Tra i momenti più intensi del festival: “POOR GUY” di Luigi Guerrieri, assolo spietato tra confessione e performance; e “Último Helecho”, visionaria coreografia firmata da Laisné, Chaignaud e Larcher.
A Vienna, nel cuore del MuseumsQuartier, ogni giornata del festival ImPulsTanz si apre con “Public Moves”: un’esperienza semplice ma potente.
Non si tratta di uno spettacolo in senso stretto. Eppure, ciò che accade è più eloquente di molte coreografie compiute. Sotto la guida di danzatori e coreografi internazionali, persone comuni – cittadini, turisti, curiosi – si radunano e cominciano a muoversi insieme.
C’è chi lo fa con grazia consapevole, chi inciampa, chi esplora, chi si lascia portare dal ritmo, chi osserva timidamente. Tra i corpi: bambini in fasce, anziani, adolescenti, persone con disabilità, qualcuno in sedia a rotelle. Non si cerca l’uniformità né la perfezione, ma la possibilità. Il movimento come atto democratico, vitale, condiviso.
Impossibile, guardando questa quotidiana apertura, non pensare a “Gala” di Jérôme Bel: spettacolo-manifesto che ha portato in scena un cast misto di professionisti e non, bambini e adulti, corpi fuori dagli standard della danza accademica, per celebrare l’irregolarità e l’irriducibilità del corpo umano.
“Public Moves” non è uno spettacolo programmato né firmato da un artista preciso, e proprio in questo risiede la sua forza: nel suo anonimato aperto, nella sua disponibilità all’errore, nel suo essere “di tutti”. Non si danza per qualcuno, ma con tutti. E ciò che ne emerge, nei momenti migliori, è una coreografia reale, fatta di incontri, esitazioni, risa e tentativi.
Lo slogan scelto per l’edizione 2025 del festival, “Now. Forever.”, non è soltanto un motto evocativo, ma una dichiarazione d’intenti: celebrare l’intensità del presente e la sua capacità di lasciare un’impronta duratura. È proprio nelle pratiche aperte e inclusive che questo messaggio trova la sua forma più concreta.
Il corpo, da oggetto estetico o tecnico, torna a essere soggetto – plurale, politico, comunitario – protagonista di un “ora” che aspira a diventare “sempre”.
L’inaugurazione ufficiale di ImPulsTanz traccia una traiettoria programmatica chiara: una costellazione di eventi che, seppur diversi per forma e linguaggio, ruotano attorno a un’idea espansa di danza come presenza, contaminazione e relazione. Al Burgtheater, “Die Lieder der Lieder” di Pina Bausch riporta in scena una delle sue riflessioni più dense sull’amore, tra drammaturgia coreografica e tensione teatrale. A fare da contrappunto, al MuseumsQuartier, la coreografa Amala Dianor mette in scena “Dub”, incandescente sinfonia di gesti tra hip-hop, danza africana e contemporanea, fondata sull’energia come forma di racconto identitario.
Accanto a questi nomi più noti, si sono articolati lavori che hanno messo in luce la varietà del programma: la delicatezza coreografica del Tanztheater Murasaki Penguin in un palcoscenico fiorito e quasi irreale; l’omaggio a Ko Murobushi, con installazioni e pratiche Butoh che esplorano il corpo come mistero e ferita; e ancora, il solo performativo “Das Ich und sein Springseil”, in cui una semplice corda diventa metafora esistenziale.
ImPulsTanz è anche “Dance for kids”, un programma che offre un vivace mix di workshop per bambini e ragazzi dai 2 ai 18 anni: dalla danza e musica alla narrazione, dall’acrobatica al gioco di fantasia.
E infine il festival è SOÇIAL. Fino al 10 agosto, l’ImPulsTanz Festival Lounge invita a concerti dal vivo e DJ set giornalieri nell’atrio del Burgtheater, con artisti del calibro di Mary Jane’s Soundgarden, Awir Leon, Davidek e molti altri.
