sangiorgio, la drammaturga Eliana Rotella, Caterina Gruden e Andrea Centonza – è un lavoro in fieri che debutta proprio al festival.
Il pubblico viene invitato a sedersi in uno spazio scenico invaso da sedie di plastica sparse in varie direzioni. Si occupa quindi uno spazio, o meglio lo si abita.
Con una drammaturgia che mischia il dialogo diretto con gli spettatori a una parola ricercata e poetica, meno fluida ma densa e vischiosa, drammaturga e regista indagano sullo spazio e sulla sua depauperata funzione sociale, sul senso stesso della casa, e su come lo sguardo possa cambiare il senso delle cose se veicolato da una funzione commerciale. Un’indagine che si estende anche al ricordo, alla memoria, affidata ad echi di voci in sottofondo rarefatti, e al tradimento della realtà rispetto alla memoria che si ha dei propri luoghi, della propria stessa cultura.

Lo spettacolo parte da un’intuizione interessante sul rapporto tra spazio e società, e in particolare sull’imbarbarimento della tradizione in funzione dell’ossessione per il turismo folkloristico. In nome della globalizzazione, le identità locali sono state sterilizzate in un processo che, seguendo la lettura del sociologo Marco D’Eramo, trasforma i luoghi in vere e proprie città-museo: quinte teatrali svuotate della loro vita reale a uso e consumo del visitatore, spalmando su centri storici e lungomari una patina utile per una lunga serie di immagini instagrammabili.
All’interno di questa dinamica si crea un rapporto diretto con il pubblico, che deve muoversi per visitare le immagini su tessuto o viene invitato ad alzarsi a causa di uno spazio che cambia per volontà altrui.
Il lavoro a tratti appare leggermente prolisso, e si discosta dal tipo di progetti visti in precedenza per una preponderanza della parola come strumento espressivo principale. L’attrice in scena, Viviana Dorsi, tuttavia, emerge in una presenza scenica importante, capace di vivere a distanza di pochi centimetri dal pubblico e trascinarlo in una digressione roboante sul senso del luogo. Al tempo stesso lo trascina in strada, letteralmente, per invitarlo a prenderne possesso, chiede ai corpi di riprendersi le proprie strade – una rivendicazione scenica di quello che il sociologo David Harvey definisce «il diritto alla città»: non un semplice accesso alle risorse urbane, ma il potere collettivo di cambiare noi stessi cambiando la città. Tutto questo avviene attraverso lo sguardo di chi quelle strade le abita, le vive, in un emozionato assolo finale sul marciapiede del teatro.

Il festival Life si chiude quindi “a casa”, con un progetto milanese che indaga il senso dello spazio e dell’abitare, il valore del posto in cui viviamo. E ha senso chiudere un festival che ha indagato il senso della partecipazione, il ruolo dello spettatore e dello sguardo in generale, proprio con un tema preponderante per una metropoli come Milano. Quello spazio vissuto come casa, dal valore inconcepibile, e spesso sottratto alla cittadinanza dall’atteggiamento speculativo.
Si chiude parlando alla propria città, della propria città, per far sì che la partecipazione non rimanga un evento occasionale, ma un invito concreto a uno sguardo altro.

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