La Madre del Teatro delle Albe fra noir e psicanalisi

Madre (photo: Enrico Fedrigoli)
Madre (photo: Enrico Fedrigoli)

Un rito visivo, sonoro e linguistico. Un inno alla natura ancestrale, forse a una Terra che implode su se stessa perché le generazioni cui è stata affidata non hanno saputo custodirla. Questo e molto altro è “Madre”, lavoro intriso di simboli e sottotesti che il Teatro delle Albe sta portando in scena all’Elfo Puccini di Milano (fino al 23 gennaio) dopo l’esordio a Primavera dei Teatri.

La scena si dissolve sotto una luce lunare che diventa sempre più fioca. Flebili riflessi rivelano la presenza in scena di un contrabbasso, un leggio, dei cerchi che diventano superficie orizzontale, dei dischi in verticale, neri, bronzei, che ricordano sculture di Arnaldo Pomodoro.
Il contrabbasso si fa suono: note frammentate, stridori incisi nel silenzio dal compositore Daniele Roccato. Il cerchio nero, rasoterra, si fa segno, proiettato da una telecamera su un altro cerchio di fronte allo spettatore, tracciato nel buio dal disegnatore Stefano Ricci, che verga con gessetto bianco sagome oniriche. Il leggio si fa voce: gorgheggio, parole, versi, sentenze, profezie masticate e rigurgitate da Ermanna Montanari.

Il testo di Marco Martinelli è un poemetto scenico di una Madre precipitata in un pozzo. Non si sa come vi sia finita. Si avvicendano due voci: quella del figlio che non sa come salvarla, e si ritrae con mille pretesti; quella della donna stessa, che dopo avere implorato la salvezza, capisce che in fondo sta bene anche da sola. La Madre basta a se stessa, su quel fondo aspro di terra e fumo, in cui anche una biscia diventa un’amica, e il buio è il luogo di tutte le possibilità e tutte le definizioni.
Echi platonici e pascoliani. Il testo non è un dialogo, ma la giustapposizione di due soliloqui. Un figlio che sembra irridere la madre, accusandola di essere uscita al buio anziché restare a casa a guardare la televisione. Una madre che sembra accusare il figlio di non averla protetta, forse addirittura di averla spinta nel pozzo, e adesso cerca alibi per non salvarla.


Il vuoto, l’abisso, e un confronto tra monadi irrelate. Ciò che qui risalta è la vocalità di Montanari, la sua capacità di scindersi in due opposti. L’attrice si smaterializza, si riduce a tratteggio. Questo si prosciuga. Si consuma fino a diventare l’eco di due voci, sempre più evanescenti, sempre più lontane. Due soffi agitano le corde vocali, e sbuffano crollando, come all’Inferno i due corni della fiamma di Ulisse e Diomede.

Intravediamo appena nell’ombra le fattezze di questa Sibilla sognante, che impasta italiano e romagnolo. Come una Pizia invasata, posseduta, la Madre attraversa l’Ade erutta parole come gracchi, gracidii, e fremiti. Sono sospiri, distorsioni che spezzano la fissità dialogando con la notte.
Dissolvenze. Dissoluzioni. Cinquanta sfumature di nero. È della stessa natura lo stridore di gesso su lastra nera di Ricci, che verga immagini come fotogrammi, incisioni, linee in controluce come negativi fotografici. Rappresentano soggetti surreali a metà tra fiaba e orrore, forme che sono una sola carne con la notte. Staccionate come fiamme. Fili d’erba come trappole. Creature ibride dove il mondo umano sfuma e compenetra quello animale e vegetale, deformandosi in mille rivoli e adulterazioni.

Dialogo e controcanto sono le note al contrabbasso di Daniele Roccato. Duettano con i suoni elettronici progettati da Marco Olivieri. Esplorazioni sonore. Improvvisazioni non idiomatiche. Rielaborando il secondo movimento della “Settima sinfonia” di Beethoven, Roccato traccia una nuova consapevolezza della grandiosità dell’universo. Il contrabbassista esprime la coscienza di una rinnovata armonia con le leggi immortali dell’esistenza. È il ritmo esuberante di una danza celeste, dove la Terra prova a rinnovare il patto con la vita, e si ricerca la sintonia tra corpo e mente.
La compenetrazione fra voce, segno grafico e suono genera un’unica temperie emotiva. Il disegno delle luci abbozzato da Luca Pagliano crea sommessi bagliori lunari la cui luminosità fioca è la stessa dei tratti di gesso di Ricci. Essa diventa scia argentea, poi parrucca dai capelli nivei che, indossata da Ermanna Montanari, trasforma il figlio in madre. La voce si fa ovattata, morbida come una carezza, sibilante come una biscia tra i cespugli. I dialoghi fra le tre espressioni artistiche diventano rimbalzi, intrecci, echi tambureggianti.

“Madre” è un cerimoniale sacro tra leggenda e armonia. È buco delle anime e andirivieni tra vivi e morti. È eternità e risalita. È mito, fiaba e rito iniziatico. È anelito a una perfezione inattingibile. È sforzo di accedere dal mondo terreno a quello superno. È il tentativo mistico di rievocare, dalle tenebre, una novella Atlantide che liberi da una sorta di peccato originale la nostra coscienza intorpidita.

Madre
di e con Ermanna Montanari, Stefano Ricci, Daniele Roccato
poemetto scenico di Marco Martinelli
regia del suono Marco Olivieri
tecnico luci Luca Pagliano
direzione tecnica Enrico Isola, Fagio
disegno e veste grafica Stefano Ricci
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Primavera dei Teatri, Associazione Officine TheatrikésSalénto

durata: 50’
applausi del pubblico: 4’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 18 gennaio 2022

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