Il risultato è un’apertura che si muove in più direzioni: spazio chiuso e spazio urbano, performance codificata e improvvisazione libera, danza accademica e gesto quotidiano. Vienna diventa palco diffuso (gli spettacoli si svolgono in una decina di luoghi), territorio danzante dove si incontrano tradizione e rottura. È questo il gesto più potente di ImPulsTanz: disinnescare l’idea che la danza appartenga a chi “sa farla” e restituirla come linguaggio a chiunque abbia un corpo.
Ed è proprio in questa logica di restituzione corporea – dove la danza si fa linguaggio comune, e il palco un terreno di esposizione radicale – che si inseriscono i due spettacoli che più ci hanno colpito.
In “POOR GUY”, di Luigi Guerrieri, il corpo non danza: inciampa, si espone, si contraddice. È un corpo che parla più che muoversi, che racconta più che eseguire. Un corpo che si interroga: raccontare la storia del proprio trauma può diventare un esercizio di narcisismo?
“POOR GUY” si muove come un ragazzino davanti allo specchio: si guarda, si prende in giro, si commuove. Poi si rifà il ciuffo e dice a sé stesso che sta scherzando. Il problema, però, è che non scherza del tutto.
Italiano per nascita, viennese per scelta e vocazione teatrale, Guerrieri si lancia in un monologo (ma sarebbe meglio dire un “corpo-a-corpo”) con le proprie disavventure familiari, i miti privati, i ricordi d’infanzia e le pose del dolore. Lo fa nudo, letteralmente. Non cerca compassione. Semmai lancia una domanda retorica e subito dopo colpisce basso, con sarcasmo e crudeltà. A tratti ricorda un Cristo punk, con barba, capelli lunghi, e un’ironia che non risparmia nemmeno la propria crocifissione domestica. La metafora del Cristo che scende dalla croce è infatti la prima immagine che Guerrieri ci offre, subito dopo la sua presentazione diretta al pubblico, con le luci ancora accese.
Il secondo nome “Jesus”, datogli dalla madre, diventa pretesto per una serie di scivolamenti semantici: “poor boy”, “poor guy”, “povero Cristo”. Ma qui nessuno è redento, nessuno redime. C’è piuttosto un gioco – amaro, insistito, spesso esilarante – tra confessione e performance, tra sincerità e messa in scena. Guerrieri prende il trauma e lo gira tra le mani come un oggetto da mercatino dell’usato. Lo mostra, lo indossa, ci balla attorno. Poi dice che era uno scherzo, o forse no, lasciando gli spettatori col dubbio.
A dominare la scena è una lingua scomposta e affollata: tedesco, francese, inglese, italiano – tutto mescolato in un flusso di allitterazioni, scarti, rime casuali, risatine. Le parole esplodono, si sfilacciano, si contraddicono. Sono identità che litigano tra loro. Ma più che lingua, qui c’è voce: e non è un dettaglio che nella replica cui abbiamo assistito, quella voce fosse quasi del tutto andata, compromessa, spezzata. Il corpo dell’attore, così, crolla dentro la sua stessa esposizione. E funziona ancora meglio.
Nel cuore dello spettacolo, la scena dei gioielli di famiglia: Guerrieri tira fuori anelli e orecchini d’oro e li mostra al pubblico da vicino, parla di una nonna (o un nonno?) gitano, mezzo rom, mezzo mito, mezzo trucco. È vero? Forse. Ma non è questo il punto. Il punto è che se fosse vero, sarebbe uguale. Guerrieri ironizza anche sul proprio diritto di raccontare “il trauma come risorsa”, dice in un’intervista. E ci crede. Ma si vede che ogni parola gli si ritorce contro con precisione millimetrica. È il meccanismo stesso del racconto autobiografico che viene smontato pezzo per pezzo, con la precisione e il sadismo di un chirurgo che ha sbagliato paziente ma continua a operare.
