La nuova Antigone di Valeria Parrella

Antigone (photo:www.einaudi.it)
Antigone (photo:www.einaudi.it)
Antigone (photo:www.einaudi.it)
Ecco l’ennesima rilettura del mito di Antigone, si potrebbe pensare. Tuttavia, non è proprio così.

Valeria Parrella, classe 1974, scrittrice di origini campane, giornalista letteraria nonché membro del comitato artistico del Teatro Stabile di Napoli, mette le mani “nelle nervature della classicità”, come ha dichiarato in una recente intervista, e ne tira fuori non una semplice riscrittura, ma una figura contemporanea inedita, “una donna con una confidenza senza pari con la morte”, un’Antigone che profuma d’antico e leggende ma rivela inevitabilmente i segni del suo tempo, che porta “la radice del contrasto nel nome” e conduce maieuticamente al dubbio e all’interrogativo.

“Io stessa da sola, vivendo, sono una domanda”, afferma senza timore l’eroina di Sofocle a un Legislatore inevitabilmente sordo alle leggi umane che governano e muovono lo spirito indomato per eccellenza nella mitologia greca.
Il mito, incentrato sul dialogo tra Antigone e Creonte, è minimale. Lo stesso Creonte è senza nome, è semplicemente il Legislatore, l’incarnazione della forma contro la sostanza, incapace di ritornare indietro sui suoi passi, invischiato in una ridicola legge divina che gli impedisce anche di dare ascolto all’indovino Tiresia, alle obiezioni del figlio, innamorato di Antigone.
“Ma non è la più bella delle opportunità che si danno a un uomo quella di ripensare a ciò che ha fatto?”, si chiede invano Emone davanti ad un padre troppo occupato a conservare la propria integrità piuttosto che a ritrovare la giustizia. Un governatore sordo anche ai giudizi impliciti del coro, che resta sullo sfondo e non può fare altro che inseguire e commentare la struttura binaria della pièce, come sguardo collettivo, lasciandosi andare solo a terribili constatazioni. “Tutta l’umanità deve bagnarsi nell’orrore del giorno”, racchiude in una frase il corifeo.


Nella pièce di Parrella, Polinice, mantenuto in vita dall’alimentazione artificiale, muore per un atto di dignità, quando Antigone viola la legge e stacca finalmente la spina, sola contro tutti, anche contro Ismene, la sorella timorosa delle conseguenze. “La vita è un soffio che esce, signore, non uno che entra”, ecco perché condannata al carcere a vita, Antigone, che accetta la pena con un solo delitto sulla coscienza, quello “di non aver voluto essere lo scherno della vita”, rimasta sola nella sua cella, si dà la morte, lasciando un ultimo soffio di speranza in una lettera diretta a Emone. Perché “vita e morte sono degne quando possono essere condotte autonomamente”.

“Ciò che è accaduto, è accaduto perché Antigone è il movimento”, decreta l’indovino Tiresia, facendo dell’eroina sofoclea una donna dall’intelletto in continuo divenire, preda del dubbio, le cui volute del linguaggio sono il riflesso di un’intelligenza indipendente e libera, inevitabilmente agli antipodi dello statico Legislatore, della legge cieca e arbitraria, di una società che non tollera la violazione di un editto e la disobbedienza di una donna. Una storia che ricorda una disparità ancora di triste attualità e tematiche come l’accanimento terapeutico e l’eutanasia.

Portato in scena lo scorso autunno, con la regia di Luca De Fusco, che ha diretto l’interpretazione di Gaia Aprea, presso il Teatro Stabile di Napoli, l’Antigone di Valeria Parrella scivola su una lingua poetica, densa, che sfrutta lievi incursioni nel registro arcaico che fa da contrappeso solenne alla leggera soavità di Antigone, che vorrebbe essere come una foglia “tesa in una rugiada che le dà la vita senza vita conoscere […], che non sa perché sta germinando da quel ramo e non da quello che segue, eppure continua. Che non prova sofferenza se la pioggia si fa mancare per giorni, pur sentendo la linfa sua venire meno”.

Antigone
di Valeria Parrella
L’Arcipelago Einaudi
2012
pgg. 105
euro 10 (7,50 su Ibs)

 

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