Tra una risata e un singhiozzo, “POOR GUY” diventa un catalogo tragicomico di derive identitarie: vittima o carnefice? Bambino o performer? Clown o predicatore? Guerrieri, giustamente, non risolve nulla. Preferisce restare nel mezzo, come i suoi accenti. E così, anche il pubblico resta sospeso, incerto, ma totalmente conquistato. Non a caso, il pubblico alla Schauspielhaus per questa performance ha identità variegate, ma mai eccentriche: dichiarazioni silenziose di espressività decisa ma non vistosa, riconoscibili nei dettagli dell’abbigliamento, nei corpi e negli sguardi. Una platea che sembrava già parte della scena, non spettatrice ma specchio, attore implicito di quell’ambiguità che Guerrieri maneggia con furia, delicatezza e disincanto.

Un secondo lavoro ha colpito la nostra attenzione. Presentato all’ImPulsTanz di Vienna il 19 luglio 2025, “Último Helecho” è il risultato della collaborazione tra Nina Laisné, François Chaignaud e Nadia Larcher. Una produzione complessa e interdisciplinare che intreccia musica dal vivo, canto e danza in un dialogo tra il repertorio barocco europeo e le musiche popolari sudamericane, in una rilettura contemporanea. Ma soprattutto, uno spettacolo che lavora sul tempo, sulla materia e sulla memoria, evitando la narrazione e scegliendo invece l’immersione sensoriale e la costruzione lenta di un paesaggio vivente.
L’ingresso in sala è dominato da una grande struttura centrale: una roccia scura, sollevata da terra, quasi sospesa. È lì che, fin dall’inizio, siedono i sei musicisti in lunghi abiti scuri, disposti sui bordi come presenze silenziose. I loro strumenti — flauti, bandoneón, tiorba, serpentone, sackbut, percussioni — creano un tessuto sonoro ricco e inusuale, capace di tenere insieme continenti, secoli e tradizioni.
Il primo atto si sviluppa come un rito a bassa intensità: il ritmo è rarefatto, i gesti minimi, le presenze dilatate. François Chaignaud e Nadia Larcher si muovono sulla scena con estrema precisione e senza alcuna enfasi. Le loro voci — una più “formata”, l’altra più grezza, entrambe profondamente incarnate — si alternano e si mescolano su materiali del repertorio tradizionale argentino: zamba, chacarera, cueca, huayno. Nulla è didascalico. I riferimenti culturali non vengono messi in vetrina, ma attraversati, trasformati, ricontestualizzati.
Il secondo atto segna un netto cambio di passo. La tensione si scioglie, il ritmo cresce, il suono si fa più pieno. I musicisti scendono dalla roccia e diventano parte attiva della scena. Si formano processioni, cerchi rituali, passaggi coreografici collettivi. Il paesaggio si anima, si apre, si contamina. È in questo momento che prende forma una lunga sequenza di zapateado: Larcher e Chaignaud si alternano, dialogano, si rincorrono. La danza non è citazione, ma reinvenzione. Rituale e liberatoria, costruita a partire da una grammatica tradizionale ma riletta attraverso una scrittura coreografica contemporanea, fisica, fluida. La presenza queer, mai tematizzata, emerge naturalmente nella dinamica dei corpi, nelle relazioni, nel modo in cui il movimento si sottrae a ogni etichetta.
La scena, firmata da Laisné, gioca su un equilibrio sottile tra concretezza e astrazione. Il suo lavoro visivo, da anni orientato a una forma di cross-fertilizzazione culturale, costruisce qui un universo sospeso, in bilico tra paesaggio reale e immaginario scenico. La roccia non è mai solo un oggetto: diventa altare, confine, archivio, rovina, punto d’ascolto.
“Último Helecho” non offre una storia, ma un’esperienza stratificata. Lavora su una memoria condivisa e frammentata: quella dei popoli indigeni, della colonizzazione, della resistenza. Ma lo fa senza didattica né denuncia, lasciando che siano la voce, il corpo e il suono a parlare. Il risultato è uno spazio-tempo fuori dalle categorie, dove convivono passato e presente, radice e riscrittura, precisione formale e tensione politica.
Uno spettacolo che si sottrae alla classificazione, e che proprio in questa apertura trova la sua forza.
Forse è proprio questo, in fondo, il tempo di ImPulsTanz: un tempo non cronologico ma corporeo, in cui il presente non è un punto che scivola via, ma un luogo da abitare con radicale attenzione. Ogni gesto, ogni voce, ogni inciampo diventa archivio vivente, prova che il “qui e ora” può risuonare oltre se stesso.
“Now. Forever.” non è una promessa di eternità, ma il riconoscimento che ciò che accade adesso – su un palco, in una piazza, dentro un corpo – ha già cominciato a trasformare il futuro.
E allora danzare non è solo agire nel presente: è dichiarare che questo presente conta. E continuerà a contare.
Sarebbe bello se anche in Italia si iniziasse a comprenderlo: che il corpo, la cultura, la danza non sono un lusso, ma una necessità, se non un’urgenza.
POOR GUY
di Luigi Guerrieri
Concetto e performance: Luigi Iesus Guerrieri Civitareale Morelli
Sguardo esterno: Alberto Cissello
Design luci: Anna Bauer
Produzione: Luigi Guerrieri
Coproduzione: Theater am Werk (Austria)
Con il sostegno di: Ministero Federale per le Arti, la Cultura, il Servizio Civile e lo Sport dell’Austria (BMKÖS), Bears in the Park (Austria), Tanz*Hotel – AAR Term 24 (Austria)
Durata: 50’
Visto a Vienna, Schauspielhaus, 19 luglio 2025
Último Helecho (prima mondiale)
di Nina Laisné, François Chaignaud, Nadia Larcher (Francia e Argentina)
Idea originale, direzione musicale e scenica, scenografia: Nina Laisné
Coreografia, collaborazione artistica e interpretazione: François Chaignaud
Consulenza musicale, collaborazione artistica e interpretazione: Nadia Larcher
Musica dal vivo:
Rémi Lécorché (sackbut tenore, serpente, flauto),
Nicolas Vazquez (sackbut tenore),
Cyril Bernhard / Joan Marín (sackbut tenore e basso),
Jean-Baptiste Henry (bandoneón),
Daniel Zapico (tiorba e strumenti a pizzico),
Vanesa Garcia (percussioni tradizionali)
Direzione generale: Sara Ruiz Marmolejo / Anthony Merlaud
Direzione di scena: Sara Ruiz Marmolejo / Hervé Bailly
Design luci: Abigail Fowler
Tecnici luci: Anthony Merlaud / Abigail Fowler
Tecnici del suono: Alice Le Moigne, Camille Frachet, Arthur Frick, Guilhem Angot
Vestiariste: Cara Ben Assayag / Sarah Duvert
Assistente scenografa: Julie Reilles
Costumi: Sarah Duvert, Florence Bruchon
Produzione costumi: Théâtre de Liège, Opéra de Limoges
Amministrazione e produzione: Zorongo (Martine Girol, Valentina Salazar Henao), Mandorle productions (Chloé Perol, Jeanne Lefèvre, Emma Forster)
Distribuzione: Bureau Platô – Séverine Péan
Coproduzioni: Théâtre de Liège, Les 2 Scènes, Le Quartz, Maison de la danse/Biennale de Lyon, PACT Zollverein, Festival d’Automne à Paris, Chaillot – Théâtre national de la Danse, Théâtre de la Ville – Paris, Berliner Festspiele, e molti altri
Sostegno: Ministère de la Culture (Francia), Région Auvergne-Rhône-Alpes, Dance Reflections by Van Cleef & Arpels, Tax Shelter del Governo Belga, Interreg n°20919 – LACS
Residenze artistiche: La Ménagerie de Verre, CN D – Pantin
Durata: 70’
Visto a: Vienna, Volkstheater, 21 luglio 2025
